Recensioni

Afterhours – Folfiri o Folfox

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Scritto da Paola Varricchio

Un album che parla di morte, una bellissima testimonianza di vita

“Se suoni in un gruppo rock come il nostro devi parlare di cose di cui gli altri non parlano.” Queste le parole di Manuel Agnelli in un’intervista di qualche tempo fa, ed effettivamente Folfiri o Folfox è un disco che ha tanto da raccontare, già nel titolo sono annunciate le tematiche forti e inusuali che l’album toccherà: Folfiri o Folfox sono due protocolli medici riguardanti la cura del tumore al colon. Manuel ha perso da poco il padre di tumore, molti dei componenti del gruppo hanno vissuto l’esperienza della perdita di persone care a causa di questo male. Ma Folfiri o Folfox non è un disco sulla morte, il filo conduttore è il tumore, quel grande male di cui nessuno parla in musica, un tabù enorme, che resta avvolto nel silenzio mentre porta via persone care.
Non è un disco cupo, come facilmente potrebbe essere viste le tematiche, “ perché il dolore se non ti annienta ti fa trovare energie che non pensavi di avere.”. Ed è in questo momento esatto che si colloca l’album, quel momento in cui trasformi il dolore e la sofferenza in qualcos’altro, e senti che sei sopravvissuto; non un disco che parla di morte, dunque, ma di perdita e rinascita, della forza a cui ti aggrappi quando tutto attorno crolla, della chiusura di certi cerchi, la volontà di reazione, il cambiamento, il passaggio di energia. Sono queste le tematiche del disco, la perdita è il punto di inizio e non d’arrivo e per farcele stare tutte ed avere una chiave di lettura è stato necessario un disco doppio, una scelta fuori moda di cui gli Afterhours vanno molto fieri.
Diciotto tracce, un doppio album che esce nel pieno delle polemiche che hanno investito Agnelli per la scelta di entrare nel vortice dei talent show, accettando il ruolo di giudice per l’edizione di X Factor di quest’anno. Eppure i conti in fondo tornano: nella seconda traccia dell’album, “Il mio popolo si fa” , emerge la disillusione di aver vissuto gli anni in cui si pensava di poter cambiare il mondo, ma il mondo fa fatica a cambiare.
La mia generazione visse nella bugia che il mondo poteva cambiare ma se non puoi fare niente di bello devasta qualcosa di bello”
Un brano molto rock, che ristabilisce da subito il contatto con i fan più fedeli. In un’intervista di maggio rilasciata a Repubblica Manuel dice di aver sempre pensato che ognuno sia artefice del proprio destino e di aver, per questo, sempre cercato, in qualche modo, di lottare contro la situazione di autoesilio della scena rock indipendente, usando anche Sanremo come un luogo per dire delle cose che non trovavano altri spazio di espressione. “Bisogna usare i mezzi che si hanno a disposizione. Non credo più nella riserva indiana del ‘programma di qualità’: se ne parla da troppi anni e non succede mai niente. L’alternativa non esiste più: è solo una parola vuota che definisce un genere musicale e non è neppure un genere musicale più libero degli altri. Oggi, anzi, è sempre più spesso vincolato a egoismi e a un’estetizzazione estenuata, è solo moda, non è neanche più un’attitudine. Bisogna andare dove c’è la gente ma naturalmente portando se stessi”.
Le parole di Manuel danno l’immediata, concreta misura rivoluzionaria del suo percorso artistico, della scelta di partecipare a X Factor, della capacità di non essere mai uguale, di non chuidersi negli estetismi e di credere sempre nelle proprie scelte, della forza dirompente dell’album appena uscito, che conferma l’indole avventurosa e sperimentatrice che ha sempre contraddistinto gli Afterhours, e che li vede maestri nella ricerca di nuove sonorità e abili narratori delle loro storie. Il rock deve essere pericoloso, incontrollabile, deve parlare di cose di cui gli altri non parlano con una schiettezza diversa, e deve farsi ascoltare.
Folfiri o Folfox vede il gruppo per la prima volta alle prese con una nuova formazione: Fabio Rondanini dei Calibro 35 ha sostituito il batterista storico Giorgio Prette e Stefano Pilia (Massimo Volume, In Zaire e tanto altro) alla chitarra al posto di Giorgio Ciccarelli. Le new entry hanno favorito, all’ interno dell’album, l’incontro di mondi sonori molto diversi tra loro ed ne hanno fatto un disco coraggioso, orientato verso sonorità rock aggressive e sperimentali, ma in cui ci sono anche tanta lirica e poesia.

Ad aprire le danze è “Grande”, una promessa urlata, un patto immaginario di Manuel col padre per cui non sarebbero mai morti.
“Avevamo un patto io e te e l’hai tradito tu perché io diventassi grande. Scoprendo che il dolore non era la destinazione vera, che tutto è folle ormai ma in questo sogno qui noi non moriamo più e non moriremo mai.”Prima chitarra e battiti, poi l’innesto di tutti gli altri strumenti, una tensione emotiva da subito portata alle stelle. “Tuo padre nel suo letto, tu guardi la tv e ti chiedi se hai risposto ai suoi occhi con i tuoi: che sai navigare in un mare d’amore anche senza di lui..”.
A far riferimento diretto al recente lutto anche “L’odore della giacca di mio padre”, un pezzo molto introspettivo, basato sul dialogo tra il piano e il violino di D’ Erasmo, protagonista anche in “Ophryx”, pianta appartenente alla famiglia delle orchidee, ritratta sulla copertina del disco.
Il riferimento è diretto, ancora, nella title track “Folfiri o Folfox”, incentrata sui protocolli sanitari per la chemio, un brano di denuncia a tratti ironica di problematiche reali e in “Ti cambia il sapore”, che parla delle alterazioni provocate su psiche e fisico dai cicli di chemioterapia.
Momenti grintosi come in “Il mio popolo si fa” e “Fa male solo la prima volta”, fanno da contraltare a pezzi musicalmente ora più scarni, come in “Noi non faremo niente”, ora più immediati e lineari, come la bellissima “Non voglio ritrovare il tuo nome”, che ha anticipato l’uscita dell’album a maggio e la ballata “Né pani né pesci”, ora più contorti come in “Cetuximab”, nel cui titolo ritroviamo ancora il riferimento ad un trattamento farmaceutico antitumorale. I registri musicali utilizzati sono molteplici, ed è evidente che l’entrata dei due nuovi componenti, che è stata una scommessa per gli Afterhours, si è rivelata una mossa vincente, l’accostamento di mondi musicali diversi ha reso il disco eterogeneo e compatto.
Folfiri o Folfox si chiude con “Se io fossi il giudice”, un po’ la chiave di lettura di un album sicuramente meno immediato di quelli precedenti, che va ascoltato più volte per essere capito, ma denso, maturo, profondamente appagante, certamente una perla destinata a fare la storia del rock italiano.
“Oggi svegliandomi ho realizzato che tutto il resto è stupido, voglio provare a vivere, che ci sia luce oppure sia oscurità, cammino come un uomo e parlo come un uomo”
E’ cosi che gli Afterhours riescono a far uscire un album incentrato sul dolore, sulla morte, sul racconto di un male incurabile e ne fanno una bellissima testimonianza non di morte, ma di vita, un’esperienza di rinascita.

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Paola Varricchio

Napoletana di nascita e di appartenenza.
Nel 2010, da una coabitazione con tre amici in un appartamento-bed&breakfast nel cuore del centro storico napoletano, comincio, quasi per gioco, un' avventura chiamata Frammenti: l'apertura di uno spazio di condivisione e di ascolto.
Una cantina, un piccolo palco, l'amplificazione presa in prestito, cuscinoni a terra e tavolini ikea, poi l'acquisto di un pianoforte, il susseguirsi di rassegne musicali dedicate al cantautorato ed alla musica indipendente. D'estate l'organizzazione di alcune date fuori da casa nostra, in luoghi all'aperto ma sempre privati, intimi e quotidiani, che esprimessero vissuto e condivisione. Poi, ancora, alcune date che ci hanno aperto non porte ma portoni, come quello bello grosso del Maschio Angioino. Sei anni indimenticabili, dove affondano le radici del mio amore per la musica indipendente, non quella dei grandi palchi, ma quella appassionata delle grandi sensibilità che, spesso, nascono nelle cantine come la nostra, e tante volte ci rimangono.

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