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Interviste

Il lato selvatico dell’arte. Intervista ad Angela Baraldi

Scritto da Red

Intervista di Vanessa Chizzini- Fotografie di Federica Paoletti
(Circolo Ohibò, Milano, 19.04.2018)

C’è una bellissima frase che durante un incontro di qualche anno fa ha detto Rena Mirecka, attrice di Jerzy Grotowski, vale a dire di uno dei registi che hanno rivoluzionato l’arte teatrale del Novecento. Rena Mirecka, con la sua presenza intensa, di fronte a una platea di giovani ha detto: “Noi siamo belli nella verità”. L’indipendenza nell’arte è in fondo un primo passo per raggiungere un simile obiettivo, l’essere belli nella verità, perché dà la possibilità di produrre opere che siano in sintonia con il nostro essere, che esprimano esattamente quello che siamo e che pensiamo. L’anno scorso tu, Angela, ti sei riaffacciata al mercato discografico con un tuo album solista, Tornano sempre, a molti anni di distanza da quello precedente che risaliva al 2003. Il disco è uscito con un’etichetta indipendente (la Woodworm) e i tempi e i modi di scrittura e di composizione che hanno portato alla sua nascita si pongono al di fuori delle consuete logiche produttive. Mi piacerebbe allora che raccontassi come ha funzionato questo processo, da che esigenze ha preso le mosse, e se e perché ritieni che ti abbia consentito di essere “bella nella verità”.

Rispetto ai lavori che ho fatto in precedenza ho avuto il vantaggio di poter usare il tempo, che prima invece era scandito dalle scadenze, scadenze che sono anche utili per quelli come me che tendono all’oblio. Non avevo un’etichetta, non avevo un progetto diciamo sicuro, non ero rassicurata dalla certezza che il disco sarebbe uscito. Ecco, probabilmente questa condizione meno professionale e più legata al “vediamo che succede” mi ha dato la possibilità di seguire un’onda emotiva sincera, senza intenzione, per la prima volta ho lavorato pensando di godere di questo lavoro, di quello che facevo, della solitudine e della scrittura, che pure non sono sempre piacevoli. In questo caso ho seguito quelle che potremmo chiamare delle tempistiche emotive slegate dal mercato. Sembra un discorso trito e ritrito, però era la prima volta che mi succedeva, per cui ho sperimentato questa cosa che dice la poetessa… l’attrice, scusa, che però ha detto una cosa molto poetica, l’ho chiamata poetessa per quello… e quindi per me è stato un privilegio, io l’ho vissuto così, probabilmente per come vanno le cose adesso, pensando a cos’è ora la discografia, potrebbe essere frainteso come un privilegio quello di allora, cioè avere un contratto, avere una scadenza. Invece per me è stato un privilegio lavorare come avrei sempre desiderato, seguendo una logica propria. È come fare le acrobazie senza la rete sotto… per cui cerchi di farle veramente bene.

Scorrendo i testi delle dieci canzoni di Tornano sempre, si nota che rispetto ai brani dei tuoi album precedenti alcune sono un po’ più criptiche, più oscure. Non tutte, tanto per fare un esempio non è così per Hollywood Babilonia che presenta i personaggi come in un piano sequenza e poi si libra in volo a mostrarci dall’alto la loro parabola esistenziale. Ma per fare un esempio di segno opposto Michimaus, che tra l’altro è la canzone che apre il disco, intorbida le acque già dai primi versi: “Michimaus lo sa / il punto preciso per farmi venire”. Il nome del personaggio è molto familiare ma poi chi sia davvero o cosa rappresenti è meno chiaro. Ti dirò che a me sembra quasi una canzone lynchiana, come se Michimaus fosse un po’ il nano di Mulholland Drive, tanto per tornare a Hollywood… In questi testi c’è insomma una grande dose di suggestione e all’ascoltatore viene lasciata una maggiore libertà di interpretare la canzone a modo proprio. È la conseguenza naturale di un diverso modo di scrivere, o è un obiettivo, nel senso che hai volutamente scritto delle canzoni che rimanessero più “sospese”?

Sono molto contenta di questo disco – scusa se divago un attimo ma probabilmente divagando risponderò anche alla tua domanda. Mi piace moltissimo quando mi fanno le interviste perché ci sono diverse interpretazioni che sono molto belle. Se io dovessi dirti perché ho scelto Michimaus non lo so, trovo che sia una figura decadente, scrivo abbastanza in automatico, per cui non so bene esattamente dove vado a parare, però poi quando esce il disco mi fanno le domande e le canzoni prendono una forma. Tornando adesso alla tua domanda, la scrittura di questo disco è venuta da sé, non dovendo farlo sentire alla riunione dei discografici come avveniva in passato, la distanza fra me e quello che scrivevo era quasi nulla. È stata una scrittura quasi onirica… Sono molto felice di aver suscitato in te questo immaginario lynchiano, tra cui il nano di Twin Peaks, è vero, ci sta, perché in effetti parlando di Michimaus non parlo di un personaggio rassicurante, è un po’ inquietante, molto inquietante. C’è una frustrazione di base nel primo verso, c’è la frustrazione che un personaggio inventato ne sappia più di una persona in carne e ossa, ecco, magari di una persona che ti è stata vicino per anni. E c’è anche una riflessione sull’incapacità dell’uomo di stare solo, dell’uomo nel senso del maschio, in questo caso nella mia testa ho parlato anche di femminicidio, però è una cosa che ti dico adesso, l’uomo non sa restare solo… Ma non mi va di scrivere una canzone solo su questo, non ci riesco, ci ho provato ma viene fuori qualcosa con meno emozione, molto intellettualistica. Non riesco ad affrontare gli argomenti in una maniera prestabilita, per cui mi accorgo che certi sentimenti, se vuoi anche contrastanti, tristi, a volte vengono fuori meglio con parole poetiche. Faccio insomma molta fatica a scrivere a tema, però io sono comunque contenta perché con questa scrittura sento di arrivare al cuore della sensazione, e mi interessa di più.

Il disco è fatto di sonorità rock calate in atmosfere spesso intimiste, per certi aspetti cantautorali. Nel primo tour che hai fatto, immediatamente successivo all’uscita dell’album, sul palco eravate in cinque, voce, tastiere, chitarra, basso, batteria. In questa seconda tranche di tour sei con Federico Fantuz, quindi chitarra e voce. Come avete lavorato per distillare le canzoni senza perdere niente in espressività? Quanto si è rivelato determinante il tuo bagaglio attoriale, il fatto che ti poni sul palco anche come performer?

Ci messo tanti anni a scrivere queste canzoni, ho puntato a una qualità, non a una comprensione, più che altro a una qualità. Per cui ho pensato, con coraggio, denudiamo le canzoni, saliamo sul palco in due, perché c’è anche una necessità pratica, non lo nascondo. Costa molto girare in cinque, costa molto un concerto con cinque elementi. Mi è stato proposto un duo, io sul momento ho rifiutato, poi mi sono confrontata con persone di cui ho molta stima, tra cui Vasco Brondi, che è stato quello che mi ha convinta a mollare gli orpelli e partire in duo, con la struttura delle canzoni e con la mia capacità di interpretarle. Abbiamo cominciato così e devo dire che i risultati si sono visti subito. Questa cosa mi ha dato molta sicurezza, ho capito che posso lavorare in detrazione, in sottrazione, in togliere, che è una cosa che a me piace, anche nella musica, sono l’opposto del barocco, del sovrastrutturato. Quando ho registrato i miei dischi precedenti c’era sempre un produttore e il produttore tende a voler far vedere che è un bravo produttore, tende a produrre molto, ecco, questa cosa per me è sempre stata una sofferenza. Con Giorgio Canali in questo senso abbiamo fatto un lavoro molto in sintonia, nessuno dei due ama i ghirigori, si cerca di andare al segno, e con il duo questa cosa si evidenzia ancora di più perché c’è la canzone e c’è l’interprete. E poi ho il privilegio di avere un musicista che è un chitarrista molto moderno, attuale, non ha quelle attitudini del “chitarrismo testosteronico”. Federico è una persona molto vicina a me come sensibilità ed è figlio del suo tempo, cioè ha un modo di suonare privo di protagonismo, riesce a capire la sensibilità sia dell’interprete che della canzone, per cui si adegua con una musicalità straordinaria. Questo ha reso possibile il duo, perché sennò sarebbe stato veramente difficile. Il duo ha funzionato per una serie di alchimie che poi hanno molto a che fare con il cuore. Federico ci teneva tantissimo a fare il live, lui faceva parte anche del gruppo, ama il disco, gli piacciono molto le canzoni, questo chiaramente ti dà un abbrivio enorme, lui si sente in missione come me, e abbiamo subito raccolto dei frutti. È un live che è stato molto apprezzato, sono la best performer di marzo per KeepOn Live, sono quelli dei club che decidono questa cosa, a me ha fatto molto piacere, perché ci sono gruppi di quattro, cinque elementi, noi siamo in due e con il nostro minimalismo e credo anche con eleganza riusciamo a portare avanti questo disco. Per me è un enorme risultato.

Dopo l’album Angela Baraldi, la tua carriera discografica subisce uno stop. Ti dedichi ad altre esperienze artistiche, fai cinema, giri una serie televisiva, fai teatro, continui a fare musica prestando la tua voce alle canzoni di altri, in primis con i progetti con Massimo Zamboni e il repertorio del CCCP e dei CSI, ma anche con Giorgio Canali e il tributo ai Joy Division. Ricordo di aver letto ai tempi della serie Quo vadis, baby? un’intervista in cui dichiaravi di aver chiuso con la scrittura delle canzoni. Ma tu davvero a un certo punto hai pensato che non ne avresti più scritte? Perché? E davvero hai smesso di farlo? Quando si ha un talento (tanto più un talento che è anche una passione) è possibile rinunciarci?

Ero molto stanca, ho avuto un periodo di stanchezza riguardo a questo lavoro, ero dentro a un meccanismo che probabilmente non mi assomigliava. La discografia si era molto incattivita negli ultimi anni perché i numeri non c’erano più, per cui cercavano risultati immediati e mi ritrovai a fare promozione con le Lollipop, che erano un gruppo di ragazze che fecero Sanremo e dopo sparirono. Era un sintomo di aggressività della discografia. Io ho cominciato a scrivere perché ho avuto un incontro nodale nella mia vita che è stato Lucio Dalla. Lucio ha apprezzato molto il mio talento di cantante e mi ha aperto delle porte, le porte più importanti, perché, ti puoi immaginare, nell’84 Lucio Dalla era una potenza anche dal punto di vista discografico. Ma mi sono ritrovata ad avere dei mezzi senza contenuto, le canzoni di allora che mi venivano proposte erano piuttosto pallose e fu lui a chiedermi di cominciare a scrivere, fu lui a darmi questa spinta. Ed è stato un processo non così facile, tutto sommato. Io ho cominciato a scrivere, quando sono stata soddisfatta dei testi ho fatto il mio primo disco, però per me era molto stancante quest’aspettativa da parte delle case discografiche di fare il botto. Questo periodo storico della musica mi assomiglia di più. So che ci sono meno numeri, ma mi assomiglia di più questa circostanza di etichette indipendenti, nessuno è lì ad aspettare, nessuno è lì che mi telefona e mi chiede… sì, lo può fare il produttore, Giorgio Canali mi è stato molto addosso perché, come ho già detto, io tendo all’oblio. Però io mi sento meglio adesso di allora, quando dicevo le cose che hai ricordato tu ero reduce da un decennio un po’ frustante dal punto di vista del godimento di quello che fai, perché secondo me dopo la scrittura devi godere quando vai in giro a cantare le cose che hai scritto, ci dev’essere un momento di decompressione, invece non c’era mai, era sempre un’insoddisfazione perché le aspettative erano enormi. Allora davvero si vendevano centocinquanta, duecentomila copie, non come adesso che ne vendi ventimila… Per me fu molto difficile, perché io sono selvatica, ho bisogno di una zona anarchica prima di cominciare a mettere in fila le cose, di avere un mio momento di caos, scrivere, buttare giù, provare senza questi controlli così ravvicinati con il pensiero “passerà in radio”, ecco, questa era la cosa in assoluto che mi massacrava di più. Quindi nonostante possa sembrare un percorso al contrario mi assomiglia più questo momento che allora, per come sono fatta io. All’epoca avevo chiuso con un periodo, mai avrei immaginato che mi sarei messa a cantare con i CSI, mai e poi mai avrei immaginato che mi sarei messa a cantare i pezzi dei CCCP…

Ma quindi tu davvero a un certo punto hai smesso di scrivere canzoni, hai avuto una sorta di rifiuto…

Sì, assolutamente, stanchezza, rifiuto di questa fatica, che derivava dal fatto di dedicarsi con tutta l’anima e avere sempre questi risultati miseri, che poi erano miseri per loro, non certo per me. Era frustrante, sentivo che non ero nel posto giusto, nonostante avessi la stima di persone veramente importanti. Anche quando ho aperto i concerti di De Gregori, è stato un momento che mi ha dato molta fiducia in me stessa, perché sentivo la stima di un artista del genere, nodale anche lui, seminale come Lucio. Però tutto questo non era tradotto nella vendita dei dischi, che purtroppo era il dato determinante per una multinazionale. In quella situazione io mi sono sempre sentita loser, ma non loser nel senso poetico, nel senso più triste del termine, e alla lunga ti rompi e io infatti mi sono rotta. Tra l’altro lasciai l’RCA dove c’era un discografico che amavo molto, Michele Mondella, che purtroppo è morto da pochi mesi, e che nell’RCA ha reso possibili certe cose, tipo i cantautori. Lui e Melis, che era il direttore artistico, hanno inventato i cantautori ed è stata forse l’unica cosa realmente coraggiosa della discografia italiana. Finita con l’RCA, mi sono ritrovata con questi milanesi molto abbronzati, molto aggressivi, che volevano risultati immediati e sono rimasta stritolata in un meccanismo che non mi assomigliava…

Tornano sempre è uscito nel febbraio 2017, dunque da più di un anno. Il disco è stato accolto molto bene, ha avuto svariate recensioni positive, in molti hanno sottolineato la sua originalità, quindi da questo punto di vista è stato un gran bel ritorno. Ne hai già un po’ parlato rispondendo alle altre domande, ma nel complesso qual è il tuo bilancio da artista indipendente? Ti sei sentita più esposta, com’è stato essere maggiormente alle prese con tutti gli aspetti non solo creativi ma anche organizzativi?

Quando il disco è uscito, all’ultimo momento sono cambiate alcune condizioni, alcuni equilibri sono venuti meno, e mi sono ritrovata costretta a prendere in mano la situazione in maniera totale, a mettermi al timone. Questa esperienza è stata una specie di iniziazione, perché ti puoi immaginare com’era allora con le case discografiche, quant’ero coperta, c’erano il produttore artistico, il produttore esecutivo… Ma ho scoperto che quest’autonomia mi rende molto più sicura di me, ero molto più insicura quando delegavo compiti e c’erano molti ruoli. Questo disco, oltre a essere stato un ritorno che è stato benaccolto, un disco che è stato amato subito da chi l’ha sentito, mi ha dato la possibilità di misurare un mio livello di autonomia che è molto alto, che è molto più alto di quello che immaginavo. Mi sono ritrovata a gestire totalmente la cosa, formare un gruppo, disfarlo, formare un duo, decidere la copertina, decidere la grafica… Ho dovuto affrontare una serie di problemi anche non piccoli e ho avuto le mie soddisfazioni. Considera che le edizioni le ha comprate De Gregori, che per me è una cosa a livello artistico molto importante. E ho capito che l’autonomia è la mia cifra, per cui non ho più timore di niente, sento di essere al timone della mia imbarcazione, e sono riuscita a guidare e a portarla a casa nella tempesta. Cavalco la tigre e devo dire che la sensazione è molto bella. Questo disco mi ha dato molto, nel suo essere severo e anche cattivo. Dico che è un disco severo e cattivo perché ogni volta che ho cercato di fare qualcosa per lui mi sono imbattuta in ostacoli molto grossi, mi ha messo alla prova pesantemente. Nel frattempo mi sono anche trovata un’altra agenzia per attori e adesso sto girando una serie con Ivan Cotroneo, tutte cose che ho fatto in solitaria, con questa nuova consapevolezza che in solitaria, con un’imbarcazione molto leggera, navigo meglio. Prendo più schizzi, più acqua, più schiaffi dalle onde, però sono al timone e questo fa la differenza.

Abbiamo già detto che tra Tornano sempre e il tuo album solista precedente sono passati 14 anni. Tutti i tuoi vecchi album sono fuori commercio, non reperibili nemmeno sulle piattaforme digitali. Che rapporto hai con quelle canzoni: le senti ancora tue oppure le guardi con un certo distacco? Vorresti reincidere, con lo stile e la vocalità di ora, quelle che meglio rappresentano il tuo percorso e la tua personalità? In altre parole, avresti voglia di riannodare i fili o questo ritorno lo vivi più come una cesura, un nuovo inizio?

Non so, mi sembrerebbe un po’ una specie di Frankenstein rifare adesso quelle cose, riportarle in vita con questa voce… È vero, gli altri album non sono più disponibili… Ma se penso a quando ero ragazzina, tutti i miei eroi non erano mai lineari, le figure che mi hanno colpito nell’arte e nella musica non hanno mai avuto un aspetto di continuità rassicurante, sono crollati, poi risaliti, poi dimenticati, poi sono tornati di nuovo… Questo aspetto, dove prevale il privato sul pubblico, è una cosa mi ha sempre affascinato perché credo che faccia veramente parte dell’artista e l’artista non può fare a meno di trasmettere dei dati molto personali. Se io guardo Guernica di Picasso entro dentro una sua esperienza personale, lo stesso vale per una canzone, mi riferisco ovviamente agli artisti che mi toccano. Io faccio parte di una tribù un po’ selvatica, ho bisogno dell’aggancio dello stomaco per emozionarmi. Se canto una canzone che parla di qualcosa che ha a che fare con un vissuto mi emoziono e sento di emozionare gli altri, non riesco a costruire frasi che possano essere accattivanti se non appartengono al mio vissuto. Le canzoni del passato sono lì, sono già state fatte in quel momento, però posso pensare di farle rivivere sul palco il giorno che decido di cantare una canzone e attualizzarla in quel momento. Lo so, a volte il pubblico si sente tradito, pensa “ma come? Quella cosa là che a me piaceva tu l’hai rinnegata, non la vuoi più cantare”. Ma per crederci mentre sei sul palco hai bisogno di emozionarti anche tu, perché sennò sei uno sputacanzoni. Poi nella frustrazione di non aver fatto probabilmente il successo che allora avrei voluto mi chiedo che senso ha rifare un disco con quelle canzoni, anche se sono canzoni che amo, alcune mi fanno anche molta tenerezza. Quando sento quei dischi sento una voce molto acerba, una voce che sta cercando la sua tonalità… Certo, il live ti dà l’occasione di poterle rinnovare, di poterle renderle attuali, infatti qualche volta qualcosa canto…

E adesso? Un anno dopo l’uscita di Tornano sempre possiamo pensare che sei tornata per restare? Stai già lavorando a un nuovo progetto mentre continui a portare in giro per l’Italia il disco?

Sì, ho in progetto di fare un altro lavoro, di continuare i concerti, di continuare anche a recitare e a fare le altre cose, con un po’ più di sicurezza. Come dicevo, essere al timone a cavalcare la tigre da sola è una soddisfazione molto inebriante per me, perché ho sempre avuto un team di persone attorno. Recitando è endemico che tu abbia qualcuno attorno perché c’è la troupe. Invece questo lavoro di scrittura e di registrazione in autonomia è una cosa nuova per me, non riuscirei a lavorare come lavoravo un tempo. Adesso sono il capo assoluto di quello che faccio e questa cosa mi piace moltissimo.

Intervista di Vanessa Chizzini
Fotografie di Federica Paoletti
(Circolo Ohibò, Milano, 19.04.2018)

 

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