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Recensioni

Satori Junk – The Golden Dwarf

Fortunato Mannino

Storie drammatiche dai contorni horror che trovano la loro dimensione musicale in uno stoner-doom nel quale confluiscono, però, un po’ tutti i colori del rock

E alla fine…arriva. In modi inaspettati, per via traverse ma arriva. Arriva un album che spazza o se preferite spezza, dipende dai punti di vista, quell’insieme di ascolti che, per quasi un anno ormai, si sono alternati sul mio lettore cd. Jazz, Prog e cantautorato, tutto più o meno avanguardistico, lasciano il posto a sonorità più ruvide e ad atmosfere più tetre. Scrivevo prima arriva per vie traverse, infatti, la proposta di ascolto / recensione è pervenuta in occasione dell’uscita in vinile e a distanza di sette mesi, settimana più settimana meno, dell’uscita ufficiale del disco. Un disco, sicuramente, non nuovo a chi ama e segue assiduamente il panorama stoner. Una proposta molto interessante, che riprendiamo e proponiamo per coloro che, come il sottoscritto, stavano per perderla. A catapultarci e accompagnarci in queste atmosfere corrosive e sulfuree sono i Satori Junk con il loro secondo album: The Golden Dwarf. Un viaggio, che essi stessi definiscono introspettivo, che si dipana nei cinque lunghi brani che costituiscono il cuore dell’album. Dal conteggio totale sono esclusi il primo brevissimo brano parlato, perché funge da introduzione all’album, e Light my Fire che è, come facilmente avrete intuito, un tributo ai The Doors e al genio di Ray Mankarek. Un tributo sì ma non una mera cover, visto e considerato che la celeberrima Light my Fire viene calata in quelle che sono le tetre atmosfere dell’album. Anche se, a dire il vero, a chiudere veramente l’album sono i versi di una ghost track. Torniamo, però, all’inizio della storia e a quelle che sono le caratteristiche di in album che mi ha convinto fin dalle prime note di All Gods Die. Il titolo è emblematico e ci proietta immediatamente in un mondo dove non c’è spazio per la speranza. Storie drammatiche dai contorni horror che trovano la loro dimensione musicale in uno stoner-doom nel quale confluiscono, però, un po’ tutti i colori del rock non ultimo lo space rock. Colori e bagliori che caratterizzano, soprattutto, le tre lunghissime suite e che trovano il loro apice nella title track. Ed è proprio questa commistione di stili, il perfetto equilibrio con l’elemento vintage, l’attenzione con cui è stato curato il passaggio da un brano all’altro, la costruzione delle atmosfere attorno ai testi che mi fa consigliare quest’album. È l’album della maturità per Satori Junk, l’album in cui possiamo parlare di sonorità loro. Un album che è la prova provata che, dopo un buon esordio, non bisogna correre in studio per sfornare un altro album. Sono passati tre anni e il Tempo e, soprattutto, i concerti hanno dato il loro responso: The Golden Dwarf è un signor album.
La Spin on Black, che abbiamo già presentato e che i più attenti ricorderanno, ha curato la ristampa in vinile. Il perché di quel ricorderanno è per l’eleganza e l’attenzione ai dettagli: doppio vinile 180 gr, edizione gatefol, 300 copie numerate.

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