Recensioni

Aerostation – Aerostation

Claudio Prandin
Scritto da Claudio Prandin

Un talentuoso duo che si unisce per esplorare nuovi spazi del prog rock

Nel 1804 il presidente degli Stati Uniti Thomas Jefferson sponsorizzò una missione rischiosa quanto ambiziosa che offriva grandi speranze per lo sviluppo del suo neonato paese: la conquista del selvaggio ovest; lo scopo principale era quello di studiare le tribù dei pellerossa, la flora e la fauna di quella zona remota ma soprattutto scoprire, conoscere, studiare; in una sola parola “esplorare”. Per la buona riuscita della missione scelse Meriwether Lewis e William Clark che grazie alle loro diverse competenze ma soprattutto alla loro amicizia fornivano ampie garanzie di riuscita.
Mossi dalla stessa missione (quella di “esplorare”) due ottimi musicisti nostrani si sono uniti formando un duo eterogeneo, particolare, e proprio per questo perfetto per rendere vincente la loro proposta: Alex Carpani è uno dei migliori tastieristi italiani che si prodiga anche come cantante e produttore; con la sua Alex Carpani Band ha pubblicato quattro dischi e ha collaborato con David Cross (violinista dei King Crimson), Le Orme e Bernardo Lanzetti della PFM.
Gigi Cavalli Cocchi è l’ottimo batterista che ha accompagnato (tra i tanti) Ligabue e i C.S.I. Ha lavorato con tantissimi artisti prog come David Jackson dei Van Der Graaf Generator e John Ellis (chitarrista di Peter Hammill e Peter Gabriel). In questo disco il suo drumming è molto vario e sempre presente; il mixaggio mantiene alti i suoi volumi in modo che non detti solo i ritmi ma spesso delinei il carattere delle canzoni.
A questo duo si è unito un comprimario di lusso, il bassista Jacopo Rossi che si lascia apprezzare per i suoi arrangiamenti melodici ma sorretti da un ottimo groove; vale la pena sottolineare il feeling con la batteria con la quale opera in perfetta sincronia.
Questo power trio ha pubblicato un bel disco progressive condito da incursioni nel rock più raffinato e da sprazzi di elettronica, il tutto impreziosito da ritmi a volte hard rock a volte intimi e pacati.
Potrà forse sorprendere il fatto che non compare quasi mai la chitarra, strumento principe del rock: le ritmiche, gli assoli e i riff che di solito vengono suonati da questo strumento sono eseguiti dalla tastiera; capita spesso durante l’ascolto di sentire un riff elettrico e di pensare: “Ah, no! La chitarra c’è, eccome”; ma ad un secondo riesame risulta chiaro che è la tastiera a simulare, imitare, i suoni e le ritmiche della chitarra; ciò potrebbe far pensare a un difetto, a qualcosa di cui si può sentire la mancanza ma non è così: questa opzione non fa rimpiangere la chitarra perché le soluzioni alternative proposte sono così godibili e peculiari che è quasi divertente scoprire come uno strumento possa sostituirne un altro anche se così dissimile. Quindi più che una perdita o una sottrazione ci troviamo di fronte ad un valore aggiunto che sapranno gustare anche gli appassionati delle sei corde.
Ognuno degli undici brani propone qualcosa di apprezzabile ma i miei preferiti rimangono la cavalcata strumentale di Long Distances con i suoi riff tastieristici frizzanti e azzeccati, The Ghost Bride con un giro di basso coinvolgente e le splendide melodie di Fourteen Days Of Lightness. Nel “Mercante di Venezia” di Shakespeare, Lorenzo sostiene che: “Gli occhi selvaggi si placano in sguardi mansueti per il dolce potere della musica”
Quella degli Aerostation ha senz’altro placato i miei occhi e (come hanno fatto Lewis e Clark con il West) li ha resi meno selvaggi.

https://www.youtube.com/channel/UCkA_p9xvFq1_ReINbDKpcKA

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