Recensioni

Syndone – Misoginia

Fortunato Mannino

I Syndone ripropongono all’attenzione dell’ascoltatore il problema atavico della discriminazione femminile.

Le luci di quel carrozzone chiamato festival si sono spente qualche mese fa e ancora per qualche tempo le finte polemiche terranno banco anche nei telegiornali nazionali, magari tra una notizia di cronaca nera e le devastazioni provocate dai cambiamenti climatici. Come sempre faccio da 49 anni a questa parte, non ne so nulla e nulla ne voglio sapere perché, soprattutto negli ultimi decenni, di nulla si tratta. Un nulla musicale, ma un chiaro specchio dei nostri tempi e, forse, è questo l’unico motivo per parlarne… In altra sede. Non mi si prenda per snob per quella che è una mia personale opinione, perché snob non sono. Osservo i fenomeni sociali, rispetto gli ascolti altrui, ma amo la Musica e detesto la libertà condizionata. Ma… Mi fermo qui perché non voglio tediare nessuno e, soprattutto, perché il gruppo e l’album da cui queste riflessioni nascono, reclamano il loro giusto spazio. Loro sono i Syndone, storica band prog-rock torinese, e il titolo del loro ultimo album è Misoginia. Com’è facile intuire si tratta di un concept molto particolare e, purtroppo, molto attuale, che ripropone all’attenzione dell’ascoltatore il problema atavico della discriminazione femminile. Un problema che ha radici lontanissime e che è riconducibile anche ad allegre quanto devastanti elucubrazioni teologiche che, spesso, accomunano più religioni. Chiaro esempio di come superstizione, religione e maldicenza trovino nella donna un capro espiatorio è Caterina. La vicenda riproposta è quella triste e sfortunata di Caterina Medici, da non confondere con la regina, la cui vicenda umana commuove ancora oggi a quattrocento anni di distanza. Una vita di abusi e violenze di ogni tipo, che culminarono in un processo farsa per stregoneria. La confessione venne estorta sotto tortura e culminò col macabro spettacolo dell’esecuzione: seviziata con tenaglie roventi, venne fatta sfilare sul carro dell’inquisizione per le vie di Milano, per poi essere impiccata e bruciata in pubblica piazza.
Storie travagliate di figure note e che appartengono alla storia e alla mitologia, vedi l’iniziale Medea, ma anche di donne comuni e senza nome, vittime della follia omicida o del disprezzo di chi ne odia intelligenza e successo o, peggio, l’indipendenza. Un’indipendenza conquistata sulla carta, ma che nei fatti è lungi dall’assere riconosciuta. Un’indipendenza che ha castrato il machismo e, purtroppo, trasformato l’idiota in mostro. Uno stillicidio di anime che si consuma nell’indifferenza politica e nel fastidioso quanto inquietante cianciare delle trasmissioni televisive. Discorso complesso, richiamato alla memoria dal brano Red Shoes. Un problema dalle mille sfaccettature che riguarda l’uomo, ma non risparmia la donna, come ci ricorda 12 Minuti, storia di una serial killer. E se il problema ha mille sfaccettature, altrettante sono le sfumature di colore che la Musica regala.
I testi mai diretti e cruenti, ma estremamente poetici, sono stati pensati sia in italiano che in inglese, a riprova del fatto che il nostro prog ha un respiro internazionale. La Musica affonda le sue radici nel prog sinfonico e del prog sinfonico ha la raffinatezza e l’eleganza. Ad impreziosire l’album uscito per la Ma.Ra.Cash Records, uscito anche in vinile, la presenza di grandi ospiti: Vittorio De Scalzi (New Trolls), Gigi Venegoni (Arti & Mestieri), Viola Nocenzi (Banco del Mutuo Soccorso) e l’Orchestra sinfonica di Budapest diretta da Francesco Zago. Inutile sottolineare che la band è stata superlativa sotto tutti i punti di vista.
Forse le mie riflessioni iniziali ora verranno lette in un’altra ottica ma, se così non fosse, v’invito a riflettere su due delle tante parole usate: libertà condizionata.

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