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Interviste

Pino Scotto – Intervista

Giovanni Panebianco

“Andiamo avanti perché indietro ci siamo già stati. Però per me avanti è domani. A dopodomani già non ci penso” Pino Scotto

L’8 Fabbraio scorso lo Stammtisch Tavern di Chieti ha avuto il privilegio di ospitare Pino Scotto e la sua band nel tour di presentazione del nuovo disco “Eye For An Eye”. Non ci siamo fatti scappare questa ghiotta occasione per incontrarlo e fare il punto su alcune situazioni molto care al rocker campano.

Come è iniziata la tua carriera da solista dopo i Vanadium?
Sciolti i Vanadium nel 1991 come Pino Scotto tutti si aspettavano che avrei fatto un album dei Vanadium da solo, come hanno fatto tutti i grandi solisti dell’Hard Rock. Invece ho scelto di tornare al Blues e al Rock ‘N’ Roll. Ho cominciato a cantare in italiano, pure per far arrivare prima il messaggio. Anche se è molto dura affrontare questo genere in italiano. Ho poi contaminato il Rap con il Metal, ho fatto pezzi con Caparezza, i Club DogoJ-AxModena City Ramblers. Qualcuno ha recepito, ma una minima parte. L’hanno fatto gli Aerosmith in America e hanno venduto 4 milioni di copie. L’ho fatto io e per certi metallari ero un traditore. Non hanno visto che avevo le palle per mettermi nuovamente in gioco.

Come vedi la scena Metal attuale rispetto ai tempi dei tuoi esordi?Oggi c’è sempre quello zoccolo duro costituito da un sacco di band che hanno voglia di fare. Però io vedo che si sono perse le radici. Effettivamente sono anche vent’anni che nemmeno il gruppo famoso riesce più a piazzare un disco decente. Ci sono solo fotocopie delle fotocopie. Quando spariranno quelle dieci band rimaste, tipo MetallicaIron Maiden, ci saranno solo tribute band. Non c’è ricambio. A parte Pino Scotto che secondo me camperà altri 140 anni (risate, ndr).

Quindi approvi o disapprovi le contaminazioni nel Metal?
Non mi dispiacciono. Vedo la fame delle nuove leve, che nonostante abbiano ricevuto un messaggio sbagliato, prendono il Rock e lo modernizzano, anche con un po’ di elettronica. Il problema è che quando costruisci un palazzo con delle fondamenta marce, prima o poi è destinato a crollare. Devono imparare a suonare meno come delle motoseghe. Oggi non ci sono più riff, non ci sono più assoli. Alla fine devi fare della musica, non puoi fare dei brani dove cominci a far bordello e a ragliare dall’inizio alla fine. Devi dare sempre un senso alla canzone e quello manca da anni ormai. 

Mi racconti un evento della tua carriera che ricordi con particolare piacere?
Sicuramente il primo tour con i Motorhead, quando ho conosciuto Lemmy. E’ stato nel 1985. Eravamo andati a Londra a registrare “Born To Fight” con i Vanadium ed il guardiano dello studio era il fratello di Lemmy. Tornati a Milano ci chiamano per fare il tour con i Motorhead. Prima data a Bologna, lo vado a salutare e siamo diventati subito amici. Con lui parlavo di Blues, non si parlava di Metal. Uno come lui manca. Era una persona con una grandissima dignità.

Riuniresti i Vanadium oggi?
Per andare a giocare a bocce (risate, ndr). Ormai siamo fermi da trent’anni. Non avrebbe senso. A me la pasta riscaldata non piace. Ci vuole coerenza nella vita.

Progetti futuri?
Non ci penso. Non guardo mai oltre il domani. Dico sempre: Andiamo avanti perché indietro ci siamo già stati. Però per me avanti è domani. A dopodomani già non ci penso. Anche perché è inutile fare progetti. Nella mia vita ho visto troppa gente sparire da un momento all’altro. Preferisco concentrarmi sul presente.

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Giovanni Panebianco

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