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Recensioni

Madness – Full house – The Very Best of Madness

Carmelo Di Mauro
Scritto da Carmelo Di Mauro

una raccolta che celebra al meglio il percorso di una band che nei primissimi anni ’80 seppe folgorare il pubblico, sempre pronta a fare “un passo oltre”

Non sempre le raccolte che vengono pubblicate dalle case discografiche per celebrare la carriera di artisti più o meno grandi sono davvero utili a ripercorrere l’esperienza o il lavoro di un gruppo di artisti, spesso infatti, viene messa insieme solo quella manciata di singoli di maggior notorietà per accarezzare il desiderio del potenziale acquirente di avere proprio quella manciata di singoli che già conosce o ha ascoltato per radio. Capitano, a volte, delle piacevoli eccezioni come nel caso della raccolta che celebra la carriera dei Madness e che BMG ha da poco pubblicato.
Certo i brani più noti ci sono tutti, da “One step beyond” che tutti abbiamo ballato almeno una volta in discoteca, a “The Prince” il loro primo singolo, datato 1979, in cui si coglie già il piglio irriverente che poi sarà sviluppato in maniera ancora più intensa nei lavori successivi, passando per “Night boat to Cairo” e “Cardiac arrest”, il cui bellissimo video mette in scena al meglio la teatralità di cui la band si è sempre fatta forte nelle sue uscite pubbliche.
Tuttavia, nelle 42 tracce che caratterizzano la raccolta si ascoltano anche episodi minori, un po’ snobbati in passato dalle radio, ma essenziali per capire lo spirito di una band, forse con eccessiva faciloneria racchiusa nei limiti della definizione del genere ska, ma in realtà capace di una produzione pop molto raffinata, diversa rispetto ad alcune scene che si sarebbero imposte come mainstream, e persino anticipatrice di alcune sonorità.
In questo “Full house – the very best of Madness” c’è molto del mondo musicale che sentiremo evolversi nella Gran Bretagna di anni ’80, anche nei dischi band ben più snob, e ci sono anche melodie accattivanti sin dal primo ascolto, che ritroveremo riprese e sviluppate nei lavori che i Madness rilasceranno a fine secolo, come la bellissima “Johnny the horse” che coglie la band in una pubblicazione del 1999.
Una raccolta finalmente completa che racconta al meglio la parabola musicale di una band che nei primissimi anni ’80 seppe folgorare il pubblico con due album come “One step beyond” e “Absolutely” dal grande successo tanto da piazzarsi entrambi al numero due della classifica britannica e che volle raccontarsi anche un film “Take it or leave it” diretto da Dave Robinson, un produttore con l’hobby della regia, che avrebbe firmato anche degli splendidi video che hanno sempre accompagnato i loro brani. Un film che si sviluppava tra commedia e racconto autobiografico che, nel mettere in scena le difficili relazioni all’interno del gruppo, seppe quasi anticipare la separazione di Mike Barson dalla band, avvenuta poi nel 1984. Ci vorranno ben 9 anni prima che i fan potessero rivedere i Madness al completo nella loro line up originale e ci riusciranno non in un banale show, ma addirittura in un festival che celebrava in maniera ironica la grandeur mai celata dalla band con un evento denominato “Madstock!” una due giorni che portò 75.000 spettatoti al Finsbury park a Londra.
Una raccolta assolutamente completa che andrebbe ascoltata avendo a portata di mano una fedele ricostruzione della loro biografia, in modo da cogliere il valore di brani come “Waiting for the ghost train” l’ultimo singolo che la band pubblicò sul finire del 1986 prima dello scioglimento, dove si immagina la band sul binario in attesa di un treno che mai arriverà. Ma non sarà uno scioglimento lungo, dopo appena cinque anni quel treno “black and white” tornerà in stazione e porterà con se la pubblicazione di “It must be love”, titolo che ripropone con molta enfasi la ritrovata affinità di vedute musicali dei componenti la band.
Da allora i Madness torneranno a produrre nuova musica con regolarità, senza mai dimenticare di pubblicare qua e là qualche raccolta dei loro vecchi successi, così per rinfrescare la mente ai fan dell’ultimo minuto o ai ragazzi più giovani. Nulla, però, di veramente completo ed approfondito come questo “Full house”, una raccolta che celebra al meglio il percorso, in fondo non così accidentato, di una band cui l’idea di farsi ingabbiare in un genere musicale definito “2 step” poteva legittimamente sembrare una limitazione insopportabile, soprattutto per loro, sempre pronti ad “un passo oltre”.

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