Arti e Spettacolo Interviste

Intervista a Cinéma Fragile

Michele Tarzia
Scritto da Michele Tarzia

I cineasti liberi sono i supereroi dell’era dell’immagine! Il nostro cinema è cinemavita

Molte volte, nella Babele della rete, si incorre in incontri casuali, mai cercati o desiderati, ma si viene a contatto con delle scoperte che mai avrei pensato di fare. 
I filmmaker che conosco, che guardo e che sento, sono per me come una diramazione del pensiero, fluente e condiviso e d’altro canto, sarebbe difficile per me non esserne così attratto. Le immagini che produciamo quotidianamente sono tante, per certi versi, molte di loro pressoché inutili. Ma se i nostri gusti, le nostre emozioni, i sentimenti e il senso critico potrebbero avere più voce in capitolo, allora il cloud della rete sarebbe più libero di respirare e dare maggiore spazio ad autori come Cinéma Fragile. 

L’immagine, come anche la poesia, si fa espediente di un vissuto, a volte fugace. E voi, attraverso la macchina da presa, riuscite a trasporre questo breve istante di vita nel cinema. Quanto di questo può diventare (video-poesia) o cinema?
Filmare è sempre un modo per cogliere/afferrare le cose che ci hanno commossi, che amiamo, per condividerle. Il problema è come organizzarle affinché si possa rivivere il lampo, l’istante che ci ha colti con la sua bellezza, la sua forza o leggerezza, ad ogni proiezione. 
La poesia va avanti per avvicinamenti tra pensieri, intuizioni, parole, epifanie, cercando di creare immagini nuove. Nel nostro cinema è proprio la stessa cosa: funziona quando riusciamo a raccogliere le cose che abbiamo osservato in modo da renderle nuove. Spesso è una questione di ritmo: anche qua c’è un legame molto forte con la poesia, nella ricerca del ritmo giusto.
Alla parola video-poesia preferiamo “cinépoème”, perché ci collega al cinema dei primi tempi, quello che stupiva gli spettatori, grazie all’apparizione della vita sullo schermo, quello di cui le immagini erano meno perfette, di una tecnica più grezza, semplice, però piena di vibrazioni. In un’intervista del 1968 Truffaut dice: “Quando si vede un film dei fratelli Lumière, viene l’impressione che si è perso un segreto nel cammino; che nel frattempo, diventando più raffinato, sofisticato, il cinema abbia perso il contatto con la realtà”.
Ora, nel 2019, come dici, siamo annegati in un flusso continuo di immagini sofisticate… Tutto diventa rappresentazione organizzata e simulacro all’istante dell’apparizione: a rischio oggi è il contatto con la nostra propria realtà, non si tratta più solo del cinema. 
Allora perché fare film, aggiungere ancora più immagini al diluvio?Più che mai, pensiamo, che per far passare vita vera attraverso la macchina da presa, per mantenere la nostra capacità di stupore per le cose reali, bisogna filmare i momenti più semplici, anti spettacolari, autentici che vediamo.
Infatti (forse) è un’epoca bellissima per i cineasti: vivendo sotto questo regno totale degli schermi, possono contribuire alla sopravvivenza della sensibilità umana usando gli stessi strumenti (attrezzi) che accelerano il proprio annientamento nello vuoto dei selfies… I cineasti liberi sono i supereroi dell’era dell’immagine!
Cercando di definire il nostro cinema, si può dire che è minimalista, spogliato, dell’istante, in vivo, ecc… ma in italiano c’è una parola con cui ci sentiamo ancora più vicini: cinemavita. 
Pensiamo di sapere che l’espressione viene dai ragazzi del Laterale Film Festival, a Cosenza, con cui abbiamo molto in comune, sui motivi e il modo di fare dei film.

Ho visionato i vostri 65 piccoli film Haiku. Mi parlate del progetto?
Dobbiamo aggiornare il sito! Ora siamo a più di 130…Abbiamo iniziato a filmare haikai 4 anni fa, tra due progetti. In un periodo di preparazione che diventava troppo lungo e frustrante ma che ci permetteva di uscire, guardare intorno e filmare: che liberazione!
Sono film cortissimi, basati sul ritmo della poesia haiku giapponese. Sostituiamo semplicemente la durata delle riprese al ritmo della poesia: ogni film si compone di tre piani di cui la durata è multipla di 5-7-5 secondi. Di questo ritmo ternario nasce una narrazione naturale, provenendo dall’azione – oppure dall’assenza, dell’attesa di qualsiasi azione…
Gli haiku sono film di osservazione pura, è un approdo contemplativo. Ci vuole disponibilità: non solo per lasciarsi sorprendere dal caso, dall’imprevisto, piuttosto per sentirsi trascinato, portato da lui. Allora tutto si svolge come se fermarsi da qualche parte e guardare intorno può far apparire cose da riprendere. 
Mentre facevamo un laboratorio basato sugli haiku a Vilnius, per il Tarp Audiovisual Poetry Festival, un partecipante ha esclamato: << Ora saprò sempre cosa fare! >>.
E’ proprio lo stato d’animo: il modo in cui lavoriamo oggi viene direttamente da là, da quest’idea che c’è sempre qualcosa da riprendere, un film in attesa intorno a noi.
Sul sito gli haiku si possono vedere uno alla volta, mentre a novembre, alla domanda di Circuito Nomadica, presenteremo una serie con il titolo Primavera; è una raccolta per stagione, come nella tradizione giapponese. Così abbiamo scoperto che nella durata si creano echi tra situazioni, attitudini, che rivelano molto dell’organizzazione generale, dei modi in cui abitiamo la città, l’architettura, dell’adattamento individuale o collettivo al movimento della vita. 

Nei miei film ricorre spesso l’utilizzo del found footage e talvolta diventa così presente che si fa carico di memoria e prende il sopravvento su tutto il resto.  Anche voi lo utilizzate, come nel film La Neige(2014). Che rapporto avete con le immagini d’archivio e quando ne fate uso?
Siamo sempre commossi dalle immagini d’archivio. Le vediamo come un collegamento diretto con la parte eterna della condizione umana: (noi umani) siamo solo l’elenco delle azioni che abbiamo compiuto durante il nostro breve passaggio sulla Terra.
Ogni pezzo di pellicola, ogni sequenza ripresa può essere il testimonio dell’esistenza effimera di un essere vivente, a volte l’unica traccia che rimane di quel passaggio… Il cinema ha questo strano potere, di trasformare il semplice gesto della mano fatto da una sconosciuta, dimenticato, appena svolto, in un’immagine poetica che viaggia nel tempo. 
Cosicché il tempo è iscritto nell’aspetto del filmato, nel suo colore o suoi difetti; si assiste contemporaneamente alla sua rinascita e all’esistenza di una distanza che non si può superare fisicamente. È abbastanza vertiginoso a pensarci…
Dopo aver fatto più film alla ricerca di queste sensazioni, di questa nostalgia molto particolare, abbiamo anche lavorato, in collaborazione con Saint Octobre, a un progetto di lungometraggio poetico sull’attività nucleare dell’Unione Sovietica degli anni ’80. È composto di riprese dal presente, ma soprattutto di found footage recuperato dopo lunghe ricerche negli archivi disponibili al pubblico.
Avvicinandole tra di loro, le immagini, appaiono ovvie. Alcune sono stordenti, ma si capisce a quel punto che il futuro è continuamente sotto i nostri occhi: nello slancio di ogni istante si intravede il suo (proprio) avvenire, il relativo impatto. Basta fermarsi un attimo per vederlo.

Il vostro ultimo film si intitola Vietato fare lo shampoo (2018), presentato nella sezione documentari all’ultima edizione del festival Laceno d’Oro. Di cosa si tratta?
Abbiamo avuto il piacere di essere stati invitati più volte al Laceno: sono stati loro a proiettare per la prima volta i nostri primi haikai, nel concorso ‘Occhi sulla città’. Pure Aurelia(2016), un lungometraggio in cui parliamo della migrazione del padre di Katia verso la Francia negli anni cinquanta. La squadra del Laceno ha una visione molta libera del cinema, dalla quale beneficiamo con grande piacere in ogni occasione!
A proposito di Vietato fare lo shampoo, prima di tutto, l’idea era di sopravvivere all’inverno, guardando e montando immagini dell’estate…Scherzo a parte, il film nasce dal luogo, una piccola spiaggia del Mezzogiorno dove il tempo ha un sapore particolare, staccato dal passato come dal futuro. Dove la nostra poesia spontanea di essere umani – sia volontaria che involontaria! – appare più volentieri rispetto ad altri posti.
È proprio “direct cinema”, minimalista, immediato: niente spiegazioni, solo un tuffo sensoriale nei ritmi e nelle visioni di una giornata sulla spiaggia. Mostra prima di tutto di che cosa siamo ricchi, qui e ora, con i due piedi nella sabbia; della nostra immaginazione, della nostra capacità istintiva e naturale a giocare, oppure fare nulla… prima di qualsiasi discorso o riflessione. Alcuni spettatori dicono che vedendo il film, hanno avuto la sensazione di vivere fra la gente su quella spiaggia. 
Connettendoli ai loro propri ricordi, le riprese riattivavano le loro esperienze vissute in quel luogo. Forse perché il film è stato fatto così: in qualche modo erravamo sulla spiaggia, non stavamo girando un film… Senza idee preconcette, né del soggetto, né dei dettagli, pienamente disponibili a ciò che si presentava.Vediamo in queste reazioni un motivo per andare avanti, cercando di creare questi momenti particolari, in cui gli spettatori possono sentirsi collegati nel contempo alla loro propria individualità e al mondo intorno.
Ora stiamo lavorando con lo stesso spirito sul nostro prossimo film, I nostri occhi affamati.Una collezione di istanti, appunti, bozzetti, impressioni raccolte a Roma.
Ci liberiamo completamente di ogni idea di narrazione, di soggetto predefinito, come se avessimo fede nella ricchezza di ogni istante, nella moltitudine di vicende che sorgono dall’attività quotidiana, per placare la nostra infinita sete di vita e di cinema.
Non si sa mai in anticipo come funzionerà, conosciamo solo l’intenzione che ci può portare: sincera e disponibile il più possibile.
Se ci lasciamo trascinare dall’atmosfera del momento durante le riprese, il montaggio crea altri incontri imprevisti, si assiste così alla nascita del film, all’apparizione del racconto, più di quanto lo montiamo noi stessi.
Ci sono le persone che vanno al cinema per scoprire il mondo, e coloro che vanno al mondo per scoprire il cinema. Noi apparteniamo alla seconda categoria, ma ci serve la prima affinché la gioia sia piena!

Mi incuriosisce l’idea che sta dietro la scelta del vostro nome, Cinéma Fragile. Me ne parlate?
Il fatto di avvicinare le parole “cinema” e “fragile” è un modo per rivendicare la nostra volontà di liberarci di alcune nozioni con le quali non abbiamo nessuna affinità.
Innanzitutto dai soggetti, dalle storie, dalle immagini, caratteristiche del cinema cosidetto ‘commerciale’, basato sulla forza d’impatto finanziario, sulla ripetizione continua dei medesimi schemi. Sono gli industriali a dire che il cinema è un industria. Se la possono pure tenere! Con la sua assoluta povertà dell’immaginario, la sua assenza totale di generosità, la ristrettezza della loro visione industriale del mondo, che peraltro lo guida dritto al collasso. Perché unirsi a questo?La fragilità è una cosa bella in questo mondo, un’affermazione forte. Abbiamo scoperto da poco un testo dal 1929 sul cineasta André Sauvage. Tra l’altro dice: « Nel cinema di Sauvage, l’assenza di un sistema sconcerta gli spiriti impazienti. Non c’è, nelle sue immagini, nessun espediente, nessuna occhiata accattivante, lascia il loro proprio fascino alle cose che tocca. Non forza in nessun modo la sensibilità dello spettatore: lo lascia libero di saper vedere, godere lo spettacolo, vagare seguendo la sua mente ».
Questo spirito ci conviene perfettamente oggi, 90 anni dopo. Vogliamo fare un cinema spogliato dalla seduzione artificiale, tanto quanto dalla siccità dei concetti. Non povero, ma forte grazie alle sensazioni di libertà che trasmette.
Alcuni cineasti contemporanei riescono a far passare vita attraverso i buchi della rete industriale, ma è molto lungo come processo. 
Perché intanto non fare film? Cioè, migliaia di film… perché con uno solo budget ‘industriale’ noi ne possiamo fare mille.
Stiamo dal lato degli artigiani: preferiamo sempre mostrare i nostri film fatti a mano, “stasera nel locale” e siamo numerosi a poterlo fare. 
Sembra un’utopia, ma chi lo sa, forse un giorno la comunità del cinemavita riuscirà a battere sul tempo l’industria, facendo mille film
diversi e liberi mentre loro  ne produrranno solo uno, già visto mille volte. Insomma, rivendicare una fragilità oggi è un’azione allo stesso tempo derisoria e decisa, ma è sopratutto l’unica cosa che ci interessa.

Haiku #21 (2015) Frame dal film

Cinéma Fragile è composto da  Katia Viscogliosi e Francis Magnenot e potete trovare maggiori informazioni e visionare i loro film su cinemafragile.wordpress.com o su vimeo.com/cinemafragile

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