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Recensioni

Silvia Conti – A Piedi Nudi

Scritto da Red

un disco dai colori forti

Ritorno e conferma. Questo disco che ho tra le mani sa di vita e di luce, sa del grigio delle nostre città, sa del nero di alcune prospettive future. Ha colori forti anche solo pensando al come si mostra fisicamente con questo fantastico digypack e un booklet che mette a nudo soltanto la poesia, i piedi e i colori. E infatti si intitola “A piedi nudi (psichedeliche ipnotiche nudità)” il nuovo disco di Silvia Conti che forse molti ricorderanno per quel Sanremo ’85. Una meteora della grande cultura pop italiana, sparita dalle scene dopo poco e che ritroviamo, musicalmente parlando, soltanto ora.
Pubblicato dalla RadiciMusic di Aldo Coppola, la Conti prende la sua enorme carriera culturale e spirituale (la ricordiamo come la cantante hippie italiana) e mescola tutte le carte in questo lavoro di 12 canzoni di cui troviamo – va detto – una bellissima traduzione di Patty Smith, una intro letteraria più che cantata dal titolo cinematografico “Mi minore dalla Leti” ed infine una rivisitazione bohémien chitarra e voci della beatlessiana “All Togheter Now”.
Punto e a capo: il resto degli inediti è storia del pop d’autore di spessore, quello dei testi curati che non lasciano scampo e non la mandano a dire. Per esempio “Tom Tom” – con il video di lancio – è forse uno dei momenti più romantici dal punto di vista delle liriche con quest’augurio cantilenante sul percorso di vita da seguire. E secondo me solo in “Mattina” la scrittura melodica e quel certo corpo timbrico che inevitabilmente ci riporta all’Italia di un certo folklore, trovano l’incontro perfetto con una melodia che non lascia scampo.
E poi ci sono “Visioni” e “Il canto della scimmia” dove troviamo un’urbana consapevolezza a forma di pop di questa nostra società. Il rimando alla scimmia ahimè penalizza il carattere della cantautrice toscana… purtroppo Gabbani è venuto prima, almeno agli occhi del pubblico. Ma di certo il brano ha ben altre carte da giocarsi e con la hit sanremese ha davvero poco da spartire: imponente il ritmo tribale, quel sound elettrico molto R.E.M. e il coro di “scimmie” che è assai forte. E quanto indietro ci riporta la bellissima “Opus Sofferta”? Se parte come un’allegoria antica di fiabe, finisce con uno strumentale che si infila dritto a casa Morrison, con quell’hammond da Doors e quel certo sound anni ’60 (nell’intento ovviamente perché i suoni sono troppo precisi per venir fuori da un passato così lontano) che ha reso famosa l’America della controcultura. E non sveliamo altro… Silvia Conti porta a casa un bellissimo disco. Attuale, per niente scontato, con questa voce rauca che tanto fa vita vissuta e consumata alla perenne ricerca della rivoluzione. Un disco da non confondere nel cesto dei tanti…

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