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Interviste

Vittorio De Scalzi, Intervista

Giovanni Panebianco

Il Prog c’è ancora in realtà. E’ una delle cose che sono rimaste di quegli anni. Ancora adesso mi fa girare il Mondo.

Ancora una volta in terra marchigiana. Ancora una volta una grande intervista. Questa volta un pezzo di storia della musica italiana e internazionale: Vittorio De Scalzi dei New Trolls, intervenuto come ospite al concerto degli alunni dell’Istituto Comprensivo “Don Bosco”di Tolentino. La cornice di questo scambio di battute è stato di nuovo lo splendido Castello Della Rancia della città delle Marche.

Puoi parlarci del tuo ultimo lavoro, L’Attesa?
L’Attesa si chiama così perché erano sette anni che non facevo un disco. Vi ho messo insieme sette anni di brani messi da parte. La canzone di traino è proprio “L’Attesa” ed è anche l’ultima in ordine di tempo che ho composto. Alla sua realizzazione mi ha dato una mano Zibba, col quale avevo già avuto un’esperienza su un suo disco.
L’unico pezzo dove ho un ospite è il Blues in inglese “Ordinary Pain”, dove c’è Paolo Bonfanti alla chitarra. Non è un concept album perché ho radunato sette momenti diversi della mia vita, anche se contiene dieci brani. Ho dato particolare attenzione ai testi in quanto sono miei stati d’animo che cerco di comunicare a chi ascolta, visto che per me la musica è sempre stata un amplificatore emozionale. Ti spiego il concetto: se hai delle parole da dire e trovi la musica giusta, quello che stai dicendo crea ancora più emozione. Devi far incontrare le due cose per aumentare l’emotività. C’è un pezzo dedicato a Pino Daniele, che ho conosciuto all’inizio della sua carriera. La mia era già cominciata da un pezzo (ride, ndr). Mi trovavo in un locale qui sull’Adriatico intorno agli anni ’70. Lui aveva i capelli lunghi e la giacca di pelle con le frange. Un mio amico manager mi disse : <<Ti porto a vedere uno che fa il Blues in napoletano>>. Io ero scettico e andai un po’ prevenuto. Invece rimasi colpito tantissimo.

Che rapporto hai con Genova, la tua città, e gli artisti genovesi?
Mi sono trovato a lavorare con Fabrizio De André più di una volta. Il primo disco dei New Trolls, Senza Orario, Senza Bandiera, porta i testi di De André che io perseguitavo quando andavo al mare. Lui aveva nove anni più di me, andavamo allo stesso stabilimento e con una chitarrina a pile di plastica gli davo il tormento. Mai avrei pensato che pochi anni dopo avrebbe scritto le parole sulla mia musica. Da lì siamo diventati amici e mi ha voluto anche a suonare nella famosa Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Con Umberto Bindi ho fatto una canzone che amo ancora adesso, portata al Festival di Sanremo del ’96. Si chiama “Letti”, con i testi di Renato Zero. Siamo arrivati ultimi alla serata finale (risate, ndr). Ero amico di Lauzi e di striscio ho conosciuto Tenco, quando ero ragazzino. Due grandi.

Che ricordi hai del Prog negli anni ’70?
Il Prog c’è ancora in realtà. E’ una delle cose che sono rimaste di quegli anni. Ancora adesso mi fa girare il Mondo. Sono legato a quella corrente perché propongo tutt’ora Il Concerto Grosso con varie orchestre. Prossimamente, ad esempio, ad Ivrea con la Sinfonica di Sanremo. L’anno scorso abbiamo organizzato un evento a Napoli per festeggiare i cinquant’anni di carriera. Per puro caso il tutto si tenne nel più bel teatro d’Europa, il San Carlo. Avevo tanti ospiti. E’ venuta Patty Pravo, Drupi, I Neri Per Caso e c’erano le band Prog: gli Osanna, Aldo Tagliapietra de Le Orme, il batterista dei Jethro Tull, Clive Bunker, che è simpaticissimo. E’ stata una festa stupenda.

Com’era nata l’idea del primo Concerto Grosso?
Era la colonna sonora di un film che si svolgeva a Venezia, dal titolo La Vittima Designata. Bacalov, da bravo professionista, scrisse musica barocca. La trama del film, però, era più Rock. Era una specie di suicidio su commissione: un tizio pagava un killer per farsi uccidere. Il nostro produttore di allora, Sergio Bardotti, ebbe l’idea di unire questi mondi diversi che erano la musica classica e quella Rock. Così nacque Il Concerto Grosso che all’epoca vendette un milione di copie. Un record.

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