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Interviste

Mirkoeilcane, Intervista

Claudia Erba
Scritto da Claudia Erba

Mirkoeilcane intercetta le contraddizioni del nostro tempo restituendone in musica la straniante complessità.

Songwriter di razza e scaltro entertainer pop, portatore sano di un atteggiamento schivo con volute sottolineature autoreferenziali, censorio per dovere d’artista e accomodante per vocazione, Mirkoeilcane- due album da solista all’attivo, “Mirkoeilcane” e “Secondo me”- intercetta le contraddizioni del nostro tempo restituendone in musica la straniante complessità.
Premio Sergio Bardotti per il miglior testo, Premio della Critica Mia Martini, Premio Enzo Jannacci, targa PMI e un secondo posto nella classifica delle Nuove Proposte a Sanremo 2018 con “Stiamo tutti bene”- per la giuria delle Targhe Tenco miglior canzone dell’anno- Mirkoeilcane si affaccia sul bordo vertiginoso della canzone infotainment, alternando intermezzi ammiccanti ad abissi speculativo-esistenziali, meccaniche celesti e pubblicitarie (seppure, queste ultime, negate con decisione), sberleffo intelligente e destabilizzante carica drammatica.
Verboso e minimale, caustico e malinconico, l’universo artistico di Mirkoeilcane si snoda tra senso del pudore e disvelamenti necessari, denuncia generazionale e rassegnazione, impegno sociale e post-ideologia, senza lasciarsi compiutamente definire, né afferrare.

Nun date retta ai cantautori / gente frustrata che dà peso alle canzoni / voi state bene, lì dove state / ve meritate er tormentone dellestate”, ammonisce in “So’ cantautore”. L’avvertimento, che sembra riecheggiare quello di Nanni Moretti in “Ecce Bombo”: “Italiani, ve lo meritate, Alberto Sordi! “ suona un pocome una presa di distanza da un qualunquismo nazionalpopolare dilagante; un atteggiamento-giocosamente, ma non troppo!- censorio che pervade tutto il suo repertorioo sbaglio?
Forse la formula presa di distanzasuona un potroppo presuntuosa. Mi piace pensare che ci sia qualcosa che contraddistingue ognuno di noi dallaltro, dalla massa. Quello che cerco di far notare è che, sovente, la pigrizia e la tendenza ad accontentarsi fanno sì che alcuni di noi (sempre di più) vivano la vita nel tentativo di somigliare a qualcosa o qualcuno piuttosto che farsi notare per quello che si è.

Le sue canzoni, pur permeate da una critica sociale a tratti corrosiva, non sembrano inquadrabili in un topical songwriting puro. Più che un cantautore engagé lei sembra il portavoce semiserio di una canzone infotainment…è così? E’ difficile muoversi in equilibrio tra denuncia e leggerezza?
I contenitori per genere musicalesono sempre, come dire, pericolosi. Non mi ci trovo granché comodo, non per necessità di fingermi alternativo, ma proprio perché limitante. Quel che è certo è che, scrivendo una canzone, in nessuna maniera e in nessun momento il mio pensiero va a valutare variabili quali la radiofonicità, la durata, il genere, il pubblico a cui rivolgerla, etc etc.
Si scrive per scrivere (e non vale solo nella musica), il risultato finale è imprevedibile, mettergli dei paletti significherebbe fare un lavoro di catena e, personalmente, non trovo alcuna analogia tra le due cose.
Una canzone, un cantautore, ha il compito di ammonire, nella versione più innocua del termine, un determinato aspetto negativo della societàCosì hanno fatto quelli che sono i miei punti di riferimento e così voglio (vorrei) fare anche io.

Nel saggio “Innocenti evasioni. Uso e abuso politico della musica pop (1954-1980)” (Rubbettino, 2013) Capozzi individua nellidea di purezza anticommerciale della musica il più efficace strumento di marketing. La definizione del suo tour come “poco demoscopico” (senza con ciò volerla tacciare di inautenticità) è anche una mossa promozionale?
Nella più banale delle risposte, non sono mai stato capace divendermi”.
Qualsiasi fosse il campo. Io e il marketing siamo due rette che non si incontreranno mai, lo dico con un pizzico di rammarico in tutta sincerità.
Ne conosco di personaggi che oltre ad avere talento musicale hanno anche una spiccata attitudine allauto-promozione e, devo ammettere, che è un qualcosa che in un senso aiuta ma nellaltro rende la propria arte qualcosa di un pomeno “pulito”… mi perdonerete ma in questo senso sono abbastanza romantico! Per come la vedo io, non sono io a dover vendere le mie canzoni.
Quando una canzone piace alle persone che la ascoltano è un gioco di passaparola; il marketing, è vero, abbrevia il percorso, aiuta, ma vuoi mettere la soddisfazione di arrivare a tante persone una canzone alla volta, una parola alla volta?

Ricollegandomi alla domanda precedente, non trova che in Italia resista ancora, almeno come proclama di facciata, una percezione eccessivamente idealizzante dellarte in genere, e della musica in particolare, che qualifica aprioristicamente come disonesto qualsiasi marketing in campo artistico? Mi viene in mente, a proposito, una dichiarazione di Guccini: “Credo nell’essere onesti con se stessi, nell’avere una moralità di base, un’idea di quello che si dovrebbe fare a questo mondo e anche la scelta di seguirla. Senza vendersi, senza dipingersi il culo di verde per fare propaganda al disco che deve uscire, al libro che deve uscire; queste sono cose che non ho mai fatto, non sono mai andato in nessuna trasmissione con un libro o con un disco sottobraccio.”
C’è, come in tutte le cose, una via di mezzo. Larte, per definizione, va condivisa altrimenti si avvicinerebbe di più a qualcosa di onanistico. La mia opinione è che ci siano un sacco di addetti ai lavori alla ricerca della famigerata gallina dalle uova d’oro”.
Molti soldi, poco tempo. Talent show.
Il percorso di un cantautore è un percorso lungo e lento.
Ogni concerto ha la funzione di far affezionare qualcuno alla propria musica, è lì che si crea la magia. Uno alla volta, la volta dopo dieci, poi di nuovo una, poi 50 persone che decidono di darti fiducia e ascoltare il tuo disco.

Marco che brutta fine, grande cantautore che accarezza le parole sulla melodia.
Ma poi sotto quel sole, il sole di Riccione niente più rivoluzione ora c’è discografia” canta in “Gusti”, scagliandosi contro la pretesa scena indie attuale e, più in generale, contro le logiche estenuanti dellomologazione. Anche nel googlare Mirkoeilcane si incappa- tra le altre di uguale tenore- in una definizione dal sapore definitivo, l’alternativo tra gli alternativi. Eppure, tra le righe del suo libro,”Whisky per favore”, sembra emergere una figura diversa da quella del sovversivo tout court
Alternativoha sempre quella fastidiosa accezione negative in sé… è una questione di riferimenti.
Se oggi la maggioranza delle persone si appassiona ad un certo tipo di dialettica che, opinione personale, con eccellente furbizia tende a ridurre tutto allosso, dalla scelta delle parole ai temi affrontati, dalle metafore alle forme grammaticali scelte, non c’è niente di male. Il minimalismo è qualcosa di ben noto nel mondo dellarte, solo attenzione a non scadere nel, vedi sopra, marketing.
Se fai quel genere perché è quello che ti esce dalle vene, chapeau, se lo fai perché è “quello che passano in radio, molto male. Stai prendendo in giro le persone e, soprattutto, stai prendendo in giro te stesso. L’amor proprio non va più per la maggiore di questi tempi, in effetti

La miglior canzone dellanno per la giuria delle “Targhe Tenco” è la sua “Stiamo tutti bene”. Nando Mainardi, nel saggio “L’importante è esagerare: Storia di Enzo Jannacci”, coglie secondo me lessenza umana e artistica di Tenco, identificandola con la dimensione del non più e del non ancora. Lei ha mai sperimentato, artisticamente e umanamente, questa condizione di limbo?
Prematuro riferire a me un concetto cosi alto.  Il mio percorso va avanti da almeno vent’ anni ma è arrivato alle orecchie di molti solo un anno fa. Mi sembrerebbe di autocommiserarmi definendomi in un limbo. Si fa presto a darsi degli incompresi, facile cosìCi vogliono pazienza, tempo, canzoni belle, parole giuste, Kilometri, Grazieda dire e da ricevere.
Fra 50/70 anni di carriera, saremo qui a tirare una linea e scrivervi sotto compresoo incompreso”.

Ringraziamo di cuore Gaetano Petronio 

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Claudia Erba

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