Interviste

Nico Morelli, Intervista

Nicola Barin
Scritto da Nicola Barin

“Quando una forma d’arte parla di un territorio e di un popolo in quel momento diventa cultura”

Ci racconti qual è stato il percorso umano e musicale che ti ha avvicinato alla musica jazz?
Ero adolescente, suonavo il piano come hobby in un gruppo di musica pop. Era il periodo di Pino Daniele, gli anni 80, nei suoi dischi vi erano spesso musicisti di grande reputazione come: Wayne Shorter, Pat Metheny, Chick Corea, Nana Vasconcelos: é forse per merito di Pino Daniele che sono stato affascinato dal mondo del jazz e dai suoi musicisti

Qual è il tuo rapporto con l’improvvisazione?
Nei miei brani, nella mia musica c’è grande spazio per l’improvvisazione. A volte, durante i miei live, mi diverto a suonare dei motivi completamente improvvisati. Lavoro stabilmente in un gruppo teatrale dove pratico l’estemporaneità in real time con attori e ballerini. Tale concetto non lo scorgiamo solo nel jazz ma è presente anche nella vita, ed ciò che più mi affascina.

Pur collaborando con i migliori jazzisti italiani e internazionali la tua musica rivela in filigrana suoni e atmosfere provenienti dalla tua terra natia, è corretto?
Certamente! La mia musica si nutre sempre di più della reinterpretazione e personalizzazione delle atmosfere del mio sud filtrate dalle esperienze musicali in toto. Penso che per un artista sia fondamentale valorizzare le proprie origini e tradizioni, poiché è grazie a queste che riscopriamo la nostra unicità. Quando una forma d’arte parla di un territorio e di un popolo in quel momento diventa cultura.

Anche se la domanda potrebbe essere scontata, ci sveli perché prediligi il classico piano trio?
Tutti i pianisti amano la formula del piano trio, poiché, probabilmente, è la situazione ideale che permette di dirigere ed indirizzare la musica anche, in real time, nelle direzioni volute. Un quartetto, un quintetto, oppure un gruppo più esteso, sono condizionati dalla presenza di strumenti solistici, ad esempio a fiato, che ne determinano l’orientamento. L’ultima volta che ho registrato un album in trio risale al 2004, ed in quella occasione l’idea di produrlo non era stata mia. Tutto ciò per spiegare che, in realtà, sebbene il piano trio rappresenti un modello ideale, sto cercando di discostarmi da quella formula, consapevole di quanto sia fondamentale cercare e individuare percorsi alternativi a quello.

Quali sono, oltre a Bill Evans, al quale hai dedicato un album, gli altri pianisti che ti hanno influenzato?
La lista è lunghissima e si allunga ogni mese, ogni settimana. La storia della musica (e non solo del jazz) è costellata di grandi musicisti ed esempi. Non posso dire, tra l’altro, che Bill Evans sia stato il pianista che mi ha influenzato maggiormente. Evans era un pianista che aveva assorbito in maniera profonda l’esperienza accademico-classica e questo lo si recepisce soprattutto nel suo rapporto con il suono, con il tocco. Tutti i pianisti (come me) che hanno vissuto l’esperienza degli studi classici hanno, nel loro approccio, qualcosa che ricorda la musicalità del pianista americano: in primo luogo il suono. Ma questo non significa che io ne sia stato influenzato in maniera preponderante.

Hai da poco terminato il tour in Italia con Rick Margitza, Furio Di Castri ed Enzo Zirilli e in Francia con il tuo Italian Trio: ci racconti com’ è andata?
E’ stata una bellissima esperienza. Abbiamo portato in giro il repertorio di Margitza che prevedeva alcuni suoi brani originali e degli standards riarrangiati. Margitza ha impostato il lavoro dando la precedenza al sound del gruppo più che alle individualità di ognuno. Abbiamo lavorato sulla precisione dei dettagli e questo ha fatto si che ogni sera tutto funzionasse meglio. Siamo giunti agli ultimi concerti che sono stati delle vere bombe. Il tour è durato una settimana ed abbiamo attraversato l’Italia: Cava Dei Tirreni, Taranto, Canosa, Bologna, Torino, con due Master Class, uno a Bari e l’altro a Torino.

Quali saranno le prossime date del tuo tour?
Mi aspettano diversi concerti con diverse formazioni: il 14 Maggio sarò all’Istituto Italiano di Cultura di Parigi con il quartetto di Gegé Telesforo (Dario Deidda e Stephane Huchard), in Giugno torno in Italia con il mio Italian Trio (Mimmo Campanale e Camillo Pace) a Pompei. In luglio ho un tour con il mio UnFOLKettable Two in Francia (Lormes, Aubervilliers, Boulogne), in Settembre in Marocco al Festival di Tangeri (sempre con UnFOLKettable), in Ottobre all’Alexanderplatz Jazz Club di Roma con il mio Italian Trio, a Dicembre a Valenciennes con il mio French Trio (Matyas Szandai e Jean-Baptiste Loutte). Per finire nel Maggio 2020 ho un altro tour con il mio Italian Trio in Francia. Ci sono altre date che si stanno aggiungendo, è un periodo denso di attività.

Hai già progetti nel cassetto per il futuro?
Un progetto discografico, che probabilmente si realizzerà a breve, sarà quello del trio, nel quale, il repertorio si baserà sempre sulla commistione fra jazz e musica folk della mia terra natia.

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