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Sulla musica

La Figlia Del Capitano – Musica di Fernando Previtali

Annalisa Nicastro

Capitolo 2.1 (parte 18) I musicisti cinematografici del dopoguerra: i “maggiori”, fra tradizione ed innovazione. La figlia del capitano (’46) di Mario Camerini; musica di Fernando Previtali

Capitolo 2.1 (parte 18) I musicisti cinematografici del dopoguerra: i “maggiori”, fra tradizione ed innovazione. La figlia del capitano (’46) di Mario Camerini; musica di Fernando Previtali

Pugacëv dà un salvacondotto a Grinëv che gli permetterà di raggiungere Orenburgo senza essere ucciso dai cosacchi. Ma la mattina, prima di partire, in­contra Švabrin il traditore, ormai divenuto luogotenente di Pugacëv, che tiene pri­gioniera l’amata Maša.
Egli, non potendo far nulla, parte con l’unico pensiero di tor­nare a riprendersela. Raggiunta Orenburgo ed informato il generale sulla situazione, egli decide di partire di nascosto la notte, per tornare a riprendere la sua dama pri­gioniera. Questa fuga gli costerà cara, perché verrà accusato di tradimento all’impe­ratrice e catturato dagli uomini di Pugacëv. Una volta davanti a Pugacëv, lo informa che Švabrin tiene prigioniera la sua fidanzata nella fortezza di Belagorsk. Entrato ormai nelle sue grazie, lo zar impostore decide di aiutare ancora una volta Pëtr e si dirigono alla fortezza, dove deve essere punito il traditore Švabrin, ché tale comportamento non è tollerato nemmeno dai cosacchi. Una volta entrati, tutti i cosacchi gli vanno incontro festosi, inneggiando allo zar Pietro III. In questo frangente sentiamo entrare per la prima volta il primo leitmotiv che viene ad identificarsi col capo della rivolta cosacca, colui che si è dimostrato capo coraggioso ed intelligente, desideroso di dare la libertà alle masse contadine sfruttate. Ed in effetti, la musica che lo denota risente di questa caratterizzazione, individuando in Pugacëv il simbolo dell’uomo russo, sempre in rivolta col potere costituito e capace, nello stesso tempo, di esprimere i propri sentimenti nella maniera più schietta possibile. Per questa ragione, esso rimane a lungo nella memoria del popolo russo e la sua figura eroica passa in molti canti popolari slavi.
Intanto, però, le truppe imperiali giungono a riappropriarsi del forte. Pugacëv fugge e, mentre la battaglia è in corso (ritornano le stesse coloriture orchestrali di quella precedente), Švabrin e Grinëv cominciano quel duello con la spada all’ultimo sangue che da tanto cercavano. Mentre Švabrin sta morendo a terra, entra il generale d’Orenburgo che lo accusa di alto tradimento all’imperatrice Caterina II. Il tenente traditore non manca di addossare la stessa colpa al suo nemico “in amore” Pëtr, rantolando, con l’ultima voce rimastagli, che Grinëv ha abbandonato Orenburgo per unirsi col suo amico Pugacëv. L’ufficiale Pëtr Grinëv viene, così, tradotto a Mosca e condannato a morte per alto tradimento. E a nulla valgono le disperate preghiere di Maša a suo padre, che mette davanti a tutto l’onore militare, e alla stessa imperatrice per scagionare il suo amato dalla condanna a morte.
Anche Pugacëv viene fermato, catturato e condotto a Mosca rinchiuso in una gabbia. Tutti e due si trovano nelle prigioni di Mosca, in attesa di essere giustiziati. Mentre Maša va a dare l’estremo saluto a Pëtr, vediamo la regina, contempo­raneamente, entrare nella prigione di Pugacëv e avere un colloquio con lui. Parados­salmente, sarà proprio lo zar impostore a scagionare l’ufficiale, raccontando all’impe­ratrice come sono andate veramente le cose. Tutta questa sequenza è accompagnata da una lugubre melodia a marcia, resa dal pizzicato degli archi e dalle trombe che ri­petono una frase puntata, ritmata dal rullo dei tamburi che preannunciano l’esecu­zione e che danno alla scena un sapore ancora più drammatico. Essa ci fa sentire, an­cora di più, che Pugacëv è un uomo istintivo e pieno di sentimento, che ama la lealtà e la libertà, come un vero russo. Subito dopo, sentiamo rientrare il bellissimo leitmotiv dell’amore che viene a sottolineare la felicità dell’ufficiale graziato che può ora abbracciare la sua dolce dama. Ma tale è la beatitudine, che ancora più drammatica e struggente risulta il sopraggiungere del primo leitmotiv (appartenente a Pugacëv), ritmato sempre dal rullo dei tamburi e che accompagna il ribelle alla morte.
Fernando Previtali dimostra di avere, in questo film, capacità musicali tali da evocare i grandi e forti sentimenti che animano il romanzo del romantico Puškin, rendendoli eccezionalmente espressivi attraverso la creazione di questi due leitmotiv. C’è da dire che però non sempre essi riescono ad essere riconosciuti net­tamente e talvolta appaiono confusi e non troppo coinvolgenti. Certo, il momento migliore in cui essi appaiono è proprio nel bellissimo, anche se melodrammatico, fi­nale, intrecciati l’uno all’altro, come l’uno all’altro sono intrecciati Pugacëv, Pëtr e Maša nello svolgimento della storia e nella loro propensione all’afflato romantico che li fa potenti personaggi.
Dove Previtali sbaglia, rimanendo ancorato al tradizionalismo musicale, è nelle troppe coloriture ( si pensi ai violini del primo incontro tra l’ufficiale e Maša Mironov ), nelle caratterizzazioni poco chiare (l’incontro di Grinëv e Pugacëv nella steppa ghiacciata). Inoltre, parlando di musica russa il musicista ha a disposizione un formidabile campionario di melodie popolari che però riesce a sfruttare solo in parte. Un buon adattamento drammatico è durante la sequenza della festa del fuoco, con la sua musica caratteristica che accompagna discretamente il primitivo sfrenarsi dei cosacchi. Non si può dire lo stesso quando sentiamo i soldati-contadini di Pugacëv intonare cori e canti tristissimi, tipici dell’anima russa, ma resi loro estranei dalla lingua in cui sono convertiti; di fatto, l’uso dell’italiano qui non è necessario, poiché se l’avessimo sentito col suo testo originale, in russo, ne avremmo sicuramente ottenuto una maggiore profondità e chiarezza, capace di farci penetrare il loro animo in maniera più totale, poiché musica e sonorità della lingua slava avrebbero coinciso come forma e contenuto.

Segue nel prossimo numero a settembre! Tratto dalla Tesi di Gianluca Nicastro La musica nel cinema del dopoguerra italiano

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Annalisa Nicastro

Annalisa Nicastro

Mi riconosco molto nella definizione di “anarchica disciplinata” che qualcuno mi ha suggerito, un’anarchica disciplinata che crede nel valore delle parole. Credo, sempre e ancora, che un pezzetto di carta possa creare effettivamente un (nuovo) Mondo. Tra le esperienze lavorative che porterò sempre con me ci sono il mio lavoro di corrispondente per l’ANSA di Berlino e le mie collaborazioni con Leggere: Tutti e Ulisse di Alitalia.
Mi piacciono le piccole cose e le persone che fanno queste piccole cose con amore e passione

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