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Franca masu-Illes @Voci di Donna (Teatro Civico, Sassari)

Claudia Erba
Scritto da Claudia Erba

L’estro timbrico e la duttilità vocale della Masu veicolano un senso primigenio

Illes, concerto conclusivo della rassegna “Voci di Donna”, tenutosi il 26 ottobre al Teatro Civico di Sassari, ha visto sul palco la cantante algherese Franca Masu, accompagnata da Sade Mangiaracina al pianoforte, Massimo Russino alla batteria e Salvatore Maltana al contrabbasso, in un interplay serrato che nella ritmica ipnotica e pulsante è parso rivelare le radici sciamaniche del gergo jazzistico.
Illes
è l’incontro folgorante di Franca Masu, che nel centro marinaro del nord ovest della Sardegna, Alghero, perpetua il ricordo della memoria catalano-aragonese, avventurandosi con la voce per i mari del mondo, tra suggestioni andaluse, musica della saudade ed echi tangueri, e la terra dei Ciclopi di Sade Mangiaracina, anima jazz di formazione classica, che nella sorprendente alternanza tra le due mani sembra riecheggiare il moderno pianismo jazz di Brad Mehldau.
Illes rappresenta una svolta nella ricerca artistica di Franca Masu, che, pur sorretta come in passato dal rigore filologico, si orienta nel senso di un métissage più cogente e di una internazionalizzazione del jazz, accentuandone la vis appropriativa di repertori nuovi ed eterogenei ed intensificandone- in forza delle sue peculiarità di elaborazione sonora, tra cui indubbiamente la prassi improvvisativa- le interazioni con fonti culturali regionali e locali. Tuttavia l’attitudine sperimentale che sorregge l’esplorazione di inediti territori creativi non si traduce, nell’universo artistico della cantante catalana, in uno spersonalizzante pastiche; a differenza di usurate operazioni di maquillage sonoro, all’insegna di ibridazioni forzate e ammiccanti, Illes diviene il territorio di elezione di una contaminazione dialettica, in perfetto equilibrio tra adesione e originalità, inconscio e intenzione programmatica. Viene da pensare a Greensleeves, la nota melodia folk di tradizione inglese nella versione di Coltrane e Dolphy (The complete Africa/Brass sessions, 1961)e, più in generale, all’attrazione dei jazzisti, alla fine degli anni ’50, per la musica modale. George Russell, Bill Evans, Miles Davis e, appunto, John Coltrane hanno fatto un uso cospicuo degli antichi modi europei, nel contempo confrontando ed identificando tratti afroamericani e modelli dorici, il jazz e l’Europa modale del Rinascimento. Nello stesso spirito e nel senso più autentico, in Illes il jazz diventa il terreno aureo dell’incontro e della reinterpretazione dei tratti culturali in senso herksowitsiano, a testimonianza della pervasività di un linguaggio che unisce senza snaturare in un dialogo-non a caso il verbo jaser significa chiacchierare- intergenerazionale e cosmopolita. Metafisica e carnalità convivono in una voce unica (nonostante le influenze e le similitudini: dall’eccentrismo vocale di Cathy Berberian all’esotismo gotico di Yma Sumac, dalle sovversioni jazzy di Maria Pia De Vito al carisma innato delle interpreti storiche della canzone italiana), capace di alternare dadaismo e classicismo, virtuosismo e nuda forma, insularità e vocazione ecumenica. L’estro timbrico e la duttilità vocale della Masu veicolano un senso primigenio, sospeso tra istintualità ferina e trasfigurazione, confluendo in una polifonia organizzata e totalizzante che-pur enfatizzando la dimensione sonora del gesto vocale- non ne disconosce la portata semantica. Quella di Franca Masu- che pare aver interiorizzato la lectio delle fadiste d’antan (appassionata la rilettura di Ó Gente da Minha Terra)– è un’ espressione meta-linguistica ed emozionale che riesce a conciliare istanze extra-linguistiche della vocalità e poeticità testuale; emblematica l’interpretazione di Plomes de paraules , il cui testo originale -in italiano- è di Raffaele Sari Bozzolo. Come un umano Intonarumori la Masu intesse il suo personale grammelot musicale: fischi, sibili, gorgoglii, stridori, crepitii, singhiozzi e gemiti vanno a comporre il suo formidabile ventaglio onomatopeico, capace di restituire perfino-in una sorta di sorprendente bruitisme naturalistico- le grida dei gabbiani e lo sciabordio dell’onda. Dalla dolente bellezza del tributo a Serrat con “Bugiardo e incosciente” al viaggio sonoro attraverso le produzioni originali (da Aquamare a El meu viatge, passando per10 anys e Almablava) la Masu si fa-da autentica pasionaria del canto- Mediterraneo, convogliando nella sua vocalità-immune da manierismi estetizzanti e ammiccamenti folclorici- i bipolarismi di un’identità magmatica eppure indelebile ed evocando, nelle sue infinite declinazioni, un comune sentire meditativo e irrequieto: quello di chi vive con il mare negli occhi, alternando guarigione e grande maladie baudelairiana, stanzialità e poesia dell’erranza.

Credits foto di copertina: M. Grazia Meloni

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