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Alice De Andrè

Scritto da Francesco Bettin

Sta debuttando a teatro (sua passione da sempre) con “Alice (non canta) De Andrè”, in prima nazionale a Milano, teatro Gerolamo, sabato 7 febbraio, con replica l’8. Poi lo spettacolo girerà, con altre date a Bologna, Torino, Genova, Tempio Pausania, Roma.
Alice è una persona determinata, che con questo spettacolo sente di voler portare il discorso sul nonno Fabrizio più sull’aspetto umano, sull’essenza dell’uomo che è stato, e che non amerebbe essere considerato un’icona e basta. Un nonno con cui ha un rapporto speciale, come ci dice, pur non avendolo mai conosciuto (è nata cinque mesi dopo la sua scomparsa).
Ed è figlia di Cristiano De Andrè, altro grande talento, altra figura importante della scena musicale. Ma lei conquista sicuramente con la sua semplicità e col cammino artistico ( e umano) che si vede davanti, nella forma che più sente sua: appunto, il teatro.

Quest’anno conduci su Rai2, con Enrico Ruggeri “Gli occhi del musicista”. Ma il tuo amore più grande, lo si sa, la tua grande passione è il teatro. Quando ti sei accorta di questo, quando ti sei innamorata del palcoscenico?
Devo dire che mi sono accorta abbastanza presto, appena avevo un momento da bambina per fare spettacolo lo facevo, che fosse una cena in famiglia o altro, se c’era occasione mi mettevo in discussione davanti a tutti. Anche a scuola, ricordo, scappavo dalle lezioni per andare nel teatrino.
Successivamente i miei genitori (Cristiano De Andrè e Sabrina La Rosa, ex ballerina), mi iscrissero a un’accademia teatrale a Milano, dopo un saggio di danza in cui non ho così ben performato (ride). Più che una farfalla sembravo una falena e mia madre che ha studiato danza classica si è accorta che non era il mio mondo, e un po’ si è rassegnata. Non lo poteva essere.

Una passione , quella del teatro, andata dunque in crescendo?
Sì, certamente, sempre di più, mi è sempre piaciuto tantissimo farlo. A scuola era la parte della mia giornata che preferivo quella in cui mi misuravo col palcoscenico. Da che ho memoria, ha fatto parte della mia vita.
E prima ancora di questo debutto so che hai già fatto diverse cose a teatro, a Milano… Ho debuttato veramente che avevo 16 anni con la Compagnia 02, con uno spettacolo su Barbablù, una rivisitazione noir e da lì non mi sono mai fermata.

“Alice (non canta)De Andrè” debutta appunto a Milano sabato 7. Cosa vedrà il pubblico in questo tuo spettacolo?
E’ il mio primo monologo, scritto con Alessio Tagliento, sulla scena con me c’è la violoncellista Giulia Monti. Il pubblico vedrà un monologo un po’ dissacrante, che ha l’intento di riportare la figura mitizzata di mio nonno Fabrizio, con tutto il rispetto del mondo, sulla Terra. Si parlerà tanto dell’uomo, più che del “De Andrè mito”, del suo essere umano, semplice. Purtroppo in questi casi, quando muori diventi leggenda, vieni elevato, messo sul piedistallo. E questo piedistallo mi chiedo sempre se lui l’avrebbe apprezzato. E si parla anche di questo cognome, di questa eredità che viene cucita addosso per la quale la gente non ti vuole vedere “la nipote di” o “il figlio di” e di conseguenza è un’eredità che ti devi portare avanti. Come, poi, se fosse una mancanza di rispetto voler fare altro al di fuori della musica.

Un omaggio affettuoso, amorevole.
Sicuramente sì! Nello spettacolo si ironizza molto anche su quell’aspetto, sul fatto che io ho scelto di non cantare, non per una sorta di lontananza nei suoi confronti, anzi, ma proprio perché non lo sento. Eppure questa cosa certe volte viene vista quasi come una mancanza di rispetto, appunto. E’ un monologo che alterna momenti ironici e comici ad altri, invece, più intimi, più personali, emotivi, riprendendo anche tutta quella che è in realtà la modalità di affrontare anche la vita di mio nonno, che ci ha dimostrato anche nella sua musica, di essere molto ironico e allo stesso tempo estremamente fragile.

Sembra strano non associare il cognome De André alla musica e a uno spettacolo sulla musica, ma un rapporto con la stessa immagino che tu ce l’abbia.
Altrochè, sono una grande amante della musica, me l’ascolto tanto e mi accompagna sempre. E’ molto presente anche nei lavori che faccio in teatro, la uso tanto nei miei spettacoli. In scena con me la violoncellista Giulia Monti non funge tanto da colonna sonora, quanto da altro componente della scena a livello di dialogo, e la sua presenza rispecchia un po’ quel dialogo che posso avere con mio nonno non avendolo conosciuto. La parola risposta in musica. Amo dunque moltissimo la musica, semplicemente non è la mia vocazione.

Una domanda d’obbligo…di Faber, di tuo nonno,musicalmente, che canzone ami particolarmente?
Diciamo che ho delle canzoni alle quali sono molto legata per dei ricordi presi in prestito. C’è “Oceano”, che è il motivo per cui mi chiamo Alice, un brano che mio nonno ha scritto con Francesco De Gregori (contenuta nell’album “Volume 8”, ndr), nato fondalmentalmente come risposta al perché “Alice guarda i gatti”. Mio papà Cristiano era fissato con la canzone “Alice”, e non si capacitava di come fosse possibile che questa ragazzina guardasse i gatti e loro guardassero nel sole, e il mondo girasse senza fretta. Una volta incontrato De Gregori iniziò ad assillarlo con domande, sul senso di quelle frasi. Lui gli rispose con “Oceano”, e mio papà al momento, mi disse che non capì. Ma, citando sempre De Gregori, capì che non c’è nienta da capire, e decise di chiamarmi Alice.

E poi?
Mi piace molto “Verranno a chiederti del nosto amore” , che ha un altro aneddoto: è stata la canzone che mio nonno Fabrizio ha cantato a mia nonna poco prima della loro separazione, con mio papà che vede questa scena dallo spioncino della porta. Lui che fa sedere la nonna, prende la chitarra e gliela canta. Una bellissima scena.

E per quanto riguarda una canzone di tuo padre Cristiano?
Non c’è una canzone particolare, sono più legata, direi, a un album che è “Scaramante”, scritto mentre mia mamma era incinta di me e stavo nascendo. E’ un passaggio tra la morte di mio nonno e la mia nascita, un momento al quale sono molto legata, un album che me lo fa ricordare.

Tornando al teatro, lo segui, vai nelle sale, hai qualche punto di riferimento in merito?
Direi Virginia Raffaele, che più si avvicina al genere di spettacolo che faccio ora…un suo monologo che ho visto a teatro, “Samusà” mi ha veramente molto colpita. La stimo veramente tantissimo come artista, rappresenta l’arte nelle sue diverse forme: canta, balla, recita, è un’imitatrice bravissima, e fa tutto bene. E devo dire che è stato anche proprio quello spettacolo a darmi il via per scrivere il mio. Dentro a quello stile, a quella cifra artistica che ha lei si trovano tantissime ispirazioni, da Proietti, ad Anna Marchesini, anche Monica Vitti. Si vedono tantissime influenze di mostri sacri che io apprezzo molto.

E a proposito di teatro classico, potremo vederti un giorno a recitare un testo di Shakespeare, Pirandello, Goldoni?
Può essere, certamente, io continuo a fare spettacoli puramente d’attrice, anche se in questo momento la cosa che più mi affascina è fare qualcosa di mio, e fare regie. Già lavoro con una compagnia di ragazzi nello spettro autistico, Futuro per l’Asperger, mi occupo dei testi e della regia, che comunque sia è una parte che mi interessa molto. Mi piace di più questo a dire la verità, essere protagonista in questo senso. Poter parlare di quello che m’interessa, poter affrontare temi che ritengo debbano essere affrontati è una bella soddisfazione. Mi fa sentire più libera, diciamo, rispetto a interpretare un ruolo. E anche presentare, quando mi capita di farlo, come in questo momento su Rai2, con Enrico Ruggeri, mi piace molto.

Sempre a proposito del mondo del teatro, che visione hai sullo stato generale? Come lo vedi? Cosa comporta lavorarci?
Sicuramente non è mai un lavoro semplice, e cito sempre un libro di Rainer Maria Rilke, “Lettera a un giovane poeta”: capita che senti di non poter vivere senza farlo, questo mestiere, e a un certo punto la passione non è solo passione ma diventa una necessità. Anche perchè il mondo del teatro comunque regala grandi soddisfazioni ma…devi far pace con il fatto che saranno più i “no”che prenderai nella vita, rispetto ai “sì”. E’ estremamente difficile starci dentro, ed è molto difficile inserirsi, a meno che tu non ti sia diplomato in grandi accademie, dove è difficile entrare.
L’ambiente teatrale è un mondo in realtà abbastanza piccolo, chiuso, dove ci sono sempre gli stessi giri, gli stessi attori, ed è molto difficile farsi notare. Purtroppo conosco molti colleghi che sono costretti a fare un secondo o un terzo lavoro, e questo un po’ dispiace perchè è un mestiere talmente bello e nobile al quale andrebbe dato molto più valore.

Le istituzioni, la politica non lo aiuta? Il teatro è fatto per formare personalità, individuo, saggezza, no?
Non viene aiutato, no e dIrei che ce ne accorgiamo un po’ tutti. La sua funzione è sicuramente importante, è la stessa di qualsiasi altra forma d’arte dove ognuno ci trova il suo. Per me è una forma espressiva decisiva. Io solo attraverso la scrittura e il palcoscenico riesco a sentirmi a mio agio, mi sento di “appartenere”. Insomma, mi sento che posso veramente mostrarmi per quella che sono, e penso che qualsiasi artista ha la sua preferenza con la quale misurarsi.

Visto che il pubblico dei giovanissimi spesso latita nelle sale teatrali, hai un’idea di come poter fare per avvicinarli a quest’arte?
Non lo so, credo che sia una questione anche di educazione alla base. Io sono sempre stata portata a teatro da mia mamma…ma devo dire che almeno sulla scena milanese, parliamo della città dove vivo, i giovani che sono appassionati al teatro sono tanti, come quelli che cercano d’iscriversi alle accademie teatrali, ai corsi, quindi vedo che questa cosa continua a vivere, ad esserci. Per quanto mi riguarda, essendo un’amante delle rivisitazioni di certe opere penso che magari questo potrebbe aiutare per poter avvicinare il pubblico più giovane. Poi, in realtà credo che sia un lavoro che vada fatto subito, dai genitori, fin che si studia.
Mi ricordo che coi miei compagni andavamo spesso a teatro anche con la scuola, e lo vivevo come un momento bello, proprio di formazione. Forse, ecco, è proprio più un lavoro che va fatto a monte, saper educarli al bello, al sapere, alla grandiosità e alle mille sfaccettature che il teatro ha.

Ultima domanda: tu non canterai De Andrè, parafrasando il titolo dello spettacolo, ma il pensiero di nonno Fabrizio uscirà pur fuori…
Sicuro, del cognome si parla ma soprattutto come ho detto prima si parla più di questo essere umano, fondamentalmente, che c’è dietro al De André artista, che è la cosa più interessante, no?
Di questo nonno che non ho mai conosciuto, e di cosa comunque mi ha lasciato, questo legame che è molto forte, sempre di più. Nello spettacolo si parla soprattutto di questo legame, del fatto di essere prima di tutto persone.
Prima che di lui visto come quel De Andrè che tutti immaginano di conoscere…E allora, come si dice, merdissima, Alice. Buon tutto, e grazie dell’intervista.

About the author

Francesco Bettin

Francesco Bettin nasce a Bassano del Grappa (Vicenza) nel 1962. Articolista dal 1980, comincia scrivendo e collaborando con quotidiani e riviste locali, formandosi in seguito prevalentemente su critica teatrale, esercitando anche quella cinematografica, qualche volta. Successivamente inizia a scrivere, sempre per diverse testate, anche online, di musica, facendo recensioni. Numerosissime sono le sue interviste pubblicate, da Monica Guerritore a Alessandro Haber, da Cristiano De Andrè a Laura Morante, Claudia Gerini ecc. Anche sul suo sito, olimpiainscena.it , scrive e pubblica, divulgando anche con mailing list, numerosi articoli, recensioni e interviste sia di teatro che di musica, assieme a un gruppo di fidati collaboratori. Pur avendo i requisiti non ha mai voluto diventare giornalista pubblicista.

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