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Sound&Vision

Steve Hackett @ Festival Tener-a-mente, Vittoriale

Claudio Prandin
Scritto da Claudio Prandin

L’anfiteatro del Vittoriale è un posto magico, che spettacolo è stato con Steve Hackett; una meraviglia

L’anfiteatro del Vittoriale è un posto magico, inserito nell’omonimo parco tra il lago di Garda e la dimora di D’Annunzio; il palco gode di una splendida vista ed è abbellito alla sua destra dalla statua del “Cavallo blu” del maestro Mimmo Paladino. Quest’estate ospita il Festival Tener-a-mente che prevede le esibizioni live di alcuni mostri sacri del rock come Jeff Beck, Marcus Miller, Pat Metheny e dei più “giovani” Franz Ferdinand e Cigarettes after sex. Questa sera tocca a Steve Hackett, storico chitarrista dei Genesis che ripropone in apertura alcuni brani del suo repertorio da solista e a seguire alcuni brani della band inglese.
La line-up di tutto rispetto è formata da musicisti sopraffini, capaci di interpretare le canzoni in modo magistrale: Roger King alle tastiere, Gary O’Toole alla batteria, Rob Townsend ai fiati (sax e flauto) e il mitico Jonas Reingold al basso e alla seconda chitarra; per cantare brani così particolari è stato chiamato Nad Sylvan per cui vale la pena fare una considerazione: cantare le canzoni dei Genesis non è affatto facile perchè Peter Gabriel le ha scritte ritagliandole specificatamente su sé stesso; occorre quindi evitare qualsiasi paragone e non sottovalutare la difficoltà di cantare brani così intimi e personali. Detto questo, se durante i brani di SH la voce di Nad Sylvan sembra leggermente fuori luogo, nella seconda parte riprende credibilità e risulta estremamente adatta e teatrale al punto giusto.
Alle 21:15 con il sole ancora visibile all’orizzonte la band sale sul palco e scatta subito l’ovazione di un pubblico formato da molti over 50 ma anche da fan più giovani. In un italiano stentato SH saluta simpaticamente il pubblico per poi cominciare lo show con alcune delle canzoni scritte come solista. I suoni della sua chitarra sono molto puliti e i volumi giustamente calibrati. Si parte con Please don’t touch un brano strumentale molto ritmato e si prosegue con Everyday che comincia con un giro di tastiere moooolto “Genesis”. L’assolo spettacolare manda subito il pubblico in visibilio.
SH introduce Behind the smoke spiegando in italiano che è un brano dedicato alla sua famiglia che dalla Polonia è dovuta scappare in Inghilterra per evitare le persecuzioni razziste; con molto orgoglio si autodefinisce (come peraltro ha fatto in precedenti concerti) un profugo e riafferma che questa canzone è dedicata a tutti i migranti. La frase “There is no turning back” è emblematica e racchiude tutta la disperazione provata da chi è costretto a lasciare la sua casa. In In the Skeleton Gallery SH propone un intermezzo strumentale in cui suona l’armonica giocando a duettare con il sax di Rob Townsend, il principale coprotagonista della prima parte dello show.
E’ il turno della splendida When the Heart Rules the Mind; SH racconta che fa parte del repertorio dei GTR, un gruppo formato insieme ad un altro mitico chitarrista del prog rock britannico: Steve Howe degli Yes. SH ci informa che questo brano è nato il primo giorno di lavoro insieme a Steve Howe. Mentre parla, entra Nad Sylvan che lo sostituisce alla voce. Il finale è scandito da un’emozionante “Follow your dreams”.
Con Dancing With the Moonlit Knight inizia la seconda parte dello spettacolo che prevede il repertorio dei Genesis. One for the vine è uno dei brani meno noti tra quelli selezionati ma rappresenta un momento molto intenso; brevi parti cantate si sovrappongono a lunghe parti strumentali producendo un ritmo ipnotico davvero splendido. Quando invece parte l’intro di tastiere di Firth of Filth il pubblico capisce di essere arrivato al punto cruciale dello show; il brano è talmente bello e famoso che non occorre aggiungere nulla, se non la sensazione che SH suoni meno che negli altri brani, lasciando spazio al sax e alla tastiera.
Alle 23:06 comincia Supper’s ready, una suite articolata e complessa ma di impatto notevolissimo; dura ben ventisei minuti che sembrano davvero un battito di ciglia; SH imbraccia la chitarra acustica e regala forse il momento migliore della serata con una lunga parte centrale da brividi. Nel finale torna alla chitarra elettrica e si esibisce in un fantastico assolo di quattro minuti; l’aspetto migliore di questo assolo non sta nella tecnica (peraltro indiscutibile) ma nel “tocco” impareggiabile di SH che non necessita di molti effetti.
Dopo una breve pausa di tre minuti, la band torna sul palco per il bis, un medley di tre brani strumentali molto vari, con una parte iniziale tirata e una finale roboante. Alle 23:45, dopo 2 ore e mezza, il concerto finisce.
In una recente intervista SH ha detto che in questo tour i brani dei Genesis sono stati “revisited” ma soprattutto “improved”, cioè migliorati dai nuovi arrangiamenti; non è facile dire se brani storici come quelli appena ascoltati possano essere migliorati ma sicuramente in questa nuova veste risultano splendidi e ancora molto freschi.

Articolo di Claudio Prandin
Fotografie di Daniele Marazzani

Ecco la scaletta completa:

1) Please don’t touch
2) Everyday
3) Behind the smoke
4) El Nino
5) In the skeleton gallery
6) When the heart rules the mind
7) Icarus ascending
8) Shadow of the Hierophant
9) Dancing with the moonlit knight
10) One for the vine
11) Inside and out
12) The fountain of Salmacis
13) Firth of Fifth
14) The musical box
15) Supper’s ready
16) Myopia / Slogans / Los Endos

 

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