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Interviste

Orelle,Intervista

Claudia Erba
Scritto da Claudia Erba

“L´artista di oggi vive in una sorta di bolla autoreferenziale”

Quello di Orelle, al secolo Elisabetta Pasquale-cantautrice e polistrumentista pugliese, primo premio al Cagnano Living Festival nel 2012 ed opening act dei live di Gino Paoli, Gregory Porter, Calcutta, Nada, Cristiano Godano, Nicolò Carnesi e Riccardo Sinigallia- è un universo artistico trasversale, in bilico tra sonorità dream-pop e contaminazione rock/jazz.
Orelle-che vanta collaborazioni con Erica Mou, Mimmo Epifani, con il regista Cosimo Damiano Damato e Raffaele Nigro e la partecipazione, in qualità di ospite, all’Interfilm Festival di Berlino,
una delle più prestigiose rassegne cinematografiche europee per la produzione e distribuzione di cortometraggi-ha una vocalità affine a quella della nouvelle vague delle chansonnières francesi, Camille Dalmais su tutte, ma anche la visionaria Sarasara e la rivelazione del french pop Cléa Vincent.
“Argo” (Black Candy Records / Audioglobe 2017) esplora con intensità immaginifica la semantica del viaggio, dando vita ad una autentica sinfonia dell’irrequietezza che non smarrisce, nel mélange stilistico, l’organicità tematica.
Sospeso tra echi bristoliani e suggestioni jazzy-lounge, trip-hop morriconiano, melodie catchy e incursioni rock, “Argo”, che segue l’Ep di debutto “Primulae Radix”, è un disco filmico, analogico e vagamente rétro. Rarefazione e onirismo decadente si intrecciano in un concept-album a tratti epidermico e grave, a tratti sospeso ed ovattato, nel quale il simbolismo mitologico si fa storytelling generazionale.

“Argo” può essere definito un disco di viaggio, sia nella gestazione che nella semantica. Horreur du domicile di baudelairiana memoria e dimensione artistica costituiscono un binomio necessario?

Sì, penso che l´artista sia “condannato” ad un certo tipo di sensibilità ed irrequietezza, che porta ovviamente i suoi pro e contro.
La ricerca, la sperimentazione e il viaggio fanno parte di questa forma mentis più aperta o comunque più propensa ad essere “moto di vita ” per sé e per gli altri.

Nella sua “Itaca” sembra non esserci alcun influsso dell’Itaca dalliana, che si scaglia contro il mito dell’eroe a favore di una storia degli umili (“Capitano, che hai negli occhi il tuo nobile destino /pensi mai al marinaio a cui manca pane e vino?”).
Sembra invece assente qualsiasi riferimento politico, conformemente alla generalizzata estromissione dell’ “antico politico” (Mariangela Galatea Vaglio, La lira e il cantautore: l’antico nelle canzoni italiane della seconda metà del Novecento) dalla canzone a partire dagli anni 2000. Come in Carmen Consoli (“Orfeo” e “Parole di Burro”, ispirate da Narciso) l’archetipo mitologico è funzionale essenzialmente al racconto di una dimensione personale/generazionale?
Il mito è una delle colonne portanti della nostra cultura e società e come tale non può e non deve essere estromesso dalle nostre letture e dai frutti artistici che ne derivano; per questo è coessenziale al mio universo artistico, spogliato però di ogni riferimento politico.
Io canto la condizione della mia generazione, che è molto complessa e per questo difficile da interpretare. Viviamo in un’epoca in cui molto spesso siamo portati ad allontanarci non solo dal mondo che ci circonda ma soprattutto da noi stessi, sebbene apparentemente l’attenzione verso il nostro ego sia massima. Viviamo una condizione di scarsa lucidità intellettuale, stretti nella morsa dei social. Anche l´artista di oggi vive in una sorta di bolla autoreferenziale; in genere però riesce ad indagare la sua dimensione più intima, senza fermarsi ad un egotismo superficiale, e a pervenire in questo modo ad un’analisi generazionale.

In“Argo” sembrano confluire accenti jazzy, catchy song, aperture d’archi, raffinato storytelling e divagazioni rock. Parte della critica lo ha inscritto nel nu jazz; lei lo ha definito un esempio di alt-pop. La deregulation propria della sperimentazione è talora associata al fallimento di una progettualità lineare…è possibile conciliare il crossover stilistico con l’idea del concept album, della coerenza del progetto artistico?
Penso che al giorno d´oggi ci sia molta libertà.
Spesso questa parola in ambito musicale viene associata ad opere di scarsa qualità e/o a contesti musicali in cui vi è assenza di ricerca. Sono convinta che la chiave per creare qualcosa di bello stia nel messaggio: che sia saldamente legato al narcisismo o ad un desiderio rivoluzionario, il messaggio è la spia di un progettualità coerente, indipendentemente dalla forma- ibrida o improntata al purismo più assoluto-in cui esso si esprime. Nella massima libertà di una sperimentazione può esserci un messaggio potente, così come nella rigidità schematica di un genere classico si può trovare una forma nuova di libertà.

“Argo” è stato registrato interamente in presa diretta, in stile ‘70s. Alla base della diversità dell’approccio vocale, rispetto all’ EP di debutto “Primulae Radix”, c’è una precisa intentio artistica?
Non è stato un cambiamento studiato a tavolino, i nuovi pezzi hanno fatto nascere in me la necessità di un rinnovamento anche a livello interpretativo; quella che ascoltate in Argo è una nuova me, con una veste nuova. Non è detto che si tratti di un mutamento irreversibile.

Lei è anche una polistrumentista. Lo studio giornaliero dello strumentista è il medesimo del vocalist, o secondo lei ci si deve impegnare nella predisposizione di percorsi di «practicing» studiati ad hoc per lo strumento voce?
E’ un argomento difficile…La voce è uno strumento miracoloso: nasci già con il tuo suono, non devi ricercarlo troppo come succede per gli strumenti ad arco, che richiedono uno studio costante. Certamente puoi arricchirlo e renderlo particolare, ma è tuo ab origine, fin dalla nascita. Proprio per queste ragioni, al contempo, lo studio del vocalist può rivelarsi particolarmente difficoltoso.

Foto di copertina di Giovanni Albore

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