Interviste

Andrea Cassese – Intervista

Fortunato Mannino

Andrea Cassese possiede un cantautorato raffinato, che ha la capacità di illuminare i lati oscuri di una quotidiana quotidianità.

Grazie al mondo virtuale dei social, quest’estate ho conosciuto Andrea Cassese e la sua musica. Un gradevole scambio di messaggi e l’invito all’ascolto di La Minoranza, suo secondo album. L’ascolto ha schiuso le porte ad un cantautorato raffinato, che ha la capacità di illuminare i lati oscuri di una quotidiana quotidianità. Sensazioni personali? Forse la partecipazione all’album di Cesare Basile e la collaborazione mancata del compianto Claudio Lolli sono la migliore garanzia sulla caratura di quest’album. Il mondo reale ha, invece, creato l’occasione per conoscere personalmente Andrea, che la sera di giovedì 17 ottobre si è esibito al Malavenda Cafè di Reggio Calabria.

Ciao Andrea, è la prima volta che ti ospitiamo sul nostro pulmino quindi la prima domanda è scontata: presentati ai nostri lettori e raccontaci un po’ di te.
Parlare di sé è un po’ complicato soprattutto, come nel mio caso, non tanto perché ho iniziato a suonare a 14 anni, oggi ne ho 33, ma perché ho avuto la fortuna di incappare un po’ nell’ingenuità di certi gestori di locali, anche rinomati, i quali, senza ascoltare la demo che portai, mi diedero subito una gran bella serata, a tre accordi imparati sulla chitarra. Questa cosa però mi buttò subito in mezzo a dei nomi più grandi di me. Quindi, a 14 anni, ho iniziato a suonare con continuità, in maniera professionale e mi si aprirono subito le porte dei jazz club anche perché, a Napoli almeno, da sempre, non esisteva un posto per i cantautori. Quindi fui ospitato un po’ dai jazz club, che avevano quel bacino d’ascolto di persone, più o meno, attente e quindi non si aspettavano la caciara che io non facevo e che non ho mai fatto.

Quali sono le tue radici musicali e qual è il tuo background musicale?
A casa c’erano i dischi dei grandi cantautori italiani da De Gregori a Paolo Conte, da De André a Guccini nei quali mi sono ritrovato, quindi, il mio punto di partenza è stato questo. Solo dopo, pur essendo conterranei, è arrivata la consapevolezza di Pino Daniele. La mia forma un po’ più definita, in effetti, è arrivata con il primo disco, con Oltre gli Specchi, perché è lì che c’è stata la presa di coscienza di quello che veramente volevo fare. All’inizio non c’era un repertorio di canzoni mie, ce n’erano due o tre, queste si sono accumulate nel tempo e la maturità è giunta con la pubblicazione di Oltre gli Specchi nel 2015.

Da Oltre gli Specchi a La Minoranza, com’è cambiato il tuo approccio al testo e alla musica?
Oltre gli Specchi è strettamente legato alle origini, perché era un contenitore di canzoni scritte nel tempo nel quale sono confluite anche quelle cronologicamente più lontane. La Minoranza è nato, anche se inconsapevolmente, come disco: tutte le canzoni sono nate in un tempo più o meno concentrato. Un’altra differenza fondamentale sta nel fatto che Oltre gli Specchi risente di quell’influenza più musicale che testuale, legata alle mie passioni musicali. In La Minoranza, viceversa, ho lavorato molto sul testo e solo dopo è venuta la musica.

La Minoranza è un album con un’aura malinconica e nostalgica. Il tuo sguardo d’artista sembra voglia illuminare con eleganza squarci oscuri di quotidiana quotidianità. Che significa per te minoranza? Secondo te minoranza fa ancora rima con resistenza?
Assolutamente sì! Sentirsi parte di una minoranza è una presa di consapevolezza e, in quanto tale, è un bell’atto di coraggio. Soprattutto oggi, le cose sembrano avere peso solo e soltanto se sono accompagnate da tanta folla, da grandi numeri, però io credo che la misura umana sia quella del passo, cioè una misura più piccola. Personalmente mi sento molto in difficoltà in una società così accelerata, anche al di fuori chiaramente della musica, nella quale sembra sia diventata quotidiana l’esagerazione: ad esempio il viaggio stesso che ritorna ne La Minoranza non è visto più come una cosa importante. Oggi si viaggia quasi per andare a fare la spesa, oppure non c’è dottorato se non si faccia un viaggio di un anno fuori. La musica stessa appunto ormai vive di numeri e sembra non dover esistere se è a circuito un po’ più piccolo. Il mio intento, viceversa, è accendere una lucina e illuminare quello che manca. Pensa che La Minoranza, questo lo dico per la prima volta, è nata da una scrittura di canzoni che quasi rifiutavano l’idea di un disco. In Oltre gli Specchi c’era una visione ancorata a quella di un mondo musicale sicuramente morto: quello del disco che portava al successo. Subito dopo scaturì quasi una forma di ritrosia nei confronti del voler fare musica, quasi a dire non farò più dischi. Questo però in effetti ha generato una creatività da cui è venuto fuori il disco.

Un disco musicalmente elegante e curato anche nel packaging. Parliamo un po’ del camaleonte che campeggia sulla copertina.
È una storia simpatica, perché il camaleonte non è altro che il disegno che si trova sulla copertina del quadernino su cui ho scritto di volta in volta le canzoni, che mi fu regalato dalla mia ragazza. C’è una simbologia: quando pensai di voler restituire questa dimensione privata, sincera, mi piaceva quasi voler ricreare nel CD il mio quadernino proprio per mantenere forte una dimensione personale, intima, di discorso a tu per tu. Nel guardarlo bene, il camaleonte porta sul dorso delle case, quindi in qualche modo ci ho visto un riferimento a un contesto più ampio, uno sforzo di adeguamento a un contesto di maggioranza, un voler somigliare alla folla.

Il brano Prospettiva Bidimensionale vede la partecipazione di Cesare Basile, raccontaci com’è nata questa collaborazione.
Questa canzone era nata chiaramente prima di pensare a Cesare. Era il periodo in cui vivevo questa forma di resistenza nei confronti del sistema musicale. Sintetizzerei il mio sentire così: voglio fare una cosa che piace a me, sperando che possa piacere agli altri, ma se proprio non dovesse piacere, che almeno piaccia a me. Questo spirito l’ho ritrovato quando Cesare venne a Napoli a portare il suo disco precedente allo Scugnizzo Liberato. Prospettiva Bidimensionale, in particolare, si rifaceva a tutto un immaginario di crolli surreali: il vulcano, Pompei, i crolli su una città dei disastri politici attuali. Insomma, individuai in Cesare la voce giusta per poter accompagnare questo pezzo. La cosa bella è stata che quando lui l’ha sentito mi è sembrato di capire che gli fosse piaciuto al punto da non voler soltanto accettare la mia proposta di cantare la strofa, ma di volerlo anche produrre e questo mi ha riempito di gioia.
Poi ti do inoltre una notizia nuova nuova: aprirò il concerto di Cesare del 26 ottobre a Napoli, proprio allo Scugnizzo Liberato dove è nata questa collaborazione.

Il Non Luogo è la mia preferita e approfitto del mio ruolo per chiederti di raccontarla ai nostri lettori.
Il non luogo è quella ricerca fallita, in termini soprattutto urbanistici ma potremmo aggiungere anche paesaggistici e ambientali, di raccontare a livello formale un’umanità nei grandi numeri ignorandone la personalità. Vengono quindi fuori tutte quelle fasce semi periferiche di grandi non luoghi, tra cui i centri commerciali dispersivi o le multisala, che hanno sottratto funzioni vitali alle città. Si rivede bene quello che era un disegno perfettamente raccontato da Pierpaolo Pasolini nel racconto della Città. Sostengo da sempre che, dovendo fare una lezione di urbanistica, piuttosto che parlare di zonizzazione, di lottizzazione, basterebbe leggere dei brani di Pasolini. Non luogo è anche la mia canzone preferita del disco, è l’ultima che ho scritto, la più nuova all’interno de La Minoranza, ed è quella che mi sento di dire che apre ad un discorso probabilmente successivo, la canzone più asciutta e, per così dire, più essenziale.

Cos’è per te oggi la maggioranza?
La maggioranza oggi è l’intorpidimento di una coscienza sociale, politica, nel senso greco di polis, di stare insieme, di relazionarsi. Questo è indubbiamente il risultato dei decenni berlusconiani, che si sono insinuati dentro di noi al punto che non ce ne accorgiamo più, ecco perché tornando un attimo al non luogo, ci siamo abituati al degrado. Quello che sconvolge è che non c’è neppure quella sorta di stupidaggine su cui ironizzava Gaber… Cose di destra e cose di sinistra… Oggi puoi trovare il ragazzo con la kefiah che al tempo stesso vota Lega, che ha il gadget di Che Guevara e magari vede Uomini e donne. Tutte queste cose erano state ampiamente previste da chi, come me, faceva parte dei no-global. Ma non perché si è contro la globalizzazione intesa come relazione ampia ma intesa come consumismo.

Cosa ho dimenticato di chiederti?
L’elemento che ancora manca è Napoli. Lo dico nell’intervista perché non emerge ascoltando il disco. La scelta di mettere dentro Napoli è stata una scelta voluta perché vivo lì, sono intriso di questa città; però, a differenza di altri artisti che vivono a Napoli, sento che questa città, come del resto il meridione in generale, muore nel momento in cui viene raccontato in maniera esplicita, io uso dire muore quando si pronuncia il suo nome: nel momento in cui dici Napoli diventa già oggetto di speculazione, svanisce in un discorso commerciale. In questo disco Napoli viene fuori anche da una serie di letture, penso in particolare a Raffaele La Capria, un autore che amo e che ha raccontato molto meglio di me questa città in libri come L’armonia Perduta. Io ebbi la fortuna di essere ospite a casa sua, trascorsi con lui un pomeriggio bellissimo e gli feci leggere anche le canzoni proprio perché dentro c’erano queste riflessioni su Napoli.

Quest’anno ho avuto la possibilità di recensire molti artisti napoletani. Ne traspare un ambiente musicale vivace e lontano dagli stereotipi. Ci racconti la scena musicale napoletana di oggi?
Io, come ti dicevo prima, ho iniziato in un’età strana che fa sì che io sembra che possa avere duecento anni perché la mia prima demo è stata su una musicassetta quindi abbiamo visto la cassetta, il mini disc, il cd, il vinile. Questo per dire che questa fase di passaggio è avvenuta in un tempo concentratissimo. Perché dico questo? Perché ho visto anche a Napoli cambiare la scena musicale rispetto ai luoghi che fanno musica: prima, in un modo o nell’altro, più o meno belli, c’erano tanti posti dove fare musica… Oggi io non li trovo più. Questo ha portato ad avere soltanto grandi eventi pubblici, di piazza, ma non la palestra o soltanto la quotidianità, il bar, il locale, ecc. A Napoli i musicisti siamo tantissimi, siamo sempre di più e molta musica viene diffusa anche tramite il web e qui mi ricollego a quello che diceva Claudio Lolli che, tra l’altro, avrebbe dovuto partecipare all’album. Molti, secondo me, più che fare musica per l’amore della musica, hanno cominciato a farlo anche come pretesto per farsi vedere. A questo si è accompagnato un atteggiamento di svendita di chi ha cominciato ad andare a suonare gratis o per prezzi stracciatissimi e che al gestore incolto non ha fatto altro che far accrescere quella non consapevolezza, quel non rispetto nei confronti di un mestiere che, sempre più spesso, ha visto sostituire all’artista un televisore o uno stereo. Sul fatto che alcuni artisti non riescano ad uscire fuori da Napoli, questo accade perché non tutti sono disposti a fare grandi sacrifici, a spostarsi per andare a suonare a prezzi bassi, perché, come dice giustamente Cesare Basile, i soldi non ci sono quindi chi vuole fare questo mestiere deve prendere consapevolezza di questo fatto, che non significa accettarlo e alimentarlo, ma prenderne atto. Di musica ce n’è tantissima, Napoli è come una spugna che raccoglie e vuole tanto restituire, ci sono artisti bravi che apprezzo molto.

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