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Recensioni

Gucci Mane – Diary Of A Trap God

Annalisa Nicastro

non resta che apprezzare Diary Of A Trap God come un folle e sconsiderato dono ai fan da parte di uno dei rapper più criticati, amati-odiati, unicamente originali e controversi che l’hip-hop americano abbia conosciuto.

È stato un Settembre duro, durissimo per Gucci Mane. Dopo aver pubblicato 10 (!!!!) uscite in un anno tra mixtape e album, regalando ai fan quasi 200 pezzi, il rapper/leggenda di Atlanta ha letteralmente perso la testa. Non nuovo a faide con diversi colleghi, si è lanciato in un j’accuse-filippica ai limiti dello sputtano via Twitter verso praticamente chiunque abbia lavorato con lui, risolvendo il suo contratto con l’Atlantic e quasi dismettendo la sua label, la 1017 Bricksquad, venendo inoltre arrestato per la milionesima volta in pochi mesi. Ma, poco prima di scomparire dal noto social network per poi annunciare, scusandosi con fans e colleghi, di voler entrare in clinica per disintossicarsi, ha ben pensato di rilasciare gratuitamente il suo presunto album con la Atlantic, Diary Of A Trap God. E in tutta questa follia, la cosa più scioccante è proprio la pazzesca solidità di quest’album.
Precaria salute mentale, scenata a fini commerciali e droghe a parte, va dato atto a Gucci di aver lavorato come nessuno ha fatto nel 2013. Il suo status nel movimento trap americano è quello di una semi-divinità (Trap God appunto), e la sua fanbase granitica ed affezionata. Ora che non sembra più voler nessuno attorno, indicativa come non mai è “Me”, a metà tra dichiarazione d’indipendenza ed esplosione dell’ego, dove a tempo con le campane e le punitive percussioni di Mike Will canticchia “I cop the dope then front the dope, then me come shop with me/on the Tv watching me, in a Bentley listenin’ me”, ripetendo “Me” lungo la traccia in maniera ossessiva e autoalienante, suonando comunque ironico e goffo, dote che gli è valsa nel tempo la simpatia di milioni di fan.
“Pablo”, ode al noto trafficante Escobar, è un altro momento forte, con un ritornello ripetitivo e latineggiante difficilissimo da levarsi dal cervello. Ma per un artista con lo shock value nel sangue, serve ben altro per impressionare i fan. Detto, fatto. “Pussy Wet” (perdonate il francesismo) vede nientemeno che Marylin Manson apparire sul vivido beat degli 808 Mafia, scambiando con Gucci barre a scorrimento rapido che farebbero inveire anche la più irremovibile antifemminista. Cattivo gusto della coraggiosa scelta tematica a parte, la paradossale e controversa coppia che i due formano – e la positiva intesa mostrata – fanno di questa traccia uno dei must hear dell’album.
Non mancano gli esperimenti di cantato via autotune, già abbozzati mesi fa, con “Show A Young Nigga” e “Half”: la seconda in particolare, è soave pur essendo sempre a rischio stonatura, con un orecchiabilissimo inciso che scorre sugli archi orientaleggianti e placidi del beat di Will A Fool. “Recognize” è invece uno degli standout assoluti, e non v’è dubbio alcuno sul suo potenziale da singolo. La favola della povertà tramutata in ricchezza è un cliché nell’hip-hop, ma la solida strofa di Gucci e la sola presenza di Akon, Re Mida dei ritornelli, portano l’appeal del pezzo alle stelle.
È tuttavia un album, Diary Of A Trap God, più serio rispetto al consueto output di Gucci; i temi della lealtà, degli amici e delle donne infedeli affiorano a più riprese, mostrando una fragilità mai vista in un individuo noto per il suo prolificissimo e non certamente emotivo filone di street rap (“Choppers”, “Nights Like This” e “Stash House” ne sono fulgidi esempi). “Cold Hearted” fa in questo caso centro. Drumma Boy dà vita a un beat dall’atmosfera spettrale e desolata, dove al melodico sentimentalismo di Kevin McCall Gucci contrappone la sua visione senza pietà (“push button ain’t got no keys, wanna marry me and take half of my stash?/broke her heart and brought that bitch in Hell, I hate these hoes but I love my fans”). Ci sono frammenti di privata intimità in molti momenti di DOATG, e questo è forse il regalo più grande fatto ai fan da parte di un individuo che mai ha concesso molto di sé sotto ai riflettori.
Non ci è dato sapere se questo sia o meno l’ultimo album dell’instancabile carriera di Gucci, né si può prevedere, dato il soggetto, se questa potrà continuare o se verrà miseramente fagocitata dai suoi perenni guai extra-studio. Sperando che così non sia, non resta che apprezzare Diary Of A Trap God come un folle e sconsiderato dono ai fan da parte di uno dei rapper più criticati, amati-odiati, unicamente originali e controversi che l’hip-hop americano abbia conosciuto.

Patrizio Corda

“Me”

“Recognize” (Feat. Akon & Young Scooter)

“Half”

“Cold Hearted” (Feat. Kevin McCall)

Gucci Mane
Diary Of A Trap God

Tipo: Album
Label: 1017 Bricksquad
Tracce: 24

About the author

Annalisa Nicastro

Annalisa Nicastro

Mi riconosco molto nella definizione di “anarchica disciplinata” che qualcuno mi ha suggerito, un’anarchica disciplinata che crede nel valore delle parole. Credo, sempre e ancora, che un pezzetto di carta possa creare effettivamente un (nuovo) Mondo. Tra le esperienze lavorative che porterò sempre con me ci sono il mio lavoro di corrispondente per l’ANSA di Berlino e le mie collaborazioni con Leggere: Tutti e Ulisse di Alitalia.
Mi piacciono le piccole cose e le persone che fanno queste piccole cose con amore e passione

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