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Recensioni

Marco Cantini: la bella società degli anni ’70

Scritto da Red

Per digerire il nuovo disco di Marco Cantini ho impiegato forse decine di ascolti. E questo non a testimoniare la difficoltà antipatica e superficiale che si prova quando l’opera è scadente e noiosa e comunque sai che dovrai scriverne per forza…bensì, ed è anche peggio, quando provi quella difficoltà che non trova pace quando sai di sedere di fronte ad un’opera che è decisamente più grande di te e delle tue esperienze. Con un tacito moto di umiltà ti viene da dire: e ora che cosa ho da dirgli io a questo Marco Cantini? Proviamoci…
Il suo secondo disco si intitola “Siamo noi quelli che aspettavamo” pubblicato lo scorso 4 Aprile dalla Radici Records. È un bestiario rivoluzionario dipanato lungo 15 tracce di cui due sono piccoli preziosi strumentali di pochi secondi. Un viaggio inaspettato che si compie nei sogni di un professore bolognese – figlio del precariato di oggi – nella Bologna di fine anni ’70, in piena rivoluzione, tra armi del potere e sassi partigiani. Così immediatamente mi chiedo: ne rimane qualcosa di quella energia emotiva e di quelle ideologie volute e pretese a costo della vita? Non saprei…soprattutto oggi che vediamo tanta noncuranza e disinteresse…e non è un caso se sul finire della track list, nel brano “Preludio all’addio” il protagonista (forse lui stesso) dice: “…restando nei bordi, ci alleneremo a diventare sciacalli…sanguineremo di nascosto come le madonne…”
E la Bologna di quel tempo era una Bologna viva di creatività, arte, letteratura, musica. Ed è così che non poteva fermarsi soltanto alla musica il disco di Cantini…la sua canzone e i suoi testi devono moltissimo al fumetto e all’immagine in senso lato, per le sue continue descrizioni figurative, per il suo cesellare con stima e rispetto il sapore di quel tempo da un punto di vista più sociale che politico…quando forse la politica viveva più tra la gente che in televisione…
Ricorre spessissimo il nome di Andrea Pazienza a cui Cantini dedica diversi momenti del disco: lo stesso singolo di lancio dal titolo “Pazienza” di cui c’è il video ufficiale ma anche altri passaggi come la canzone dal titolo ”Cinque ragazzi” che canta assieme ad Enriquez della Bandabardò e Luca Lanzi de la Casa Del Vento e che presumibilmente si riferisce ai fumettisti come lo stesso Pazienza ma anche Filippo Scozzari, Stefano Tamburini (anche lui morto per droga), Tanino Liberatore e Massimo Mattioli. E poi c’è appunto il tema della droga nel brano “Tranches de vie” – e qui si torna a parlare della morte di Pazienza e di Tamburini avvenuta a pochi anni di distanza l’uno dall’altro. Ma si parla anche di Pier Vittorio Tandelli nel brano “Soffia profondo, Pier” affacciandosi così anche alla letteratura: una canzone che Cantini condivide con la bellissima voce del cantautore toscano Massimiliano Larocca.
E poi cito il brano “Technicolor” realizzato con Francesco “Fry” Moneti dei Modena City Ramblers e Giorgia Del Mese, una canzone in cui torna prepotente il tema dell’edonismo reaganiano, degli anni in cui la tv inizia a prendere il potere educativo e la vita delle persone si sposta, dalle strade al salotto di casa.
E la copertina di questo bellissimo lavoro non poteva che essere un disegno, in questo caso realizzato da Pablo Echaurren, mentre le illustrazioni interne sono curate da Massimo Cantini.
Insomma, un lavoro che suona benissimo prodotto con la collaborazione di tantissimi artisti e musicisti oltre a quelli già citati e che non mi metto qui a trascrivere come fossi un aoutoma – però fra tutti citiamo doverosamente Gianfilippo Boni che ha guidato la produzione artistica. Canzoni che eludono e prescindono dalla struttura classica e popolare…quindi scordatevi il ritornello da ricordare che arriva prepotente dopo pochi istanti dal calcio d’inizio, scordatevi modulazioni come strofa-ritornello-strofa-ritornello-special…scordatevi la facilità d’uso e consumo come fosse un tormentone da hit radiofonica o un sottofondo per la gita fuori porta. C’è da sedere e ragionare, c’è da scavare oltre le righe evidenti delle parole che mai sono poggiate a caso, rischiando a volte di danneggiare l’estetica della melodia stessa conservando però un rispetto letterario per il significato a cui Cantini da un valore prioritario…lo stesso significato che però non arriva immediato, soprattutto per chi culturalmente e socialmente è lontano anni luce da certi momenti storici e artistici. Ermetico nella scrittura, ricco di metafore e allegorie come di richiami a immagini e visioni per niente automatiche per chi non è addentro alla materia. Come a voler comunque lasciare il proprio gusto ed il proprio punto di vista sulle vicende da modulare all’ascolto. Dunque un disco difficile, interessante, prezioso…una vetrina sociale, cantata con raffinato mestiere che iscrive Marco Cantini, di diritto, nella prestigiosa cerchia dei cantautori puristi, padri e figli di un genere che ha non ha solo veicolato l’arte della musica italiana, ma ha restituito voce autorevole alla storia del nostro bel paese.
Sedetevi e mettetevi in ascolto…magari con un breviario di carta tra le mani.
“Siamo noi quelli che aspettavamo”.

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