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Interviste Sound&Vision

Omar Pedrini, Intervista + Photogallery

Caterina Lucia
Scritto da Caterina Lucia

Omar Pedrini : un’anima terribil-mente rock

Dopo tanti anni, torna finalmente in Calabria il rocker più anacronistico di sempre: Omar Pedrini. Non ha mai perso la sua verve, sul palco continua ad essere un ventenne e ad emozionare terribilmente. La sua musica ha segnato i miei giorni e le sue parole sono state un tenero conforto, a volte sfogo, durante i momenti più bui. E’ dote di pochi riuscire toccare l’anima con una canzone, la sensibilità vive in lui in modo esasperato e non è difficile leggere nel suo sguardo la forza che lo contraddistingue.
A Kim Ree Heena (Alessio Calivi) è toccato il compito di aprire il concerto, con i suoi suoni elettronici fusi a quelli industriali ha saputo creare la giusta atmosfera per stemperare l’attesa.
La potenza della musica risiede nella capacità di riuscire a far incrociare sguardi sconosciuti e percepirne la stessa felicità: il merito va anche ai ragazzi dell’ Associazione 16 Luglio che con caparbietà e tanta voglia, hanno dato vita a momenti indimenticabili.
Intervistare un animo rock dalle mille sfaccettature e dal sorriso contagioso, per me, è stato un grande onore.

Dopo tanti anni finalmente in Calabria, un onore per noi. Bentornato!
Sì, era ora! Stiamo bevendo ed ho chiesto rigorosamente Cirò, visto che siamo qua, è eccezionale. Questo per dirti quanto mi mancavano queste terre, questa gente. Questo vuol dire essere tornati in Calabria.

Siamo rimasti per troppo tempo senza la tua musica; sei tornato in scena più caustico di prima, sul palco sei un ventenne. Stai vivendo in tuo “terzo tempo” dandoti un ordine dal tono perentorio: come se non ci fosse un domani …
Mi piace questo! Mi piace perché ho giocato a rugby tanti anni. Dopo la prima operazione, parlavo della mia seconda vita come di una rinascita. Dire “seconda vita” non mi ha portato fortuna perché poi c’è stata un’altra grossa operazione e allora stavolta ho detto “terzo tempo”, che a rugby è il più divertente. Nel rugby non ci sono “nemici”, ci sono avversari; a differenza degli altri sport, soprattutto del calcio. Prima ci si massacra in campo e poi si va a festeggiare tutti insieme e questo per me è il tempo delle feste. Stasera è stata una festa bellissima!
Quegli otto anni senza musica li rivoglio indietro da quel “Signore là”.

Spesso racconti della tua rabbia, del tuo poco dormire. In “Beatnik” il dispiacere era quasi palpabile, in “Vidomàr” l’istintività sembrava lasciar spazio alla parte più razionale. In questo ultimo lavoro la rabbia continua a non dormire, perché?
E’ il nervosismo che c’è in quest’epoca in cui si salvano le banche e non le famiglie, in cui noi italiani siamo presi per il culo dall’Europa e non sopporto questo senso di spocchiosità e di superiorità che hanno con noi perché abbiamo portato tanta civiltà e tanta cultura in Europa. Come si fa non essere incazzati? Sono tempi così … di terrorismo, di paura. Credo nei giovani e queste generazioni non sono peggiori della nostra, solo non hanno buoni esempi: io avevo David Bowie, Lou Reed, la PFM. Questi giovani sono spappolati dalle droghe chimiche, rincoglioniti da musica martellante che non li fa pensare… Cosa imparano dalla musica? Questo disco è dedicato alle nuove generazioni, per dargli qualche dritta.

Parlare del dolore sembra essere “osceno”, per alcuni accettarlo sembra impossibile; ci vuole delicatezza per raccontarlo con verità. In “Angelo ribelle” canti “Sarà come far l’amore con il mio dolore” …
Accettare il dolore è non fare resistenza. E’ difficile però lo metabolizzi, lo fai scorrere dentro di te. Watts, negli anni ’60 inventò la “teoria della non resistenza”: devi farti scorrere addosso le cose e se hai la rabbia, il dolore, l’invidia sono tutte energie che regali alla negatività. Invece, le energie che abbiamo le dobbiamo inglobare verso le cose che fanno bene a noi stessi o agli altri. Se ti irrigidisci l’energia non ti scorre più e chi ti fa del male ti rimane attaccato addosso, la non resistenza ti fa scorrere tutto dalla testa ai piedi e lo fa andare via. Cantare o scrivere del dolore è catarsi.

Con i Timoria sei stato un pioniere del rock in Italia, avete contribuito ad abbattere alcune barriere. Con molta coerenza hai continuato a percorrere questa strada dissestata e poco battuta; quanto è difficile fare rock in Italia?
In questo momento le radio, le riviste musicali amano il rap o l’hip hop, ma è musica che non rimarrà nel tempo. A me piace il rap; nel penultimo disco ho collaborato con Kiave e Dargen D’Amico e ai tempi dei Timoria con J-Ax e 99 Posse. Il 99% del rap di oggi sono canzonette che scompariranno nel giro di un anno, sono usa e getta, servono a fare soldi. E’ musica chimica come le droghe chimiche che si usano oggi. Il rock ha veicolato cultura, libri, cinema …

Libri, arte e poesia non sono mai mancati durante i tuoi live.
La cultura è un’arma di difesa, più siamo ignoranti e più ci prendono per il culo. Jodorovsky diceva che quando una persona vola troppo in alto, la gente, per non capire quanto vola bassa la prende per la gamba e cerca di tirarla giù. La cultura è migliorarsi, migliorare il mondo. Sapere di non sapere.

Ecco i saluti e il messaggio di Omar Pedrini per SOund36

Intervista di Caterina Lucia
Foto di Carlotta Tomaselli

 

 

 

About the author

Caterina Lucia

Caterina Lucia

Ribelle, testarda e con un animo fortemente punk. Sono sempre alla ricerca della bellezza pertanto amo la musica, l’arte, la poesia e il caos. Guardo oltre le apparenze, mi riconosco nei particolari impercettibili. Mi piace dare un senso profondo alle parole e giocarci come faceva Kandinsky con i suoi colori; scrivo per necessità, per dissestare i miei pensieri.

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