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Interviste

Franco Bergoglio, Intervista

Nicola Barin
Scritto da Nicola Barin

Abbiamo intervistato lo scrittore e saggista Franco Bergoglio che si occupa da vent’anni di musica e cultura. Sposato con il jazz ma segretamente amante del rock, in occasione delle celebrazioni dei 50 anni del ‘68, ha pubblicato il suo nuovo libro: I giorni della musica e delle rose. Rock, pop, jazz, soul, blues nel vortice del ’68, Stampa Alternativa, Roma, 238 pp.

Da dove è partita l’idea di un libro sulla musica del ’68?
L’anniversario del cinquantesimo 1968-2018 mi ha consentito di sfogare alcune passioni: la fascinazione per la politica e la società dei Sixties, il rock straordinario di quella fine decennio, gli intrecci tra i generi che portano alla musica totale…Ho messo insieme tutti questi frammenti e ho iniziato a lavorare, poi mi sono fatto prendere la mano e la casa editrice mi ha gentilmente ricordato che stava passando l’anno delle ricorrenze e quindi ho sputato fuori il saggio senza ritocchi. Sono ottimista: gli aggiustamenti li farò in una nuova edizione per il sessantesimo! 

Ci puoi brevemente indicare perché la musica di questo periodo è cosi straordinaria? 
La magia che scatena quella musica è straordinaria.

Quale è la magia della musica del ’68?
Questa è stata la mia domanda di partenza; la risposta è tutto il libro.

Leggendo il libro si ha la sensazione, piacevole, di perdersi in mille voci: troviamo eventi, focus su alcuni artisti fondamentali, accenni ad eventi storici ecc. La struttura del libro appare più quella di un ipertesto, citerei il concetto di “Rizoma” del filosofo Gilles Deleuze, quanto mai legato a quel periodo. In breve un testo che non procede linearmente ma per salti, collegamenti inediti. Sei d’accordo? 
Non solo sono d’accordo ma ti ringrazio per il paragone lusinghiero e che coglie il mio modo di lavorare. Io scrivo ponendomi domande e proponendo viaggi lungo piste meno battute. Ho letto tante storie del rock, del jazz, del blues, alle quali oggi si affiancano libri specifici dedicati a ogni genere. Non volevo fare una storia delle musiche del ’68: ce ne sono alcune ottime in vendita, scritte da critici che hanno vissuto il periodo in prima persona. E non sono un musicologo. Come scrive Peppino Ortoleva nell’introduzione al libro, la mia è una “mappatura”. Questo è da sempre il mio modo di lavorare: mettere insieme cocci di storie diverse, far reagire tra loro argomenti apparentemente lontani e scoprire se i ragionamenti “legano” o meno. Ne escono delle geografie sempre provvisorie che aiutano a muoversi nei territori scelti. 

Non aver vissuto in prima persona quel periodo storico ti ha avvantaggiato permettendoti di avere una visione più distaccata?
Ho una mia teoria che spiego nell’introduzione, un paio di paginette dove provo a usare la forma autobiografica per portare il lettore nel mio mondo di bambino degli anni Settanta. Normalmente si vedono i Sessanta come il periodo creativo e il decennio successivo come quello della caduta degli ideali, del precipizio verso il terrorismo, della fine delle utopie. Per me invece il ’68 è una pietra lanciata nello stagno che produce onde positive. Io sono nato nel 1973 e i miei primi ricordi della fine degli anni Settanta sono esposti all’influenza di quelle onde nella musica, nei libri, nei fumetti, nella scuola, in televisione…Nell’introduzione provo a descrivere in maniera poetica gli effetti del “68” sulla mia personalità di adolescente in formazione. Alla fine è una scusa per scrivere qualche pagina “come se fosse un romanzo” mescolando i modi più liberi della narrativa a quelli seri della saggistica. 

Senza diventare nostalgici e retorici possiamo dire che la creatività e la curiosità culturale di quel periodo latitano nell’attuale società che dispone, paradossalmente, di maggiori strumenti d’informazione e comunicazione?
Non saprei che dire. Si rischia di cadere in ragionamenti reazionari, del tipo: non ci sono più i giovani di una volta…Sicuramente il cambio tecnologico ha portato un rivolgimento epocale che ha sfasciato il “modo di produzione” della musica con conseguenze enormi sia artistiche che nella fruizione da parte del pubblico. Ho provato a fare ragionamenti che tengono conto di molte cose interessanti che si stanno scrivendo in questi anni, a partire dal seminale lavoro di Evan Eisenberg fino agli scritti di Fabio Ciminiera e Simon Reynolds.

Ci sveli il significato del titolo del libro che, se non sbaglio, gioca e riprende un verso del poeta inglese Ernest Dowson “Non durano a lungo, i giorni del vino e delle rose.” 
Il titolo riprende la poesia e anche il film omonimo di Blake Edwards. Soprattutto vuole evocare un “mood” malinconico. Chiedere il pane e le rose ha significato nel Novecento lottare per miglioramenti salariali e una vita più ricca. Poesia, film, slogan di rivendicazione sindacale e femminista…In Italia la casa editrice Savelli, quella che pubblicò Porci con le ali, aveva una collana editoriale intitolata “il pane e le rose”. Il titolo evoca tutti questi aspetti. 

Hai già in cantiere qualche altro progetto editoriale? 
Ci ho messo otto anni, di cui sei di sole ricerche, per scrivere Sassofoni e pistole. Ho iniziato tre anni fa a lavorare su I giorni della musica e delle rose, terminato a febbraio. Ovviamente nel cassetto ho alcune idee, ma nulla di concreto; comunque voglio scrivere sempre più mescolando saggistica e narrativa. 

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Nicola Barin

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