Recensioni

Alex Savelli e Massimo Manzi – Gettare Le Basi

Fortunato Mannino

L’idea di base è quella di fare Musica dando alla Musica il giusto tempo e i giusti modi per poter diventare Arte

Non so quante volte ho detto, mi sono detto, ripetuto la frase: gettare le basi. E, oggi, vederla stampata sull’elegante packaging di un cd mi stupisce non poco. Evidentemente la stranezza, la confusione, la frenesia di questi strani tempi non è solo una mia percezione. A dire il vero, sfogliando i classici latini e greci o i documenti, antichi o moderni che siano, mi convinco sempre di più che un’Età dell’Oro non sia mai esistita se non nella mente e nelle speranze di un essere troppo fragile e troppo imperfetto per essere parte integrante della Natura. Da uomo del mio tempo posso solo registrare, almeno dal mio punto di vista, un mancato salto evolutivo, per cui si rimane prigionieri della materialità più becera e di delirante egocentrismo. Musicalmente parlando, la situazione in superficie è quanto mai desolante, almeno per chi sa capire le dinamiche e per chi coglie gli effetti che certa musica e certi pseudo-testi, che qualche illuminato definisce poesie, hanno sulle nuove generazioni; ma a noi interessa proporre e consigliare ciò che si agita sotto la superficie e Gettare le basi è uno di quei dischi che potrebbe far da Stella Polare. L’idea di base è quella di fare Musica dando alla Musica il giusto tempo e i giusti modi per poter diventare Arte. Attenzione, concetti questi che potrebbero sembrare semplici, ma che sono tutt’altro che scontati. Gettare le basi nasce da queste esigenze e porta la firma di Alex Savelli e Massimo Manzi. Il primo produttore, polistrumentista e un curriculum di tutto rispetto ha lavorato, tra gli altri, con Ares Tavolazzi, che non ha bisogno di presentazioni, e con Eddie Kramer che, per chi non lo ricordasse, è colui che custodisce e restaura i nastri di Jimi Hendrix e che, in una recente intervista, ha smontato, da testimone oculare lucido, il mito di Woodstock. Il secondo è uno dei più affermati e richiesti batteristi jazz italiani: le collaborazioni con Pat Metheny, Stefano Bollani e Ian Anderson, giusto per fare dei nomi, ne danno un’idea di massima della sua bravura. Gettare le basi è un disco che ha delle peculiarità che lo rendono unico e, quanto mai, affascinante. Innanzitutto diciamo che si tratta di un viaggio trasversale tra vari generi musicali, durante il quale, per merito dei musicisti, si annulla la distanza tra i vari generi. È un disco per due terzi, come essi stessi affermano, improvvisato che nasce dalla spinta emotiva, dalla creatività e da quella razionalità che, comunque sia, non deve mancare. Razionalità che è rappresentata dalla gestione del tempo e dalla cura dei particolari. È un disco corale, perché si avvale della collaborazione di tanti bravi e illustri musicisti che, ognuno col suo stile e col suo strumento, danno colore e forma compiuta ai vari brani. Un disco che sotto vari punti di vista può essere considerato anche metafora di Vita e Libertà. Una libertà che viene concessa anche all’ascoltatore, che è esplicitamente invitato a dare, sulle base delle proprie emozioni, il titolo agli undici brani.
Come ho detto più volte nulla è lasciato al caso e, men che meno, il packaging.
La Radici Music Records offre, infatti, un cd elegante, limitato a 400 copie e numerato. Una politica che mi sento di condividere senza se e senza ma, perché l’unico modo per opporsi alla liquidità e alla frammentazione degli ascolti è quella di fornire all’ascoltatore non solo Musica, che dovrebbe essere la normalità, ma anche un supporto a suo modo unico e irripetibile. Tutti concetti su cui bisogna… Gettare le basi.

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