Cookie Policy

Arti e Spettacolo Recensioni

Wim Wenders – Tokyo-Ga

Michele Tarzia
Scritto da Michele Tarzia

‘Tokyo-Ga’ ovvero, la persuasione didattica dell’immagine

“E’ raro nel cinema d’oggi che tali momenti di verità si riproducano, che gli uomini e le cose si mostrino come sono.” W. Wenders

In mente mi passano le immagini di una metropoli caotica, colorata e rumorosa. Ci troviamo a Tokyo, nel film di Wim Wenders.
Un abbaglio, o forse un ricordo, e subito tornano in mente alcuni frammenti di Viaggio a Tokyo (1953) di Ozu. La voglia di rivederlo è tanta, soprattutto dopo anni passati dall’ultima visione.
Ma per il momento mi fermo al 1985, anno in cui esce nelle sale Tokyo-Ga. Questo è un anno importante per me. Ci sono nato e, come conseguenza di vita vissuta, da li a qualche tempo avrei amato il cinema più di ogni altra cosa.
La correlazione tra il film di Wenders e la mia nascita è ben lontana dall’essere romantica, lungi anche dal sentimentalismo del cinema wendersiano. Ma se di “amore” possiamo parlare, allora è che il cinema mi ha donato, tanti anni dopo, questo film, Tokyo-Ga appunto, divenendo fonte di ispirazione per il mio percorso di filmmaker.
Il cinema è (per me), merce indispensabile, un continuo scambio reciproco di esperienze quotidiane, di desideri proibiti e di amori ricercati. La potenza evocativa del cinema di Wenders (personalmente lo preferisco fino a un determinato periodo della sua filmografia) è stata come una ri-scoperta del mondo. Vivere attraverso quella sensazione di disorientamento totale, immerso nella profonda colonna sonora delle sue ambientazioni e perdutamente innamorato dei lunghi e spaziali silenzi del suo meta-cinema. E di come, guardando i suoi film, nello specifico questo sopra citato, la perdizione e lo straniamento delle mie percezioni, prendano il sopravvento durante tutta la visione. Come un viaggio non desiderato che ti cattura e ti porta in un mondo altrove, lontano. Questa è una sensazione che mi coinvolge ogni qualvolta guardo i suoi film.
Ma si sa, la prima idea che viene in mente pensando al suo cinema è di sicuro il ‘viaggio’.
Il viaggio diventa emblema di una filmografia costellata di città che ha studiato, visitato, vissuto e soprattutto filmato. Lui, un “viaggiatore” che racconta il viaggio come atto di esplorazione sociale e non come momento di spostamento. E proprio Tokyo, in un modo o nell’altro, che definisce uno dei molteplici viaggi “esplorativi” di Wenders.
Per quanto Tokyo-Ga possa sembrare un film omaggio al regista Yasujirō Ozu, l’evidente ricerca di Wenders nella ri-scoperta della metropoli giapponese ci porta a pensare, invece, all’evoluzione dell’uomo e della sua funzione nella società. Un mutamento che negli anni ha visto trasformare la umile vita quotidiana catturata da Ozu allo sconvolgimento e al cambiamento repentino della globalizzazione attraverso piccoli ma sostanziali incursioni della cultura americana.
Perché parlare di questo film e perché rivederlo oggi?
A distanza di anni, ascolto la voce di Wenders che narra con una voce fuori campo alcune sue riflessioni sul concetto di “MU”, un antico ideogramma giapponese che significa (il Nulla, il Vuoto) mentre scorrono delle immagini notturne di un treno. << Era questo l’incredibile dei films di Ozu, soprattutto gli ultimi. Tali momenti di verità, non erano solo dei momenti, ma una verità estesa, dalla prima all’ultima immagine. Erano films che parlavano della vita stessa, nei quali si rivelavano uomini, cose, città e paesaggi. Una tale rappresentazione della realtà, una tale arte, non esistono più nel Cinema. Lo erano un tempo. MU… Il Vuoto. Ecco che cos’è che regna attualmente >>.
Del resto, dal 1985 ad oggi son passati 33 anni, e il concetto espresso da Wenders non è dimenticato, bensì persiste nella nostra memoria collettiva, o meglio, nel presente che viviamo. Questo è un film che diventa uno strumento di studio, un momento didattico per conoscere il cinema. Lo studio dell’immagine ci porta alla consapevolezza di definire una conoscenza, di capire che ciò che vediamo, ascoltiamo o proviamo non nasce semplicemente da uno stimolo primordiale di apprendimento, bensì, molte volte, come nel mio caso con il film di Wenders, attraverso l’ausilio di contenuti che per la prima volta guardiamo e che indirettamente entrano in noi con delicatezza, quasi a voler essere parte del nostro modo di vivere.
Ma sappiamo anche, che la persuasione delle immagini, meno in quegli anni, forte e d’impatto soprattutto oggi, entra in noi con determinata irruenza, rendendoci succubi di situazioni e/o contenuti che mai avremmo desiderato di recepire.
Kalle Lasn, filmmaker e attivista estone, nel suo libro Culture Jam (Mondadori, 2004) parla di come la società dei consumi avrebbe portato all’inevitabile disastro della cultura mondiale.
Scrive: << A un certo punto, il sogno ha iniziato a guastarsi. Abbiamo cominciato a ricevere messaggi sempre più insistenti e controversi. La televisione stava accesa tutto il giorno e i nostri figli se ne stavano là seduti per un numero incredibile di ore >>.
Proprio di quella TV che Wenders riprende e descrive in Tokyo-Ga, quel parallelismo sociale che stava gradualmente entrando nelle case delle persone, e lentamente le stava allontanando dalla quotidianità tenera e ordinata della Tokyo mitica dei film di Ozu.
Si stava già palesando il nulla negli anni in cui Wenders filmava la ‘nuova immagine’ di Tokyo, quel senso di globalizzazione che stava arrivando a persuadere tutto il mondo, attraverso la manipolazione e la diffusione di una cultura di massa.
Oramai siamo così abituati a tacere che non riusciamo più a percepire il progresso della disintegrazione sociale, e la perdita dello sguardo, e non del vedere, ci fa ritrovare in un limbo, nel nulla contemporaneo, e ci sentiamo addosso quell’essenza di inefficienza che ci porterà inesorabilmente alla condizione di non poter decidere più con le nostre facoltà.
Ebbene, le immagini che scorrono in Tokyo-Ga, ci aiutano a capire come il cinema possa diventare uno strumento di manipolazione, o come in alcuni casi, di rivoluzione. La macchina da presa che filma (in inglese il termine “riprendere”, “filmare” si traduce con “shoot” appunto, sparare) ci aiuta a vedere ciò che altrimenti rimarrebbe nascosto. Come nel finale di un altro film di Wenders, Lo stato delle cose (1982), dove il protagonista, Friedrich, con una Super 8 in mano, si rialza da terra pronto a “sparare”, filmare verso il Vuoto.
Questo ‘Vuoto’, il MU, impresso nella lapide del regista giapponese Ozu, che rimanda al pensiero orientale, forse, ci ricorda come la paura del nulla possa non solo essere percepita come assenza di qualcosa, ma anche, come un’entità che turba e di cui aver paura.

About the author

Michele Tarzia

Michele Tarzia

error: Sorry!! This Content is Protected !!