Cookie Policy

Interviste

Lorenzo Cittadini, Intervista

Fortunato Mannino

Lorenzo Cittadini è una figura interessante e poliedrica del nostro panorama musicale. Nonostante la sua giovane età, infatti, alla figura del cantautore e del musicista possiamo affiancargli quella del poeta e, prossimamente, anche quella dello scrittore. La critica ha speso per lui belle parole e i premi vinti sono la migliore conferma del suo talento. Lo abbiamo incontrato in occasione dell’ultima tappa del suo mini-tour in terra calabra, poco prima del live acustico presso il Malavenda Cafè di Reggio Calabria. Un incontro reso possibile grazie a Filippo Sorgonà, che ha organizzato l’evento.

Ciao Lorenzo e benvenuto su SOund36
Un saluto a tutti Voi e grazie per questa bella chiacchierata che ci apprestiamo a fare

Raccontaci un po’ di te e della tua Musica
La Mia Musica nasce dal viaggio, mi piace definirla come una scrittura on the road. Provengo dalla provincia di Treviso ma, avendo il papà bresciano e la mamma calabrese, ho avuto la fortuna di vedere molti posti. Durante i lunghi viaggi in macchina da Treviso per raggiungere Reggio Calabria, i miei genitori mi hanno sollecitato all’osservazione, stimolato la mia curiosità e per un ragazzino questo è molto importante. La mia Musica nasce da qui e, infatti, sia La Rosa Corsara (album uscito nel 2017 n.d.r.) che 22.12, album che presento stasera, parlano di viaggio. In particolare 22.12 è proprio il ritorno a casa nel 2015, dopo un’esperienza di viaggio e di studio fatta in Spagna e Portogallo. Un ritorno a casa, ai propri affetti, agli spazi propri suscita sempre emozioni contrastanti, perché quando sei in viaggio tante regole non esistono, non esistono orari né punti fissi. L’idea di mettere in musica questo contrasto di emozioni mi ha affascinato. La mia, dunque, è una scrittura on the road nella quale confluiscono le mie esperienze di vita.

Il viaggio è una tematica molto bella, che ricorre spesso sia nella letteratura che nella Musica. Da un viaggio non si ritorna ma uguali a quando si è partiti. Come ti ha cambiato il viaggio, e come questo cambiamento confluisce nelle tue liriche.
Io porto sempre con me una frase, che mi ripeto sempre ogni volta che viaggio: chi dice che il viaggio è finito in realtà non viaggia mai. Quando hai la consapevolezza di essere in movimento sempre, anche nei piccoli spostamenti quotidiani, nei piccoli gesti, in un incontro o in una chiacchierata è importante, secondo me, riuscire a cogliere la magia e la bellezza della quotidianità. Essenzialmente radico molto la mia scrittura a questa base. Il viaggio può cambiare ad ogni istante, in un verso lo definisco stupenda incertezza. Il fatto di dover sempre ricalibrare e riparametrare i tuoi obiettivi nel breve periodo lo trovo spiazzante, denso di pericolo, denso di incognite da affrontare sul momento ma trovo che sia molto motivante.

Parliamo un po’ del cantautorato italiano contemporaneo. A mio avviso ci sono tanti artisti talentuosi ma… Un grosso “ma…”. A te il compito di continuare un concetto che ho volutamente lasciare sospeso.
C’è tanto fermento. Allora diciamo che, sicuramente, rispetto a qualche tempo fa la capacità di farsi sentire e convogliare la propria visione della Musica è in netta crescita, perché la tecnologia e internet, evidentemente, hanno fornito a tutti una possibilità. Il punto è che, purtroppo, manca quella vera selezione, quella vera gavetta che la televisione e i media riducono a zero. Mi sono accorto, non solo io ma anche gli addetti ai lavori, che non viene dato più spazio alla vita di un artista, di una persona cioè che vuole raccontare e raccontarsi. Se prendiamo i vari Tom Waits, i vari Paolo Conte o, più in generale, tutti i cantautori italiani e stranieri nella loro carriera veniva dato amplissimo spazio a quella che era l’evoluzione della loro vita. Un Capossela a venticinque anni ti raccontava qualcosa, a trenta te ne diceva un’altra, a quaranta la gente era incuriosa di sapere che cosa aveva da dire. Questo manca! Gli artisti vengono catapultati in un mondo, molte volte effimero e costruito e poco dopo… casca il palco. Viene a mancare, infatti, la solidità di un rapporto di cui un cantautore non può fare meno. Una situazione, ahimè, difficile. Quello che mi tranquillizza, per certi versi, è quel grande fermento e quella grande voglia di farsi conoscere ma… va canalizzata bene.

Raccontaci un po’ quelle che sono le tue radici musicali, degli artisti italiani e stranieri che in qualche modo ti hanno influenzato o che stimi.
Il primo approccio che ho avuto con la musica è stato Zucchero Fornaciari ma, in seguito, per certi versi mi sono discostato da quel movimento. Un altro artista è Pino Daniele. Ammiro il suo coraggio nel mettersi in gioco nel trovare delle sonorità così particolari da creare un mix vincente che, a mio avviso, non è sufficientemente apprezzato all’estero. Nel mio ultimo disco si notano, invece, influenze d’oltreoceano così come amo definirle. In 22.12 la composizione musicale è influenzata da gruppi come The War on Drugs, The National, Kings of Leon, sonorità molto diluite dunque. Dal punto di vista della scrittura l’influenza dei grandi cantautori è evidente, perché le tematiche che riuscivano a trattare sono importanti e attualissime anche oggi. Mi viene in mente Battiato e la mente brillante che aveva. Oggi Battiato sarebbe un precursore di un movimento che verrà, eppure trent’anni fa era considerato un folle. Quindi cerco di percorrere questi sentieri non troppo facili ma… amo la sfida.

Riconosciti una peculiarità.
Senza dubbio la semplicità. La semplicità legata a quello che è l’atteggiamento può far grande un artista. Il lavoro di un artista, che lavora con semplicità e con dedizione ogni giorno come se fosse un artigiano, dopo lo si percepisce anche su un palco, che tendenzialmente tende ad elevare una persona, perché si pone al di sopra rispetto a chi sta giù. La semplicità, dunque, legata ad un atteggiamento sempre positivo, costruttivo, con la curiosità di conoscere e migliorarsi, perché non si finisce mai d’imparare, sono le peculiarità che mi riconosco.

Torniamo per un attimo al viaggio. Com’è cambiata l’Italia ai tuoi occhi di viaggiatore, come è cambiato il pubblico e, più in generale, la gente.
Mi piace dividere il viaggio in due tipologie: quello attraverso il nostro paese, l’altro è quello che mi ha portato in altre nazioni Francia, Spagna, Portogallo su tutte. Avendo vissuto lì ho avuto la fortuna di capire come ragionano gli artisti, le persone, e come ci si approccia all’idea di viaggio negli altri paesi. Partendo dal mio paese, ogni volta che si viaggia, cambia lo scenario. Venendo giù da piccolo, per esempio, avevo la curiosità di capire come la città di Reggio, città natale di mia madre, cambiava negli anni. Migliorata o peggiorata? Era sempre e comunque un modo di fantasticare: chissà cosa mi aspetta quando tornerò l’anno prossimo? Chissà se quella barca sul mare, dove passavo ore e ore, ci sarà ancora? Chissà quel pescatore… cambiava di anno in anno ed era bellissimo.
Il viaggio, invece, fuori dal mio paese è stato un viaggio più introspettivo e spirituale. Mi ha dato, infatti, la possibilità di staccarmi dalle dinamiche del mio paese, da ciò che mi stava attorno, da ciò che conoscevo e mi ha offerto un approccio completamente diverso. Penso, per esempio, alla Francia, alla Spagna, al Portogallo, nazioni dove bande d’artisti e musicanti si spostano continuamente, bussano alle porte delle case, delle città e s’installano lì e cantano e suonano per ore e ore. Questa semplicità, questo fare molto diretto, molto semplice ma allo stesso tempo molto coinvolgente, probabilmente, manca nel nostro paese. È una differenza che ho notato subito ed è anche un ottimo spunto di riflessione.

Parliamo un po’ di 22.12 tuo ultimo album. Non posso non notare che sul primo è raffigurata una rosa dei venti, su questo tu che cammini lungo una strada ma… lascio a te la parola.
22.12, come detto, parte dall’idea del rientro a casa ed è anche la canzone a cui sono più legato. È, infatti, la canzone che di getto ho scritto al rientro da quell’esperienza ma… l’ho lasciata in un cassetto, da parte, a maturare. Nel frattempo ho pubblicato La Rosa Corsara, il mio primo album, anche qui domina l’esperienza del viaggio, della poesia, della scrittura. 22.12 traccia una linea di demarcazione a livello di suono, perché c’è un netto distacco tra i due dischi. Il suono di 22.12 è leggermente più fresco, più moderno come sonorità quindi mi ha dato la possibilità di farmi avvicinare da musicisti, che calcano il panorama musicale da tantissimi anni. Penso in particolare, al mio produttore Simone Chivilò, che dagli anni ’80 già con Massimo Bubola, che scrisse Il Cielo D’Irlanda per la Mannoia e collaborò con De Andrè per tanti anni, è riuscito ad incanalare ancor meglio il mio pensiero. Credo sia stata un’arma vincente cedere un po’ del proprio, per arricchirsi di quello che può dare l’esperienza di un artista di questo calibro.

Concludi come preferisci questa piacevole conversazione rispondendo a una non domanda
La mia caratteristica principale è quella di aver sempre voglia di viaggiare, di prendere armi e bagagli, chitarre, dischi, avere un posto dove dormire e… viaggiare. Quello che mi auguro, ed è la risposta alla non domanda, è di essere accolto in tantissimi posti piccoli o grandi che siano, trovo un piacere immenso nel lasciarmi andare sempre e comunque. L’essere accolto mi piacerebbe molto, è in questo senso che interpreto la mia attività.
Un grazie di cuore a SOund36 per l’ospitalità e… a presto.

Articolo e foto di Fortunato Mannino

 

About the author

Fortunato Mannino

Fortunato Mannino

error: Sorry!! This Content is Protected !!