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Soundcheck

Redderick – Some Colours In The Dark

Fernanda Patamia
Scritto da Fernanda Patamia

Il trio calabrese rievoca gli spiriti guida del rock e riesce a non scadere in una semplice emulazione di certi mostri sacri

Chitarre folleggianti, energia e ritmi sostenuti: questi gli ingredienti principali di “Some Colours In The Dark”, EP d’esordio dei giovanissimi Redderick, rilasciato lo scorso 25 Gennaio.
Sotto l’influenza di giganti come Pink Floyd, Led Zeppelin, Rolling Stones, tre ragazzi poco meno che ventenni imbracciano qualche strumento e con nostalgia di tempi andati anche se mai vissuti danno vita ad un revival rock in pieno stile anni ’70 e ’80.
L’arduo compito di aprire l’EP viene affidato a “The Scottish”, una rock ballad in cui Emanuele Fuda si diletta in un’intro alla Guns ‘n Roses per poi essere accompagnato dalla batteria di Giuseppe Galatà in una sezione ritmica che si fa sempre più incalzante.
Nella title track gli intrecci di una chitarra distorta e dell’insistente basso di Emanuele Macrì tessono la trama di una canzone lenta all’inizio e man mano più ritmata, mentre “Human Right” suona come un pezzo punk rock destinato a diventare un inno generazionale.
In “Polygon” la voce di Emanuele Macrì che fin’ora è sempre stata pulita si fa più profonda per adattarsi al sound più duro della canzone il cui testo ricorda molto quello di una composizione new wave, dal lessico semplice ma dal significato criptico: “Days be done, grace to fall”, recita il ritornello.
Interessante la scelta di porre a chiusura dell’opera quella che è la traccia più intima ed emotiva in assoluto: “Vikings”, in cui la tastiera e la voce di Emanuele Macrì esplodono in una lirica romantica dall’atmosfera quasi visionaria.
Con “Some Colours In The Dark” siamo quindi di fronte ad una lezione ben assimilata dal trio calabrese, il quale pur rievocando gli spiriti guida del rock è riuscito a non scadere in una semplice emulazione di certi mostri sacri il cui genio ne ha consacrato la grandezza sino alla fine dei tempi.

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