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Arti e Spettacolo Interviste

“Rapporto D’Aspetto” #1 – Valerio Azzali

Non sono un nostalgico della pellicola proprio perché penso che il digitale ha dato vita a nuove possibilità. Valerio Azzali

Come prima puntata della rubrica “Rapporto D’Aspetto” curata da Alessandro Bertoncini abbiamo intervistato Valerio Azzali, uno dei più importanti direttori della fotografia italiani della sua generazione.
Il suo stile visivo spicca grazie ad un’immagine avvolgente capace di raccontare i personaggi e l ‘ambiente senza mai risultare invadente o eccessivo ma sempre al servizio della storia.

Come è nata la passione per la cinematografia e qual’è stato il tuo percorso di studi ?
Il mio percorso è iniziato in maniera abbastanza particolare, ovvero a teatro. All’epoca la fotografia era una grande passione ed iniziai a frequentare dei corsi fino a prendere la decisione di tentare al centro sperimentale dove sono stato accettato ed ho iniziato la formazione come direttore della fotografia.

Metti La Nonna In Freezer è uno dei primi film italiani ad avere un DCP in 4K, come vedi questo metodo di proiezione ?
La decisione di come rilasciare il DCP spetta al distributore, quello che però posso dire è che negli ultimi dieci, forse anche quindici anni le macchine da presa digitali hanno avuto ( e continuano ad avere ) un’evoluzione impressionante arrivando a raggiungere ottimi risultati, però in Italia non vedo lo stesso percorso evolutivo sul versante della proiezione che è l’ultima parte della produzione di un film: ci sono molti cinema con proiettori vecchi perché sono stati cambiati molto tempo fa con quelli per la pellicola quando era possibile usufruire dei fondi statali.
Il problema è che al giorno d’oggi quei proiettori sono ormai superati e costosi da mantenere, non so quindi quanto possiamo parlare al momento di release di DCP 4K quando le sale in grado di supportare questo sistema sono ancora poche. La ARRI sta puntando sempre di più sulla tecnologia LED.

Pensi si possa raggiungere la stessa qualità di colori e luce del tungsteno o HMI ?
Mi trovo sempre più spesso ad utilizzare gli SkyPanel, sono proiettori che adoro: hanno una versatilità fantastica permettendomi di gestire l’illuminazione sul set come mai prima d’ora, per esempio con i vecchi sistemi era molto più complicato gestire le dominanti che erano date da un elemento scenografico, dovevamo quindi ricorrere all’uso delle gelatine di conversione che avevamo sui camion mentre ora posso gestire tutto direttamente dal software integrato nel proiettore, d’altro canto però rimangono delle caratteristiche per le quali i proiettori al tungsteno sono insostituibili e quel tipo di lampadine stanno diventando una risorsa sempre più rara e preziosa.

Da ” Amori che non sanno stare al Mondo ” passando per ” Metti la nonna in Freezer ” e “L’ordine delle cose “fino a “Succede “, come lavori al processo creativo e quanto i colori caldi ed il diaframma aperto sono una tua scelta narrativa/estetica ?
Per me il lavoro del direttore della fotografia è quello di interpretare visivamente il micromondo di un film, i colori caldi di cui parlavi in realtà sono il frutto di una decodificazione della sceneggiatura e di una discussione con il regista, per esempio con “Metti la Nonna In Freezer ” sono partito dall’idea che il film fosse un racconto romantico, una storia d’amore, ciò nonostante è stata inserita una linea di verde per raccontare l’aspetto della morte, apportando quindi un contesto “drammatico “, nel film di Francesca (Comenicini ) invece ho usato dei colori più saturi e macchina a mano quando si parla del passato, un periodo movimentato nella vita della protagonista, mentre ho fatto uso di colori meno saturi ed immagine fissa o su carrello per raccontare un presente fiacco. Come dicevo: ogni film ha un suo impianto visivo personale, nel caso di ” Succede ” con Francesca Mazzoleni avevamo deciso di rifarci quanto più possibile al look di Instagram, come se stessimo raccontando il realismo attraverso un’app che ti permette di fare una color correction immediata, perciò ho usato le CookeS3 e ridotto la latitudine di posa lasciando una lettura minima sulle alte luci. Non sono un nostalgico della pellicola proprio perché penso che il digitale ha dato vita a nuove possibilità.

About the author

Alessandro Bertoncini

Alessandro Bertoncini

Originario di Parma, durante l’adolescenza sviluppa una forte passione per il cinema e l’arte visiva. Studia fotografia e cinematography alla Rome University of Fine Arts e London Film School, a 19 anni esordisce con Fade e nel 2017 cura la fotografia del documentario “ non c’è più tempo per dormire “ e di “ Questo sono io sull’altro lato della terra “ presentato allo SFC del festival di Cannes 2017. I suoi stipendi sono destinati all’acquisto di album di musica folk/rock, pellicole o Caffe.

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