Recensioni

Antonio Raia – Asylum

DaniElle
Scritto da DaniElle

Asylum è un triplo orgasmo mortale.

Come il tutto e come il niente, anche perdere le coincidenze e i ritardi dei treni a volte possono trasformarsi in sceneggiature amarcord, invece di farti bestemmiare in sette lingue, tutte contemporaneamente.
Bern, Milano, Bologna, Pescara, stazione di Caserta: chiedo ai tassisti di notte se li vicino c’è una trattoria, di quelle che puzzano come le palestre di box, ma non molto lontana perché lo shuttle della ritardataria Trenitalia sarebbe atterrato in 40’ per portarmi sul pianeta Napoli, e non Naples!
Entro in un’osteria che vegani e pseudo tali avrebbero fatto esplodere all’istante e subito il cinema prende possesso della realtà: un Jake La Motta alla fine di “Toro scatenato” che intrattiene il pubblico nel suo
night club e non più sul ring, un casertano di origine incontrollata che racconta ai suoi ospiti affamati di voler diventare musulmano…” Vuoi mettere quattro mogli? “ Per poi passare alla politica economica di un paese bello ma inutile, informando noi spettatori che anche il
mestiere più vecchio del mondo ormai è in mano ai cinesi: “ Costa poco e ti diverti “ , aggiudicandosi il premio Strega.
Vado alla cassa e resto folgorata: due guantoni da box che pendono dalla testa di una mucca finta appesa al muro, cosa strana non faccio domande e chiedo al De Niro casertano la quenta.
E mentre schiaccia mille tasti sul registratore di cassa che ha tutta l’aria di essere stato usato tre volte in dieci anni, mi chiede: “ E tu cosa fai, principè? “ Giro la testa verso il totem del mammifero sacro agli indiani e confesso una delle mie dipendenze, come tutte, temporanea e carnale, la noble art.
Elettrizzato inizia a lanciare in aria da fuori al bancone mille souvenirs raccontandomi che un ospite fisso della sua osteria cannibale è Domenico Valentino, detto Mirko, campione pluricenturiato e che gli ricordavo lui perché bevevo una Peroni dietro l’altra senza chiedere il permesso, mentre io pensavo a Nanni Moretti né La seconda volta: “Questa storia che le robe capitano per caso non mi ha mai convinto…” Esco di scena col sorriso e con quel ghigno malefico che non va mai via ,pronta a farmi ammaliare dalla magia di Napoli e incontare il tigrotto del jazz sperimentale, puro sangue partenopeo.

Come i ritardi dei treni anche rompersi il menisco giocando a basket
può sconvolgerti la vita e così Antonio Raia riceve il suo primo sassofono dal daddy , frequenta l’Accademia e si laurea pure, anche se sempre in contrasto con “ i dinosauri da distruggere “, i professori de La meglio Gioventù“ Io non sono un guerriero, il primo nemico di me stesso sono io “…
Antonio è uno di quei musicisti con cui puoi parlare di fotografia, cinema, tradizioni, musica, religione, storia dell’arte, seduta in piena notte in mezzo a Piazza Plebiscito, ma che può entrare all’improvviso in un negozio di giocattoli e comprare lo scheletro di un carion e uscirne vincitore come se avesse appena suonato con Miles Davis, perché non sognare…
È uno di quei napoletani che non fa una moka, avremmo bevuto mille caffè in mille bar differenti e camminato per delle ore, lui raccontava flash back di vita mentre io non riuscivo a tenere gli occhi fermi
un istante su una città che “ scioglie u sang d’intra e vene “.
Classe 1988, non fa parte della generazione di sconvolti ma che sconvolgerà: compositore, sassofonista, attivo dal 2014 con oltre 500 esibizioni tra concerti, performance in musei, chiese e gallerie d’arte, ha suonato con Chris Corsano ( Björk ), Adam Rudolph, Elio Martusciello, Alvin Curran, Odin Vallon, Ossatura, Carl Hubsch, Ensamble, Dissonanze, Lisa Mezzacapa, Fabrizio Elvetico, Caterina Palazzi, Nandy Cabrera, Decibel Ensamble, Oeoas.
Ha collaborato con il poeta Bruno Galluccio con delle composizioni per il libro La musica dello zero, Einaudi, con Luisa Terminiello, Kanaka Project, Martin Errichiello e Teknasi per video e vari trip di arte visuale, con l’UAB ( Università di Barcellona ) per le musiche del film “Cabesa de Orquidea
“Io non voglio il potere di un imperatore, di un boss o di un maestro accademico: voglio il potere, un giorno, di chiedere a quel cardinale che voglio quella chiesa per suonarci, per ferirla… E ci porto David Lynch! “.
Asylum è umano e disumano, classico e tribale, mistico e sensuale.
Consuma e distrugge come il perdono di un eterno martirio, mescolando la schiuma del piacere e l’anima dei tormenti.
Un crudo suono acustico in un triplo orgasmo mortale a cui partecipa Renato Fiorito, tecnico del suono che viene dal mondo del cinema: dopo anni di ricerca timbrica, ossessiona il refrettorio dell’ex Orfanotrofio Filangeri con una via lattea di dieci microfoni per assorbire ogni suono del suo mate dalla calma più tigrata.
Renato è suo complice, uno di quegli amici che ti guarda le spalle ma che può trasformarsi in un assassino per amore della musica come movente e diventare così una star…

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