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Interviste

Willie Peyote – L’Intervista

Giovanni Panebianco

“si parla di libertà di espressione e della necessità di esprimersi senza aver paura di dire la propria e neanche di avere l’incontinenza di dirla per forza”

Tra gli artisti rivelazione degli ultimi anni annoveriamo sicuramente Willie Peyote, artista torinese per certi versi inclassificabile con il suo Rap dal sapore Indie. A breve partirà per il suo tour chiamato “L’Ostensione Delle Sindrome” e in questa chiacchierata esclusiva ci siamo fatti anticipare molte cose riguardo il suo show e il suo futuro in generale.

L’Ostensione Della Sindrome Tour è composto da una manciata di date in cui verrai accompagnato dalla Sabauda Orchestra Precaria. Che tipo di spettacolo dobbiamo aspettarci?

Sarà la prima volta che portiamo in giro per tutte le tappe anche la sezione fiati al completo, quindi ci si può aspettare uno spettacolo molto più vario, avendo anche un maggior numero di musicisti sul palco rispetto a quest’estate. Per il resto facciamo un repertorio variando ulteriormente la scaletta rispetto al tour estivo. Saranno gli ultimi concerti per un po’ di tempo, quindi l’ultima occasione per vedere live le canzoni de La Sindrome Di Toret.

Nel tuo ultimo disco, La Sindrome Di Toret per l’appunto, si avverte un’esigenza di esprimere la propria opinione e di abbandonare l’immobilismo mentale che sta affliggendo la nostra Nazione. E’ giusto questo concetto?
In realtà sì, perché si parla di libertà di espressione e della necessità di esprimersi senza aver paura di dire la propria e neanche di avere l’incontinenza di dirla per forza. C’è come una doppia lettura del dire la propria opinione, cioè non avere timore di farlo, ma di non farlo a sproposito. E’ questo l’incipit del disco.

E questo bisogno impellente da dove nasce?
Dal fatto che viviamo in un’epoca in cui tutti parliamo molto e spesso a sproposito, però poche volte prendiamo posizione, quando nel farlo si mette a rischio il proprio orticello.

Questo dipende anche dall’avvento sempre più imperioso dei social?
Sai, la comunicazione è cambiata: è molto più immediata e non è più frontale, ma avviene dietro a uno schermo. Questo in qualche modo ti deresponsabilizza, variando obbligatoriamente i fattori in campo. Il disco affronta nello specifico il tema di come attraverso la tecnologia, intesa come mezzo, è cambiato profondamente il modo di comunicare.

Sei stato ospite nell’ultimo album dei Subsonica, Otto, nel brano “L’Incubo”. Come è venuta fuori questa collaborazione, considerando che siete tutti di Torino?
L’essere di Torino ha reso tutto più facile, ovviamente. Sono sempre stato un grande fan dei Subsonica e quando ho ricevuto la chiamata di Max Casacci ne sono stato onorato. Ne è nata una collaborazione molto naturale, vissuta con reciproca stima e rispetto.

Insieme a Frah Quintale, Coez e altri artisti state sviluppando un sotto-movimento identificabile come Indie Rap, citando, tra l’altro, il tuo brano “I Cani”. Che ne pensi di questa definizione? E’ calzante?
Nella canzone “I Cani” prendo in giro questa definizione che mi è stata affibbiata già qualche anno fa da un amico di Bologna. Non saprei. Ti posso dire che faccio un genere ibrido. Comunque io e gli altri due artisti che hai citato facciamo tre cose completamente diverse tra loro. Il bello è che c’è varietà. Aggiungerei anche Coma_Cose, Dutch Nazari o Mecna. Ognuno ha un suo modo di declinare nuovi ingredienti, riprendendo, però, anche la tradizione. Che poi è quello che facevano i Subsonica una volta: prendevano la musica italiana, la sua vocalità, applicandola a generi diversi. Quindi noi che siamo più legati all’Hip Hop, siamo più semplici da etichettare. Oggi si fa in fretta a mettere un’etichetta a qualunque cosa. Indie Rap, Graffiti Pop, Street Pop, si può chiamare in tanti modi.

Com’è essere un alfiere del Conscious Rap, ora che il movimento spinge a manetta verso la Trap?
E’ un falso mito tutto italiano che il Rap debba parlare solo di temi politici. Il Rap nasce anche come musica da party e come metodo di rivalsa sociale. Ci sta anche la poetica della Trap. Io non del tutto la capisco, però non parto prevenuto. Se una musica funziona bisogna capire anche perché funziona, senza paraocchi. Limitarsi a dire che è merda è veramente da imbecilli, nel senso che non migliora nessuno. Io non ho quel tipo di atteggiamento.

Credits foto di copertina di Sebastiano Bongi Tomà

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