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Recensioni

Rocky Horror -Un salto nel buio

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Scritto da Red

Il rock strizza l’occhio alle didattiche crossover unendo il tutto con una matrice r’n’b e rap delle più tradizionali

Secondo lavoro ufficiale per la band pugliese dei Rocky Horror capitanata da Justice e che vede a lavoro il nuovo batterista Joey Petrillo e l’apporto ormai stabile di Dj Blast che, tra sequenze e scratching, colora il tutto di quel sapore forte di quartiere popolare e aria metropolitana non troppo agiata, anzi precaria oserei dire. Non a caso forse il brano più rappresentativo di questo disegno risulta essere “Foggia a mano armata”. Beh si, già da questo titolo si capisce bene come “Un salto nel buio” risulta essere un ascolto crudo e sincero, schietto di società, ricco di rivalsa contro infrastrutture e morali perbeniste e ipocrite, pronte all’uso personale, quelle che ormai sono alla frutta, e i RHFS lo dicono senza filtri anche in brani come “Social Karma” o “Godzilla” ad esempio. Sulla parete portante del suono dei Rocky (forse troppo adagiati sulla stessa tonalità e sulle stesse soluzioni) troviamo tantissime personalizzazioni e collaborazioni: tra questi sottolineo il bellissimo momento strumentale in “Guarda nei miei occhi” dove c’è Diego Cavallotti, Sergio Serio e Itten, oppure di nuovo il ghetto cittadino negli arrangiamenti questa volta curati da Dj Dust in “Oggi come ieri”.
Questa nuova prova dei Rocky ha davvero mille sfaccettature, forse troppe ma anche troppo poche direbbe il veterano del genere, assai arduo da catalogare, dove il rock strizza l’occhio alle didattiche crossover unendo il tutto con una matrice r’n’b e rap delle più tradizionali. Musica che nasce dai centri sociali e da questi oggi si evolve forse avendo davvero difficoltà a trovare nuovi spazi e nuovi punti di aggregazione e di diffusione. È musica per il popolo e con il popolo cerca la lotta di classe, la rivoluzione. Forse sarebbe meglio dire cercava. Le tematiche di Justice in questo disco si ammorbidiscono come un po’ tutto il comparto di questo genere e, se un tempo si gridava allo spazio che ti spetta, oggi si canta senza peli sulla lingua alla libertà individuale, alla normalità, al dovere di ognuno di tornare ad essere veri e non virtuali. Dunque dietro la parete di muro comandata dal power trio di Rinaldi (basso), Racioppa (chitarre) e Joey Petrillo (batteria), dalle liriche di Justice avremmo voluto più rabbia e voglia di scendere in piazza. Ma i tempi cambiano anche per in questo e non stupisce che in molti momenti di questo disco arrivi anche la bella melodia a strizzare l’occhio ad un pubblico meno coinvolto in questo genere di musica. Una prova matura e intelligente. 

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