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Arti e Spettacolo Recensioni

Manu Delago – Parasol Peak

Cristina Martinelli

Con Parasol Peak si riporta alla luce il profondo legame fra musica e natura.

Manu Delago. Manu Delago è batteria, è collaborazioni importanti (come Björk, Cinematic Orchestra e Anoushka Shankan), è fisarmonica e suoni folk. Ma soprattutto Manu Delago è hang.
Un particolare strumento musicale idiofono di origini svizzere composto da due semisfere di acciaio temprato dotate di 7 piccole cavità laterali, che viene suonato con l’ausilio di polsi, palmo e dita.
Esatto, perché la parola “hang” nel dialetto di Berna significa “mano”.
La stessa mano che Manu ha deciso di portare lontano dallo studio di registrazione, in mezzo alla natura selvaggia e incontaminata delle Alpi, per creare un disco che più che un semplice susseguirsi di brani è una vera e propria esperienza sensoriale.
“Parasol Peak”, che ha visto la luce il 7 settembre per One Little Indian, è il risultato dell’incontro di grandi e devoti musicisti e di un regista visionario, Johannes Aitzetmüller, che hanno deciso di riportare alla luce il profondo legame fra musica e natura.
L’album è una dolce altalena di suoni folk, ottoni e fisarmoniche, che trascina e immerge l’ascoltatore in un’atmosfera quasi onirica, ricca di suoni evocativi.
Ciò che di straordinario e unico vi sorprenderà di questi brani è l’intensità dei suoni della natura, utilizzata talvolta come impensabile strumento musicale e tavolta come gentile complemento.
Ad accompagnare l’uscita del disco anche un affascinante documentario che racconta la titanica impresa che ne ha portato alla creazione.
Il diario di un progetto ambizioso che ha incontrato numerosi ostacoli, come racconta Manu stesso: “Ci sono stati sicuramente momenti in cui gli individui del gruppo si sarebbero voltati e avrebbero lasciato la spedizione, ma poiché potevamo farlo solo come gruppo abbiamo dovuto sostenerci a vicenda”.
Ostacoli della mente e ben più ovvi ostacoli tecnici, come ammette il regista: “spesso era davvero dura: faceva molto freddo e alcuni tratti erano impervi. E poi la neve, i tempi di installazione dell’audio, strumenti da accordare, e infine le riprese. A volte potevamo filmare solo due riprese, poi bisognava muoversi o i musicisti avrebbero rischiato di mettere a rischio la propria incolumità.”
Il documentario è stato presentato anche a Milano dove, nella suggestiva cornice della Santeria Paladini, Manu stesso ha ripercorso quei giorni immerso nella natura e risposto alle domande dei fans presenti.
Un’impresa epica – insomma – che ha permesso di “intrappolare” in un disco lo spirito di quella Madre Natura maestosa e altèra che si concede solo alla gioia di pochi e coraggiosi spiriti.

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