La soffitta Recensioni

Simon and Garfunkel – The Concert In Central Park

Claudio Carpentieri

Ladies and Gentlemen, Simon and Garfunkel !!!

All’alba del 1970 Simon and Garfunkel danno alle stampe il loro quinto ed ultimo disco registrato in studio BRIDGE OVER TROUBLED WATER che per anni a seguire sarà il disco più venduto di sempre. Le incomprensioni tra i due musicisti, già affiorate negli anni precedenti anche per i sempre più numerosi impegni di Garfunkel come attore, portarono a questa seconda interruzione (la prima risale al 1964 dopo l’uscita di WEDNESDAY MORNING, 3 A.M., il primo disco che fu inspiegabilmente un flop commerciale) della collaborazione artistica; che non evitò ai due di incontrarsi in seguito ed esibirsi insieme, seppur non più come Simon and Garfunkel. Considerando che la tournée di fine 1969 (che aveva toccato Oxford in Ohio, Carbondale in Illinois, L.B. Arena a Long Beach e Carnegie Hall a New York, tra le altre) comprende le ultime date realizzate da S&G, occasioni di condividere ancora il palco insieme furono lo show in favore del candidato democratico alla presidenza U.S.A. di George McGovern (1972) e l’esibizione al Saturday Night Live (1975), nonostante il riavvicinamento realizzato con la canzone “My Little Town” (pubblicata su STILL CRAZY AFTER ALL THESE YEARS di Paul Simon e BREAKAWAY di Art Garfunkel entrambi usciti nell’ottobre del 1975) avesse fatto ben sperare in un nuovo sodalizio.
Ci vollero ancora degli anni prima che molti nostalgici e frotte di nuovi adepti, potessero rivedere i due newyorkesi sullo stesso palco e godere di classici nuovamente riproposti. L’America non è più quella degli anni ’60 ed il passaggio ai ’70 è avvertibile a pelle sia riguardo ai cambiamenti musicali che politici, che vedranno nel gennaio del 1981 passare la presidenza da Jimmy Carter a Ronald Reagan. Non fu di certo la politica a far rivivere sul palco il mito di Simon and Garfunkel, bensì il soprintendente per la custodia e la promozione delle aree verdi dell’area metropolitana newyorkese Gordon Davis che, nel voler rilanciare una città in stand-by, diede modo di fuoriuscire da un immobilismo economico che sembrava aver fissato stabilmente le proprie radici. I potenziali profitti di questo evento avrebbero portato nelle tasche della città gli introiti derivanti dalla vendita del merchandising appositamente prodotto, nonché i diritti dalla trasmissione tv che andò in onda l’anno dopo e di cui si occupò l’emittente via cavo HBO, rendendo così possibile anche l’immissione sul mercato di cassette VHS prima e di DVD poi.
La preparazione dello show fece comunque venire nuovamente a galla le incomprensioni tra Tom & Jerry (d’altronde – oltre all’immediato richiamo al celebre cartone animato – gli pseudonimi con cui si esibivano alla Forest Hills High School di New York erano Tom Graph per Art e Jerry Landys per Paul), facendo prediligere ad Art l’orientamento per un’esibizione classica del duo con voci e chitarra; mentre Paul (che poi ebbe la meglio) voleva di nuovo arrangiare le canzoni, includendo anche brani propri con una vera e propria band.
Alle ore 18.30 di sabato 19 settembre 1981 a Central ParkNew York, un immenso boato accoglie l’ingresso dei due maturi artisti (di lì a qualche mese avrebbero compiuto entrambi 40 anni) ed il semplice accenno di “Mrs. Robinson” in una versione davvero energica, è in grado di provocare le indimenticabili emozioni che scaturivano dalla visione del film IL LAUREATO (1967); dove a tenere gli occhi incollati dello spettatore allo schermo erano le educate immagini di una prorompente Ann Bancroft che recitava nel ruolo di Mrs. Roosevelt, a cui la canzone era stata inizialmente dedicata pensando però alla First Lady, moglie del Presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt. A seguire “Homeward Bound”, tra i primissimi esempi di scrittura del Simon in terra britannica, ove affiorano sentimenti di ricordo e riflessione uniti al grande desiderio di ritorno a casa, chiaramente espresso nel titolo. Una dolcezza espressiva che viene mantenuta anche nella successiva “America”, che parte con un accompagnamento di sola chitarra, preparando il terreno a tutti gli strumenti che fanno assurgere la canzone ad un livello di fierezza, perfettamente calzante con un testo in cui è evidente la ricerca dell’essenza del proprio Paese, purtroppo non trovata (“I’m empty and aching and I don’t know why – Counting the cars on the New Jersey Turnpike – They’ve all come to look for America – Sono vuoto e sofferente e non so il perché – contando le macchine sulla New Jersey Turnpike – Tutti partiti a cercare l’America”). La frizzante “Me and Julio down by the Schoolyard” (tratta dall’omonimo disco di Simon del 1972, seppur cantata sempre a due voci) fa da preludio al cantico “Scarborough Fair” in cui le due voci, pur non essendo sovrapposte come nell’originale apparsa su PARSLEY SAGE ROSEMARY AND THYME del 1966, si mescolano e si fondono in un’incantevole versione che diverrà altrettanto popolare. A rallentare il ritmo sopraggiunge la tenera “April Come She Will” (già in THE PAUL SIMON SONGBOOK del 1966 e poi riproposta nella citata colonna sonora de IL LAUREATO nel 1968) con la chitarra di Paul ad accompagnare la soave voce di Art, mentre una coinvolgente versione di “Wake Up Little Susie”, oltre a far ballare oltremodo il pubblico, assume il ruolo di doveroso omaggio a quel modello ispiratore che per loro sono stati gli Everly Brothers.
Nelle fasi preliminari della preparazione a questo evento, la sua pianificazione aveva previsto anche l’esecuzione di brani tratti dal repertorio solista di entrambi i musicisti. Per Simon giunge il momento di proporre brani della cosiddetta maturità artistica della sua solo career, il cui ripescaggio comincia con una toccante versione di “Still Crazy After All These Years” title-track dell’album del 1975, poi di “American Tune” – che segue la calma melodia della “Passione di San Matteo” di Bach -, il moderato rock’n’roll di “Late in the Evening” e il ritmo cantilenante di “Slip Slidin’ Away” (uscita solo su singolo nel 1977) a due voci anche questa come la precedente; mettendo in risalto quanto per quest’ultimo lotto di canzoni, pur rimanendo in atmosfera familiare, gli arrangiamenti siano stati concepiti da Paul Simon e David Matthews prediligendo un suono di gruppo ad un’atmosfera acustica.
Grande rispetto per la carriera da solista di entrambi gli artisti ma arriva il momento di “A Heart in New York” (tratta da SCISSORS CUT, uscito appena un mese prima) per cui Garfunkel esegue con la sua voce eterea un’appassionata interpretazione che il pubblico sembra ascoltare in religioso silenzio, facendo così passare alla storia forse uno dei più bei omaggi fatto alla Big Apple. Il piede sull’acceleratore torna ad essere spinto con “Kodachrome” (che vide la luce su THERE GOES RHYMIN’ SIMON del 1973) a cui viene cucita una “Mabellene” tributo all’immortale Chuck Berry, che infuoca anche per via di una trascinante sezione fiati coinvolgendo una sterminata platea che, tra balli e canti, diviene coprotagonista di una serata di fine estate candidata ad entrare nella storia della musica per restarci.
Per l’evento la band, chiamata a dare anche un nuovo arrangiamento ai brani, vede David Brown e Pete Carr alle chitarre, Anthony Jackson al basso, Steve Gadd alla batteria, Rob Mounsey e Richard Tee alle tastiere, John Eckert, John Gatchell, Dave Tofani e Gerry Niewood ai fiati.
L’accenno delle prime note di pianoforte ci porta a “Bridge Over Troubled Water”, il più grande successo commerciale dei due, ove l’apertura vocale da brividi di Garfunkel raggiunge alti picchi, esaltati da un mirabile accompagnamento orchestrale, mentre a riportare spensieratezza ci pensa “50 Ways To Leave Your Lover” per via anche di un testo che affronta il delicato argomento del titolo con un sarcasmo poetizzato in rime (“She said: ‘it’s really not my habit to intrude – furthermore, I hope my meaning won’t be lost or misconstrued – But I’ll repeat myself at the risk of being crude – There must be fifty ways to leave your lover’ – Fifty ways to leave your lover – Ha detto: ‘non è proprio mia abitudine intromettermi – Inoltre spero che il mio significato non sarà perso o frainteso – Ma lo ripeto, con il rischio di essere insensibile – Ci devono essere cinquanta modi per lasciare il tuo amante’ – Cinquanta modi per lasciare il tuo amante”). Garfunkel chiede al pubblico “Are you cold?” e parte l’arpeggio di chitarra che ci porta a quel vertice creativo che si chiama “The Boxer”, in una versione intensa seppur differente da quella contenuta in BOTW. E’ un ammaliante riquadro dell’esperienza dell’autore nella cui vita si sono succedute asperità e momenti bui che lo hanno messo irrimediabilmente di fronte ad una scelta, che lascia ancor di più uno spunto di riflessione con la strofa finale per la prima volta cantata ed associata alle vicende vissute dai due artisti (“Now the years are rolling by me – They are rockin’ evenly – I am older than I once was – And younger than I’ll be; that’s not unusual – nor is it strange – After changes upon changes – We are more or less the same – After changes we are more or less the same. Adesso gli anni mi passano addosso, stanno scorrendo regolarmente. Sono più vecchio di quello che ero, e più giovane di quello che sarò; non è insolito. Neppure strano. Dopo cambiamenti su cambiamenti, noi restiamo più o meno gli stessi. Dopo i cambiamenti noi restiamo più o meno gli stessi”). Congedatisi dalla platea vengono richiamati a gran voce e viene intonata la dolcissima “Old Friends”, adeguatissima alla situazione, che vede i due protagonisti che hanno visto germogliare la propria amicizia tra i banchi di scuola e prendere atto dei cambiamenti che la vita riserva, senza trascendere in una interpretazione dolorosa da cui emerge solo afflizione, ma favorendo invece un atteggiamento consolatorio e di riflessione positiva di quello che è stato. Continuando in un clima distensivo giunge “The 59th Street Bridge Song (Feelin’ Groovy)” (presente sul già citato PSR&T e che ispirò palesemente la sigla per la trasmissione per bambini H.R. Pufnstuf e per cui Simon fu successivamente aggiunto tra i compositori), ci si affaccia alla parte finale dello spettacolo che viene chiusa dall’immortale “The Sound of Silence”. Quest’ultimo è un brano dall’iniziale esistenza travagliata e che prima di ricevere il dovuto riconoscimento, sarà pubblicato in ben tre LP nell’arco di un paio di anni (WEDNESDAY MORNING 3 A.M., The PAUL SIMON SONGBOOK del 1965 e SOUNDS OF SILENCE del 1966). Solo l’intuizione di Tom Wilson (geniale produttore della dorata triade dylaniana THE TIMES THEY ARE A-CHANGIN’, ANOTHER SIDE OF BOB DYLAN, e BRINGIN’ ALL BACK HOME) che decidendo di dotare il brano di chitarra, basso e batteria, ne arricchì l’imprescindibile forza lirica facendogli conquistare il primo posto della classifica americana il 1° gennaio del 1966. La versione di questa serata è quanto mai intima e delicata, evocando quella semplicità che l’ha distinta nelle prime incisioni, capace di incantare e meravigliare con quell’incedere ritmico comunque diretto, diffondendo un testo dal quale traspaiono gli interrogativi e gli smarrimenti di un giovane poco più che ventenne nell’America degli anni ‘60 (“In restless dreams I walked alone, narrow streets of cobblestone: in sogni irrequieti vagai da solo per viottoli di acciottolato”), ma anche quella mancata identificazione con i miti proposti dal sistema (And the people bowed and prayed, to the neon god they made: e la gente s’inchinò e pregò il Dio-neon che aveva creato), che rende possibile il sollievo, solo facendosi abbracciare dall’amica quiete notturna (“Hello darkness my old friend, I’ve come to talk with you again: Ciao oscurità, vecchia amica mia, sono venuto per parlare ancora con te”).
Per addentrarsi ancor di più nella magia di uno spettacolo che non ha avuto bisogno né di trovate scenografiche né tanto meno di effetti spettacolari e per la cui riuscita è stata sufficiente la forza della musica, procurarsi il DVD diventa doveroso pur non essendo dei completisti. Il supporto video, oltre a delle semplici ma efficaci inquadrature sul palco di tutti i musicisti intervenuti, regala altresì suggestive riprese panoramiche delle quasi 500.000 persone accorse al Central Park, la reprise di “Late in the evening” nel finale e l’imprevisto occorso a Paul Simon durante “The Late Great Johnny Ace” (queste ultime due tracce furono escluse dal disco), sul quale non dirò nulla e che forse andrete a scoprire da soli.
Se siete arrivati a questo punto della lettura, è il momento di far parlare la musica poggiando la puntina del giradischi sul disco o premendo semplicemente il tasto play, partendo dalla presentazione del Sindaco di New York di allora Ed Cochran che mi son permesso di usare come sottotitolo alla recensione.

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Claudio Carpentieri

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