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Stefano Bollani @ Teatro Augusteo (NA)

Mario Catuogno
Scritto da Mario Catuogno

Le dita di Stefano Bollani corrono veloci sulla tastiera, battono, stuzzicano, scherzano ed emozionano.

Un vero istrione, generoso al pianoforte, autentico protagonista di quel palcoscenico sul quale si presenta in maniera ironica ma anche delicata , curioso delle musiche del mondo , non necessariamente jazz, visto che nella sua ormai consolidata carriera è passato per diversi generi e stili musicali , dal Conservatorio , Enrico Rava, George Gershwin,  alla musica pop, a quella brasiliana e poi anche teatro , tv divulgativa e culturale come per il suo programma “Sostiene Bollani” su Rai3, del quale si spera  a breve un graditissimo ritorno.
Uno strepitoso Stefano Bollani ha letteralmente conquistato lunedì 11 gennaio tutto il pubblico numerosissimo (teatro tutto esaurito da settimane) del Teatro Augusteo.
L’artista non è nuovo a tali successi napoletani, come afferma lui stesso, viene spesso a Napoli per i suoi concerti ma questa volta l’occasione è particolare: la presentazione del suo terzo disco in solo “Arrivano gli Alieni” dove non solo torna a cantare, ma anzi, si propone persino come cantautore. In verità lo fa in tre dei 15 brani del disco tra i quali spicca uno spassosissimo “Microchip “e Arrivano gli alieni” che dà il titolo all’album stesso, gli altri brani sono interpretazioni straordinarie, veri gioielli della Musica, e molti sono in scaletta del concerto stesso, insieme a tanti altri del suo repertorio classico, standard jazz e bossa nova, in un’alchimia perfetta tra scelte degli stessi brani ed interpretazione sempre originale e coinvolgente.
In quasi due ore di piano solo, Bollani interpreta, distorce, esaspera, ammicca e fa in sintesi grande musica. Le dita corrono veloci sulla tastiera, battono, stuzzicano, scherzano ed emozionano.
Il rischio di un concerto di “Piano solo” è quello di non riuscire a mantenere viva l’attenzione del pubblico. Non è così per Bollani. Il legame che lo unisce al suo pianoforte è unico e il pubblico lo vive in sala. In più l’Artista aggiunge una sua particolare fisicità (il piede che batte pesante sul palco sui ritmi sudamericani, il gomito e la spalla destra che sembrano che danzino con le mani stesse per raggiungere i toni più alti delle scale musicali, il suonare in piedi per i brani più ritmati, l’abbandono dello sgabello per inginocchiarsi davanti al Fender) che, insieme alle sue doti di simpatia, dialettica, e loquacità da grande intrattenitore, ne fa il protagonista indiscusso della serata.
Non solo al pianoforte a coda che sotto le sue dita diventa un tutt’uno con il musicista stesso, ma anche al Fender Rhodes che ha iniziato a suonare con i gruppi ma soprattutto nel disco e nei concerti del Tour di Irene Grandi e con il quale si scatena.
Già dalla lunga ouverture (composizione originale del Maestro) si capisce che sarà un concerto emozionante. Subito dopo brani del repertorio classico come “La danza delle spade”, o “Quando, Quando, Quando”, “Aquarela do Brasil”, a standard jazz come You don’t know what love is, o brani famosissimi come “Matilda” di Harry Belafonte, un omaggio a David Bowie con “Life on Mars?” e a Pino Daniele con un’emozionante “Puteses esseer allero”  . Il tutto con uno stile unico, rielaborando ogni brano come solo lui sa fare, come afferma lo stesso Artista “prendendo come spesso faccio una canzone o il ricordo di una canzone e trasfigurandolo per farla diventare qualcos’altro, perché non è detto neanche che io sia innamorato della versione originale, mi innamoro dell’ossatura della canzone, quindi di qualcosa che le sta sotto e che posso scarnificare e rivestire con nuova ciccia”.
La fisicità prorompente dell’artista si trasmette dal palco alla platea, comunica, conquista tutti. La sinergia tra artista e pubblico è completa, si viaggia sulla stessa lunghezza d’onda, fino a farne un vero e proprio show quando “insegna “al pubblico come e quando applaudire senza interrompere le sue esibizioni prima del loro naturale completamento. Il divertimento puro è nel sentirlo cantare in “Arrivano gli Alieni” (gli omini verdi o rossi del nostro immaginario fantascientifico, che vengono, o meglio tornano, sulla terra per aiutare questi umani indisciplinati e cialtroni, incapaci di seguire i consigli che loro (gli alieni) hanno già dato in altre occasioni) e  “Microchip” (quest ultimo in napoletano con il tormentone ispiratogli dal suo grandissimo amico Lorenzo Hengeller “Isabellaaaaaa!/ vedi se trovi a Luca e gli dici/ che lo cerca lo zio Lino a papà…..Pasqualeeee!/ dici a Caterina…. Nunziaaaaaa!… sulla “follia” di inserire appunto uno di questi prodotti nella testa dei figli per poterli controllare a distanza. Entrambi ispirati dalla grande ironia di Renato Carosone che l’Artista adora.
Due i bis concessi al pubblico che diventano un concerto nel concerto.
Il primo, chiede al pubblico di scegliere alcuni brani, magari tra quelli che avrebbero voluto ascoltare venendo a teatro ma che non avevano ancora ascoltato e fingendo di prenderne nota sul palco con un massimo di una decina di brani, li esegue in una sorta di “incastro” straordinario, brani che vanno dai Beatles, a Morricone, da Astor Piazzolla a Frank Zappa, fino ad una versione spassosissima di “Heidi”. Il secondo nell’interpretazione scatenata da toscanaccio quale poi lui è essendo vissuto a Firenze, di un cantautore Duccio Vernacoli che aveva tradotto- in slang toscano – notissime canzoni pop, da “I will survive” di Gloria Gaynor”, diventato “Io ce la fo”, alla celeberrima “Let it be” dei Beatles, che per Vernacoli-Bollani diventa un laconico “Lascia fare”, “Strangers in the night” una bellissima “Soli più che mai “, o l’indimenticabile “My way” in “A modo mio “.
Al pubblico divertito più che mai, dedica poi un ultimo brano appunto “Arrivano gli alieni” salutandolo fino alla prossima occasione, che speriamo, sia davvero il più presto possibile, visto il carisma e la bravura di un vero Artista come Stefano Bollani.

Testo e Foto di Mario Catuogno – Spectra Foto

 

 

 

 

 

 

 

 

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Miope da sempre, la messa a fuoco manuale non è stata mai facile per me. Mi venivano bene solo i panorami. Ringrazio la tecnologia per la MAF automatica e altre diavolerie, mai soddisfatto delle mie foto

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