La soffitta

Whitewood

Fortunato Mannino

Le tematiche fondamentali dell’album sono esplicitate nella copertina: un disegno in bianco e nero, macabro ed ingenuo nello stesso tempo, che ha però il grande merito di non lasciare alcun dubbio nell’osservatore.

“Inviaci le tue canzoni e noi ne faremo un disco!”. A cavallo tra gli anni ‘60 e ’70 non era difficile imbattersi in annunci di questo genere. Annunci che si prestano a diverse riflessioni, l’unica che sottopongo alla Vs attenzione la concretizzo in una parola: BUSINESS. La produzione, pubblicazione e diffusione di questi Lp aveva due scopi ben precisi: scovare il grande cantautore, il che avrebbe significato sfondare o, in alternativa, guadagnare sulle velleità artistiche del prossimo. In entrambi i casi la casa discografica non avrebbe perso un dollaro ma guadagnato! L’aspirante cantautore, infatti, si occupava del pagamento di tutte le spese e la casa discografica si occupava della distribuzione alle radio ed eventualmente della pubblicità. Inutile dire che, nella maggior parte dei casi, il risultato finale era talmente scadente che sia l’autore dei testi sia i musicisti optavano per l’anonimato. Certo si potrebbe discutere dell’opportunità ma…
La Rockadelic Records, impegnata ormai da anni nella ricerca e nella pubblicazione di LP rari, ha rintracciato e ripubblicato (tiratura strettamente limitata a 500 copie) uno di questi LP a nome Whitewood. Oltre al restauro del nastro originale, è stata elaborata anche una copertina, l’album originale, a quanto sembra ne era privo, e non stentiamo a crederci.
Fatte questa premesse possiamo tranquillamente affermare che esistono diversi approcci a questo LP. Uno potrebbe essere puramente speculativo: compro una copia oggi, la conservo e tra qualche anno la rivendo. Le quotazioni oggi oscillano fra i 55 e i 160 dollari e, considerata la tiratura e un mercato collezionistico mai in crisi, non è difficile prevedere che le quotazioni non potranno che salire.
Un secondo approccio potrebbe essere quello puramente musicale ma, sarebbe quello più sbagliato. Se i musicisti e l’autore delle canzoni hanno preferito l’anonimato un perché ci sarà!
L’unico possibile, a mio modesto parere, è quello storico. Ovvero incastonare musica e testi in un contesto socio-culturale. Solo così un album, non propriamente eccellente ma neanche decisamente scarso, può trovare la sua giusta dimensione.
Le tematiche fondamentali dell’album sono esplicitate nella copertina: un disegno in bianco e nero, macabro ed ingenuo nello stesso tempo, che ha però il grande merito di non lasciare alcun dubbio nell’osservatore.
Un’altalena rotta sulla quale giace lo scheletro di un hippy. Il simbolo della pace che portava al collo è stato strappato via e gettato in terra; la sua maglietta con la scritta PEACE e i pantaloni a fiori sono intatti ma hanno perso il corpo che orgogliosamente li indossava. Il particolare macabro sta nel fatto che a quello scheletro sono stati amputati gli avambracci. Intorno si aggirano, in modo sinistro, gli avvoltoi. Sullo sfondo una chiesa diroccata. Il messaggio è chiaro come la poesia che è possibile leggere sul retro: la pace è un’utopia che muore negli interessi dell’industria bellica, la quale non solo ha infranto i sogni di una generazione ma l’ha annientata in un inferno chiamato Vietnam. L’autore delle liriche aveva in mente quel mattatoio nel quale si infrangevano i sogni di pace di una generazione.
L’album viene pubblicato per la prima volta nel 1970 e musicalmente, come detto, presenta diverse pecche. Innanzitutto dal punto di vista sonoro: le condizioni del nastro non erano ottimali e il missaggio è approssimativo e frettoloso. Dal punto di vista prettamente musicale diremo che si tratta di uno psych-garage in cui vi sono spunti decisamente interessanti e brani decisamente mediocri o appena abbozzati.
Whitewood (nome del gruppo e titolo coincidono) si sviluppa in 12 brani per un totale di 38 minuti. Tra i brani più significativi ricordiamo Volcanic Eruption, Pandemonium, Whitewood e Victim Of My Mind. Interessante ma, purtroppo, incompleto e mal registrato è il tema dell’ultimo brano Another Second Chance (for the victims).
Su alcuni forum si sottolinea la differenza qualitativa tra il lato A e il lato B. Quest’ultimo è considerato non solo musicalmente migliore, ma viene attribuito a tale Arthur Braun, il quale sarebbe anche l’autore dei testi e il produttore dei Whitewood.
La verità non so quale sia. Il fatto certo è che nella ristampa curata dalla Rockadelic Records si ribadisce che i membri della band e l’autore dei testi sono sconosciuti e…tocca fidarsi. In ogni caso, sapere chi ha scritto e musicato i brani, ci aiuterebbe sì a capire meglio come nasce il progetto Whitewood ma, credo, che la cosa più importante sia aver sottratto l’album all’oblio del tempo.

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