Recensioni

#POKER SOUND – MADONNA

Marco Restelli
Scritto da Marco Restelli

Nessuno puo’ mettere in dubbio il suo “peso specifico” nella musica Pop degli ultimi 35 anni.

Dopo aver reso omaggio ad una grande band come i Pearl Jam ed al mitico David Bowie nelle prime due puntate di Poker Sound, è arrivato il momento di presentarvi The Queen of Pop: Madonna.
Come per ogni tipo di espressione artistica il giudizio estetico resta ovviamente soggettivo, ma quando si parla della carriera di questa piccola grande donna nessuno, neanche il più acerrimo detrattore, potrà metter in dubbio il suo “peso specifico” nella musica Pop degli ultimi 35 anni. Da quando è esplosa nei primi anni 80, musicalmente e a livello di immagine, ha influenzato generazioni di cantanti (si pensi ad esempio a Britney Spears alla fine degli anni 90 o Lady Gaga nella decade successiva) e di fan che l’hanno seguita nei suoi continui cambi di direzione. Il suo continuo sperimentare nell’ambito della Dance Music, cercando ogni volta di cavalcare le tendenze del momento, il dialogo parallelo col mondo del cinema (al quale ha fornito molte colonne sonore e diverse partecipazioni come attrice) e il suo camaleontico look, sono tutti elementi che in qualche modo possono accomunarla (al femminile) al mitico Bowie, alla cui carriera si è sempre ispirata.

1984 – Like a Virgin: La nascita di un’icona planetaria

Il debutto discografico di Madonna, che esordisce nel 1983 con l’album che porta il suo nome prodotto dall’allora fidanzato John “Jellybean” Benitez, è fondamentale per almeno due motivi: le conferisce l’imprinting dance, che non abbandonerà quasi mai del tutto (salvo in qualche colonna sonora) e contiene già le sue prime hit statunitensi: Everybody, Lucky star, Holiday.
Per ottenere il rango di mega hit mondiali quei pezzi dovranno però attendere di essere trascinati dalla visibilità che la Ciccone otterrà col disco in uscita alla fine dell’anno successivo: Like a Virgin. Soprattutto chi era adolescente in quel periodo non potrà dimenticare quanto dirompente fu l’immagine di Madonna su MTV (in Italia si chiamava Videomusic) che si dimena vestita da sposa ballando su una gondola tra i canali di Venezia: conquistò tutti. In studio l‘artefice del nuovo sound fu il mitico Nile Rodgers (che l’anno precedente aveva prodotto guarda caso Let’s dance, proprio del succitato Duca Bianco) e che si portò come bassista Bernard Edwards dei suoi Chic, mentre a livello compositivo l’artista americana collaborò con Steve Bray, per la maggior parte dei brani. Il risultato generale fu che l’asse fu spostato dalla dance “pura”, dell’LP precedente, al pop ballabile radiofonico, quindi adatto sia per la pista da ballo, ma ottimo anche semplicemente per l’ascolto. Material girl, nel cui video Madonna fa chiaramente il verso a Marylin Monroe, è l’altro singolo bomba che contribuì a creare il suo mito. La canzone è ironica e la protagonista in parte ostenta alcuni aspetti reali della verve della cantante: nulla e nessuno l’avrebbe più fermata. Bellissime le due ballate malinconiche Love don’t leave here anymore e Shoo be doo alla quale si aggiunse una terza Angel, decisamente più midtempo che fu scelta come singolo. Nella primissima edizione dell’album mancava Into the groove – vero e proprio pezzo atomico tratto dalla colonna sonora di Cercasi Susan Disperatamente (filmetto nel quale aveva una parte anche la stessa Madonna) che fu subito inserito nella re-issue dell’album, nel luglio del 1985, per aiutarlo a sfondare del tutto e direi che l’operazione riuscì alla perfezione. Non a caso faceva parte del breve set che la cantante presentò al Live Aid. Personalmente devo dire che ho sempre amato anche Over and over (melodia di strofe e bridge memorabili) e la più danzereccia Dress you up per la loro semplicità e spensieratezza.
Dopo un tour trionfale e un’altra colonna sonora (Vision Quest) alla quale fornì due brani (la dolce Crazy for you e la scatenata Gambler) Madonna volle battere il ferro finché era ancora caldo e si mise subito a lavoro sul seguito di Like a virgin: True Blue, pubblicato nell’estate del 1986 che – con brani come la title track, la spagnoleggiante La isla bonita, la morbida Live to tell e il singolo apripista Papa don’t preach – la consacrò definitivamente nell’Olimpo dei grandissimi del pop: Prince, Michael Jackson e George Michael.
Ma come detto, in quel periodo la nostra non voleva sentirne di prendersi un po’ di riposo per godersi il successo e così già nel 1987 partecipò a un film come protagonista: Who’s that girl, fornendo anche quattro nuovi brani nuovi di zecca per il relativo soundtrack – assolutamente in linea con la produzione di quegli anni (Patrick Leonard e il sempre fedele Stephen Bray) – fra i quali spiccava un’altra notevole lenta: The look of love.
Il 1989 fu la volta di un altro disco di grande successo tanto che alcuni lo considerano il punto più alto della sua carriera: Like a prayer. In realtà sinceramente lo ritengo lievemente inferiore anche a True Blue pur avendo oggettivamente tante canzoni buone come la title track, Express Yourself e Cherish con un video girato al mare, molto suggestivo. Love Song invece, il duetto con Prince, lascia il sapore dolceamaro dell’occasione persa.
La decade successiva si apre con I’m Breathless all’inizio del 1990, parte colonna sonora del film Dick Tracy (con protagonisti Al Pacino, Warren Beatty e la stessa Signora Ciccone) e parte composto da altri nuovi brani in stile vintage, ma rielaborati a modo suo. Spiccano soprattutto due lentone come Something to remember e Sooner or later e l’immancabile singolo dance Vogue, totalmente fuori contesto, ma che aiutò a far cassa.
Questa prima parte della carriera viene conclusa, sempre nel ’90, dal suo primo greatest hits, dal “simpatico” titolo The immaculate collection con solo due inediti di cui solo Justify my love, scritta con Lenny Kravitz, troverà gloria anche grazie a un video decisamente erotico. Quello che però conta di più è che sia questo pezzo che l’altro Rescue me, iniziavano a suggerire già l’idea del nuovo sound che intendeva darsi Madonna: meno pop anni 80 easy listening e acceleratore pigiato sulla sperimentazione dance.

1992 – EROTICA: La svolta per una dance estrema senza inibizioni

Chi come me seguiva Madonna sin dagli esordi, quando ascoltò per la prima volta Erotica rimase un po’ sbigottito: c’era solo l’ombra dei pezzi pop che l’avevano resa famosa e anche il suono dance degli esordi era stato sostituito da ritmi sincopati tipici dei DJ in voga in quegli anni come Shep Pettibone e Andre Betts produttori e nuovi guru alla corte dei quali erano nati brani come Vogue o gli appena citati Rescue Me e Justify My love. La melodia così come l’aveva concepita fino ad allora era sparita e praticamente in diversi pezzi invece di cantare le strofe di fatto le recitava.
Quanto al riferimento alla sessualità, era stato un tema già vagamente sfiorato in altri brani precedenti (Like a virgin, Physical attraction), ma con questo nuovo disco si trattava praticamente di una sorta di concept album (mancava solo la storia che unisce i brani) dedicato ad ogni tipo di disinibizione, senza filtro alcuno. Nella title track ad esempio, ci sono sospiri dell’artista o di altre coriste che in qualche modo ricordano l’amplesso, mentre Where life begins è una delle canzoni più esplicite in tale senso con versi come: “So won’t you go down where it’s warm inside / Go down where all life begins”, chiaramente riferiti al sesso orale. Nel retro della copertina poi, ciliegina sulla torta, Madonna è fotografata in negativo con un piede in bocca e gli occhi chiusi. In verità, ascolto dopo ascolto le nuove hit cominciarono a fare breccia ed ecco che a distanza di anni, canzoni come Deeper and deeper, Waiting o Why it’s so hard pur con il loro loop ipnotico incorporato, hanno ancora qualcosa da dire in termini di emozione. In questa tempesta di bassi e ritmi da discoteca moderna Madonna inserì anche un pezzo più old style, rispetto al resto, come la splendida ballata notturna Rain, e un brano malinconico dedicato a una persona cara morta di Aids: In this life.
Pur non trattandosi quindi di un capolavoro, ma solo di un buon disco, Erotica resta fondamentale nell’economia della carriera della cantante americana e per questo è sembrato giusto approfondirne i contenuti.

1998 – RAY OF LIGHT: il capolavoro

Madonna non ha mai fatto un disco uguale all’altro ed ecco, infatti, che Bedtime stories del 1994 la vede mischiare di nuovo le carte con un suono in parte più vicino ai lavori pre Erotica e tante canzoni orecchiabili, ma con il tema della sessualità ancora qua e là presente (Human nature). Nel disco collabora con produttori molto diversi l’uno dall’altro come Babyface (il numero uno assoluto all’epoca), Dallas Austin, Dave “Jam” Hall mentre fra gli autori spicca, in Bedtime story, una certa Bjork. Ne esce un disco molto eterogeneo, forse di passaggio, ma di tutto rispetto: Secret, Survival, Don’t stop e Take a bow sapranno resistere all’erosione del tempo. Inside of me, dedicata alla mamma, la perla a mio avviso sottovalutata da molti e quindi da riscoprire. Passeranno ben quattro anni prima di avere un nuovo LP: mai un lasso di tempo così ampio per Madonna, prima di allora. In realtà era stata di nuovo distratta di nuovo dal cinema nel 1996 per Evita, musical sulla vita della giovane first lady argentina Evita Peròn e nella cui colonna sonora Don’t cry for ma Argentina è la sola canzone degna di nota.
L’attesa valse però la pena perché stava per arrivare il suo vero capolavoro. Al nuovo produttore William Orbit che riuscì a trascinare in studio e che collaborò con il “vecchio” Patrick Leonard di True Blue, si deve molto del magico suono che si può ascoltare in Ray of Light dove elettronica e loop vari vengono contaminati da chitarre elettriche ed acustiche, creando soundscape atmosferici stupendi.
Il trittico iniziale è da brividi con Substitute for love (canzone autobiografica che parla dell’impossibilità di riuscire ad amare veramente, essendo un personaggio così famoso e con un ego ingombrante perfino per se stessa), l’onirica Swim e il vortice travolgente di suoni della title track. Sarà solo un assaggio perché arriverà presto Nothing really matters che ti prende per mano e dopo un intro dolciastro parte in un ritmo dance irresistibile, mentre Frozen è almeno misteriosa quanto il video che l’accompagna. The power of goodbye, To have and not to hold e Little star (tutte scritte da Madonna insieme a quel Rick Nowels che aveva sfornato tante hit pop per Belinda Carlisle, Stevie Nicks e Celine Dion) chiudono alla grande un album imperdibile e che è consigliabile ascoltare e riascoltare dall’inizio alla fine.
Un tale livello probabilmente non riuscirà più a raggiungerlo anche perché la prima scelta radicale fatta con Erotica, abbandonata quasi per una decade, tornerà prorompente con Music nel 2000. Uno dei dischi quest’ultimo che personalmente ho amato di meno a causa del dominio del suono del produttore francese Mirwais Ahmadzaï e che verrà ricordato soprattutto per Don’t tell me e American pie. Il trend “total dance” continuerà senza sosta con American life del 2003 (eccezionali Hollywood e Love profusion), a discapito della melodia.
Confessions on the dance floor (2005) – che contiene la strepitosa Jump – e Hard Candy (2008) non spostano più di tanto gli equilibri ormai definiti, ma confermano rispettivamente da una parte la capacità di Madonna di saper pescare suoni del passato da mescolare con quelli attuali (il campionamento degli Abba in Hung up fu geniale) dall’altra di sapersi mettere sempre nelle mani del più vincente alla consolle, nell’anno della pubblicazione del nuovo lavoro (il lavoro impeccabile in pezzi come Give it to me o Miles away dei vari Pharrel Williams, Justin Timberlake e Timbalad).
MDNA (2012) è un altro disco complessivamente poco centrato, con molti pezzi che si distinguono poco l’uno dall’altro, ma che come sempre contiene hit di grande efficacia (Turn up the radio) e un vago ritorno al pop melodico paradossalmente relegato alla fine del disco (ascoltatevi due gioiellini come Masterpiece e Falling free) o nella sola edizione deluxe (Fucked up).

2015 – REBEL HEART: la speranza di un grande ritorno

A beneficio di coloro che hanno avuto la pazienza di arrivare fino in fondo a questa lunga carrellata dedicata alla Material Girl possiamo dire che il suo ultimo disco Rebel heart – in attesa del nuovo Madame X in uscita la prossima estate – può essere considerato come la summa della sua carriera, con tutti i suoi pregi ei suoi difetti. In studio questa volta ci sono il compianto Avicii e Diplo, gente che di lavoro ha sfornato decine di pezzi da milioni di download e streaming (nuovo metro moderno del successo discografico).
Iniziando dalle note dolenti direi che la track list finale è da considerare quantomeno ipertrofica contando 14 pezzi nuovi (che diventano ben 19 nell’edizione Deluxe e addirittura 23 nell’edizione Superdeluxe, con più due remix) così che molti brani avrebbero potuto verosimilmente essere tagliati a favore di un’unica edizione, ma di altissimo livello. Ciò che c’è di buono invece in questo album è che a volte la dicotomia pop/ dance di cui abbiamo a lungo parlato trova spesso la sintesi all’interno dei brani stessi, alternando ritmi pesanti a melodie molto belle. Fra le canzoni “promosse” ci sono ottime prove come Living for love e il secondo singolo Ghosttown dall’approccio a suo modo morbido. Joan Of Arc è la canzone che ogni fan di Madonna aspettava da almeno 15 anni, Body shop, introdotta da una chitarra acustica, è un altro pezzo pop indovinatissimo, là dove Hold tight – quarto singolo estratto – non è da meno e il suo background fatto di tappeti di tastiere è una vera goduria. Il paradosso delle tre edizioni sopra evidenziato è che la più bella canzone del disco, nonché title track, non è presente nella versione base (follia), ma solo in quella Deluxe, mentre la medaglia d’argento Beautiful scars, insieme a Borrowed time e Addicted (che ribadiscono come Miss Ciccone sappia ancora scrivere grandi pezzi) giustificano alla grande la maggior spesa per l’edizione Superdeluxe, più che consigliata. Nel complesso direi che Rebel heart, lascia ben sperare per un ennesimo grande ritorno di Madonna, ben sapendo che non saranno di certo i nuovi album a poter realmente aggiungere o levare qualcosa all’incredibile storia di questa forza della natura.
Lei resterà per sempre la Regina del Pop e nessuna potrà mai toglierle lo scettro.

La chicca # 1: Something to remember: Compilation di sole ballate del 1995 (con le inedite “You’ll see” e “One more chance”)

La chicca # 2: Beautiful stranger (singolo dance estratto dalla colonna sonora del film Austin Power: The Spy who shagged me)

About the author

Marco Restelli

Marco Restelli

Originario di Latina, ma trapiantato ormai stabilmente a Bruxelles. Collaboro con diversi siti musicali. Collezionista di dischi dai primi anni '80, ascolto praticamente ogni tipo di musica, distinguendo solo quella che mi emoziona da tutto il resto.
In progetto: l'attività di promoter di eventi live di artisti emergenti nel Benelux. Sono orgogliosamente cattolico, ma ritengo che la tolleranza sia alla base delle relazioni umane. Se dovessi salvare un solo disco, fra i miei 3500, sceglierei "Older" di George Michael. La mia più grande passione, oltre alla musica: la mia famiglia e i miei tre bambini.

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