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Recensioni

Una Stagione all’Inferno – Il Mostro di Firenze

Fortunato Mannino

E’ un album intenso, inquietante ed emozionante allo stesso tempo

Il tempo rimargina tutte le ferite è una delle frasi fatte a cui sono meno affezionato. Appare ai miei occhi più come un’amara rassegnazione che una rassicurante consolazione. Esistono poi situazioni e ferite che il tempo non solo non guarisce, ma le trasforma in rabbia acuendo il dolore di chi le ha vissute direttamente e lo sgomento di chi le rivive indirettamente attraverso il ricordo. Oggi, come avrete intuito, viaggeremo attraverso lo spazio-tempo e la prima tappa è al 1997. In quell’anno si formavano i Una Stagione all’Inferno gruppo rock italiano che, all’epoca, firmò un solo singolo prima di dissolversi in screzi e diverbi.
Nel 2011 Fabio Nicolazzo e Laura Menighetti, fondatori del gruppo, riprendono le fila del discorso, ricostruiscono intorno alle loro figure artistiche un nuovo gruppo e si dedicano al concept, che presentiamo oggi e che è uscito per la Black Widow Records nel maggio del 2018. Sono tanti sette anni? Sicuramente è questa la domanda che vi starete ponendo e la risposta, ahimè, è nelle prime righe di questa recensione. Il concept è ambizioso, bello, intenso, suonato egregiamente ma… Riapre ferite che il tempo non ha ancora, ammesso esista questa possibilità, cicatrizzato.
Il Mostro di Firenze è il titolo del concept e il perché di quanto fin qui scritto. E a questo punto dobbiamo tornare ad una delle vicende più torbide e mai realmente chiarite degli ultimi cinquant’anni. Sul banco degli imputati, per l’omicidio e lo strazio dei corpi di giovani coppie, sono saliti i famigerati compagni di merende, ma i veri mandanti di quei delitti efferati non sono mai stati incriminati. Mandanti eccellenti che, per modalità e ritualità, si è ipotizzato ruotino intorno al mondo dell’occulto e che mai si è riusciti ad individuare. Scenario questo che farebbe rientrare l’uccisione e la mutilazione dei corpi in un orrido rituale. Un segreto, dunque, che difficilmente verrà svelato e che trova il suo spazio sonoro, non a caso, in Unknown Secret ghost track che chiude l’album.
Ultimamente si è ipotizzato che l’autore di quei delitti sia il tristemente famoso serial killer Zodiac ma… L’unica certezza è che ancora tutta questa triste vicenda resta nebulosa e misteriosa. Torniamo adesso all’attualità e al concept che Una Stagione all’Inferno ci ha regalato. È un viaggio nei meandri dei lucidi pensieri di un folle e nelle paure e nella tristezza di quei giorni. Le mille voci del buio della notte, i rumori di fondo, i jingle macabri, le voci dei telegiornali rappresentano spesso i traits d’union tra un brano e l’altro e contribuiscono non poco a costruire quelle atmosfere macabre e oscure dell’album. Non mancano comunque le ballate tristi e La Ballata Di Firenze è il momento più significativo ed emozionante dell’intero album. L’enigma Dei Dannati, altro momento topico dell’album, ci riporta con i suoi toni più drammatici, inevitabilmente, alla cruda realtà dei fatti.
Come ho scritto all’inizio, si tratta di un album intenso, inquietante ed emozionante allo stesso tempo, soprattutto per chi quel periodo l’ha vissuto e temuto. Dal punto di vista musicale, come suggerisce la stessa Black Widow Records, rientriamo nel genere Obscure Symphonic Prog e ne consiglio vivamente l’ascolto ma… perdonatemi, non riesco a definirlo né bello né interessante, perché il tempo certe ferite non le rimargina.

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