Interviste

Alessandro Pedretti, Intervista

Fortunato Mannino

“Non bisogna mai smettere di sognare per la propria musica”

La primavera sta per aprire le porte ad una calda estate e l’augurio di tutti è che la tempesta sia passata anche se, lo sappiamo bene, un ritorno alla normalità non sarà facile. Oggi esce un album importante firmato da un artista che SOund36 segue da molto tempo e che, possiamo dire, la tempesta l’ha vissuta in prima persona: Alessandro Pedretti.
Molti di voi ricorderanno le sue collaborazioni, i suoi album con gli SDANG! e, soprattutto, la sua capacità di sublimare immagini in Musica. Le atmosfere dei sette brani di Disteso Nella Realtà Del Sogno, restituiscono il lato più intimo e emozionale dell’artista. Un album bello, con un filo narrativo chiaro che si candida ad essere uno dei più belli di quest’anno e, per queste ragioni, abbiamo voluto incontrare Alessandro e riviverlo attraverso le sue parole.

Ciao Alessandro e ben tornato su SOund36
Le prime domande sono d’obbligo e non riguardano la musica: come stai e che impressione ti fa vedere così tanta gente in giro senza protezione?
Ciao! Ora sto bene, ma ho passato due settimane d’inferno, le peggiori della mia vita. E dire che momenti difficili nella vita ne ho vissuti (trapianti, separazioni, perdite, turbe mentali…). Ringrazio tanto la mia Milena, gli amici e i familiari che mi hanno saputo sostenere in ogni momento della malattia.
Per il resto ho visto poche persone, sono uscito un paio di volte in 2 mesi. La prima uscita è stata per andare a piantare i pomodori nell’orto. Qui dove vivo pare che la maggior parte delle persone siano consapevoli dei danni del Covid19. Ne vedo proprio pochi senza mascherina e guanti. Speriamo bene. Questo male non lo auguro proprio a nessuno.

Se c’è un lato positivo della tua vicenda, oltre la completa guarigione, è la creatività. Il tuo nuovo disco, infatti, prende forma nel periodo più difficile. Quali erano i tuoi pensieri e come si materializzavano in note musicali?
Pochi, pochissimi pensieri. La reazione alla malattia è stata molto positiva. Dopo colazione mi buttavo in studio a fare fluire idee, programmando batterie, lavorando su samples e suonando chitarre e tastiere. Tutto questo si è ripetuto per circa 10 giorni. Venivo da un periodo (prima della malattia) nel quale ho fatto parecchi lavori di sonorizzazione e sound design di video animati e ho avuto poco tempo per curare il lato più artistico della mia personalità musicale. Dopo il reset totale della malattia, questo aspetto latente si è espresso in maniera strabordante.
Non ho avuto riferimenti musicali precisi, ho lasciato scorrere.
Dopo le prime due musiche realizzate (“Anche il pendolo si è fermato” e “Dopo il quarto caffè mi metto a pensare”) confrontandomi con Emanuele Agosti, bassista che ha partecipato alla realizzazione del disco, ho deciso che sarebbe diventato un disco. E ci siamo messi a lavorare sodo!

Nell’ascoltare le tue composizioni ho sempre notato una notevole capacità descrittiva, in Disteso nella realtà del sogno le atmosfere sono più rarefatte ed eteree. Sbaglio molto se affermo che il tuo modo di far Musica si è arricchito?
Ti ringrazio per l’osservazione. Ho prodotto tantissima musica negli ultimi 15 anni ma il 98% non è mai stata pubblicata. Questo perché ho sempre dato priorità ai miei progetti musicali con attività “Live” (Sdang!, Giuradai, Endless tapes e tantissime altre collaborazioni), oltre alle produzioni musicali per videomakers e agenzie pubblicitarie.
Qualcosa che un briciolo si avvicina a questo tipo di approccio sono i brani che ho realizzato per il progetto “La memoria delle pietre” che curo con Milena (mia compagna scultrice).
In “Disteso nella realtà del sogno” si sono materializzati brani dalle trame sospese, oniriche, enigmatiche e, a tratti, esoteriche. Qualcuno mi è venuto a trovare durante la malattia e la sua presenza ha permeato questo disco.

Il titolo dell’album è molto bello e molto bello è il quadro che lo incarna. Ce ne parli?
Il titolo mi è stato suggerito da Emanuele, dopo una delle tante telefonate fatte durante la realizzazione del disco. Gli avevo proposto una sfilza di titoli e facendo un ragionamento insieme ne è uscito questo. Rende molto giustizia al viaggio che l’ascoltatore può intraprendere durante l’ascolto.
Il quadro è stato fatto dall’artista Marco Alessi, durante il suo primo ascolto del disco. Provate a perdervi nella sua tela. Troverete una miriade di dettagli, di situazioni, di pensieri incrociati. È favoloso.

A quale dei brani sei più affezionato? Io personalmente ho amato molto Piano astrale.
Bella domanda! Mi piace molto “Vedo tre uccelli piangere”. Unisce diversi stili e ambientazioni sonore, l’elettro-acustico al progressive, qualcosa di shoegaze e qualcosa di grunge. È malinconica ma ha anche un pizzico di speranza. E poi quei tre uccelli… Cristo se li ho visti! Sono stati la più impressionante allucinazione da Covid19 che ho avuto.

Presentaci i tuoi compagni di viaggio.
Ci ho pensato a fine disco, quando era tutto masterizzato (grazie a Enrico Ambrosini che ha chiuso il cerchio e ha fatto un lavoro perfetto) che in questo disco ci sono i due amici che mi porto dietro da più tempo in questa vita.
Marco Alessi l’ho conosciuto nei primi del 2000, quando suonavamo insieme in una cover band dei Pearl Jam. È una delle persone più incredibili che io abbia mai conosciuto, uno che capisce subito tutto di te. Mi ha sempre colpito di lui l’estro e una sensibilità artistica cosi autentica che, diciamocelo, non tutti hanno. Per me lui è L’ARTISTA più credibile che esiste in questo periodo storico. Seguite le sue pagine sui social (Marco Alessi Fotopoesia su Facebook).
Emanuele Agosti, bassista, anche lui conosciuto quasi vent’anni fa. Ne abbiamo passate tante insieme, sia in sala prove, che sul palco ma anche in montagna e in bicicletta. Emanuele è un ingranaggio che permette alle situazioni di girare correttamente. Cosi come in questo progetto è stato fondamentale per i confronti tecnici e pratici su come agire sui brani.
La ripartenza post-covid19 doveva forse iniziare proprio da qui. Da due amici e un po’ di musica.

Come cambia il mestiere del musicista alla luce di quanto sta succedendo? Se potessi decidere tu delle misure per tutelare il mestiere di musicista, quale sarebbe la priorità?
Cosa succederà ancora non so predirlo… butto lì dei pensieri caldi…
Io non mi ritengo propriamente un musicista. Si, faccio musica, è la mia attività principale ma non riesco mai a darmi una vera regolarità. Vivo più di impulsi e mi spiace tradirli.
È da due mesi che non tocco una batteria, non me ne preoccupo troppo.
Pensare ai live non mi va, penso ad altro. Disegno, leggo, quando ho la vampata accendo il pc e butto giù due idee musicali.
Ho sempre affiancato l’attività di musicista live a quello di compositore di colonne sonore. Lavoro molto di più in questo settore ora e la mia volontà è di dedicare più energia alla composizione che alla performance.
Parlare di concerti adesso mi sembra assurdo. Io non ci penso nemmeno di ripartire anche se per molti significa perdita economica (anche per me) o addirittura fallimento. Forse è un periodo in cui ognuno di noi deve fare i conti con se stesso e con la propria coscienza. Il mio consiglio… Musicisti, fate anche altro…
È difficile tutelare la musica in un sistema in cui non è mai stata (o quasi) riconosciuta come attività lavorativa (io ho partita Iva da 13 anni e ancora capita di sentire trattato il mio lavoro come un puro e semplice svago o hobby).
Ma non bisogna mai smettere di sognare per la propria musica, infatti, nel mio quaderno dei desideri ho scritto che vorrei firmare la prossima colonna sonora di un video di Fabio Wibmer… E se va in porto… Palate di soldi (che finiscono in tasse ahahaha!)
Ciao a tutti!

Alessandro Pedretti

 

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