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A propos de Pop Corn

Il Meglio del 2018 per Raffy Iavarone

Raffy Iavarone
Scritto da Raffy Iavarone

-Amir, Tamino
primo album per il giovane cantautore e compositore belga. La raccolta è un magico susseguirsi di malinconiche ma ipnotiche melodie, con richiami forti al mediorientale, che fanno da cornice a intriganti ballate intonate con una voce calda e intensa (“Habibi”). Apprezzato in tutta Europa, conta anche di una collaborazione con Colin Greenwood dei Radiohead nel brano “Indigo Night”.

– Atlantico, Marco Mengoni

un viaggio musicale, che porta dall’altra parte dell’Atlantico, con forti richiami alla musica latina (“La casa azul”, “Amalia”), passando per l’elettropop (“Voglio”, “Atlantico”), senza rinunciare a pezzi più profondi, delicati, come “La ragione del mondo”, la cui piacevolissima intro è realizzata da un quartetto d’archi. La quintessenza del pop italiano contemporaneo.

– Evergreen, Calcutta
l’indie che diventa mainstream, dai locali di provincia all’Arena di Verona, senza perdere la propria identità. Sprazzi di vita quotidiana, raccontati con quell’animo spensierato e un po’ sopra le nuvole, cadendo a volte nel nonsense (“Paracetamolo”), musiche che ti rilassano e cullano per poi essere storditi dal grido “Ue deficiente” (“Pesto”). Fastidiosamente piacevole.

-Il ballo della vita, Måneskin:
band rivelazione del penultimo X-Factor, il loro primo album non delude le aspettative. Eccentricità, stravaganza e strafottenza, punti forti di questo gruppo: viene fuori in connubio di funk, pop, rock che fa venir voglia di buttarsi nella mischia e lasciarsi andare (“Fear for Nobody”,”New song”). Nota stonata (si fa per dire) la ormai popolarissima ballad “Torna a casa”.

-Kamikaze, Eminem:
dicembre 2017, esce “Revival”, ritenuto niente più di una trovata commerciale, per i numerosi, forse troppi, featuring con le pop star più in voga. Otto mesi dopo a sorpresa viene annunciato “Kamikaze”, azzeccatissimo ritorno alle origini di mr. Mathers. Che ne ha per tutti: i fan e gli addetti che l’avevano criticato, il fenomeno della trap, e non mancano accuse alle politiche di Trump (“The Ringer”).

-Non abbiamo armi, Ermal Meta
pubblicato in occasione dell’ultimo, trionfale, Festival di Sanremo, è il lavoro più completo del cantautore italo-albanese. Si passa dai toni più malinconici di un amore finito (“9 primavere”), della solitudine esistenziale (“Mi salvi chi può”), a gioiosi inni alla vita da cantare a squarciagola (“Il vento della vita”, “Dall’alba al tramonto”).

– Post traumatic, Mike Shinoda
il fondatore dei Linkin Park, a un anno dalla tragica scomparsa del frontman Chester Bennington, si presenta al pubblico da solista. Brani intensi, incentrati sul tema del dolore, con l’intento di confortare se stesso e chi vive una situazione simile (“Nothing Make Sense Anymore”, “Crossing a Line”). Si tratta essenzialmente di pezzi rap, ma con lo stile inconfondibile a cui ci ha abituato la band (che ha partecipato agli arrangiamenti).

-Simulation Theory, Muse
 il trio britannico non smette mai di sperimentare: l’ultimo album apre al mondo dell’elettronica, con abbondanti e palesi richiami agli anni ’80. Facendo storcere il naso ai puristi rockettari e ai fan di vecchia data. Pregiudizi, direi: l’animo rock di Bellamy&co è ancora ben presente (“Pressure”), anche quando è nascosto dalla presenza del synth (“The Dark Side”, “Blockades”).

-Suspiria, Thom Yorke. Per l’omonimo remake del film di Dario Argento, Luca Guadagnino si affida per le musiche al frontman dei Radiohead. Che ancora una volta sorprende, realizzando una raccolta di componimenti psichedelici, ipnotici, da apprezzare e valutare come opera a sè, non solo come accompagnamento. (“Suspirium”, “Has ended”)

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