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Interviste

Flavio Oreglio, Intervista

Fortunato Mannino

Prendere coscienza sempre. Conoscere e soprattutto non parlare se non si conosce. Quindi ascoltare. Che è diverso dal sentire.

Il 15 e il 16 febbraio allo Zelig di Milano Flavio Oreglio e la sua band hanno presentato Anima Popolare. Album molto interessante che oggi presentiamo attraverso la voce dell’autore.

Ciao Flavio e benvenuto sulle pagine di SOund36. La prima domanda è un po’ scontata, mi piacerebbe, infatti, che ci raccontassi il percorso umano e artistico che porta a Anima Popolare.
Anima Popolare appartiene alla categoria di quelle cose che ti capitano nella vita, che non sai bene perché ti capitano, ma succedono. Nulla di preordinato, nulla di progettato, nulla di pensato a priori. Nasce da un incontro avvenuto nell’Oltrepò pavese, precisamente al Passo del Brallo dove nel 2015 in occasione dei festeggiamenti dei Trent’anni della mia “avventura artistica” ho insediato il Circolo dei Poeti Catartici, il mio personalissimo “cabaret d’altura” nonché santuario sorto nel luogo della mia prima apparizione nel mondo dello spettacolo.
Ogni anno festeggiamo il Genetliaco del Circolo, ospitando amici che suonano e cantano nell’ambito del progetto culturale “Open Art Oltepò”.  Nel 2017 si sono presentati Stefano Faravelli e Matteo Burrone, cultori e depositari della “musica delle 4 province” (Pavia – Alessandria – Genova – Piacenza) con i quali ho sperimentato dal vivo un omaggio alla tradizione della canzone d’autore milanese (per intenderci, canzoni di Fo, Jannacci, Gaber, Svampa, i Gufi, Valdi…) che è piaciuto tantissimo e che ha dato il la a tutto quello che è seguito.

Strumenti della tradizione popolare che colorano i brani di ritmi piacevoli, quel linguaggio senza tempo che è il blues e testi solo apparentemente di semplice comprensione. Qual è il messaggio profondo che si nasconde in quest’album e che ti piacerebbe il pubblico cogliesse?
A dire il vero, di messaggi proposti con l’intenzione di lanciare messaggi non ce ne sono. Io non suono e non canto per lanciare messaggi. Se proprio vogliamo parlare di qualcosa che assomigli a un messaggio, potrei dire che lo sforzo che faccio insieme ai miei straordinari collaboratori è quello di inserire contenuti particolari nelle canzoni, proponendo di conseguenza qualche spunto di riflessione. Nulla di più. Non c’è uno scopo pedagogico o rivelatore, normalmente nella vita su tali spunti ci soffermiamo e di conseguenza diventa logico parlarne anche nelle canzoni. Riscopriamo il piacere di una vita che si concede attimi al rallentatore, per garantirsi e garantire una dimensione d’ascolto che può riservare piacevoli sorprese. Oggi si corre troppo.

Benvenuti e Il Bounty, immagino non a caso il primo e l’ultimo brano dell’album, sembrano rivolgersi direttamente all’ascoltatore e il messaggio sembra essere: non nascondiamoci e prendiamo coscienza. Quanto c’è di vero in questa lettura?
Prendere coscienza sempre. Conoscere e soprattutto non parlare se non si conosce. Quindi ascoltare. Che è diverso dal sentire. A me viene da ridere perché queste sono ovvietà che oggi hanno il sapore della grande scoperta. Nello specifico “Il Bounty” è una canzone dedicata al libero pensiero, a quello che dovrebbe essere il senso vero e originario della filosofia. La metafora dell’ammutinamento (storico, appunto, quello del Bounty) si riferisce proprio a questo: ribellarsi a schemi e pensieri preconfezionati e a un modo di vedere le cose che prevede un solo e unico punto di vista. Tradotto in altre parole: pensare in proprio.

Anima Popolare mi sembra essere il brano più caustico dell’album: l’allegria della musica che si contrappone a versi pesanti come macigni. Gli artisti godono di una visione privilegiata della società ci racconti il tuo panorama.
Non c’è “il mio panorama”, casomai c’è il mio “punto di vista sul panorama che guardiamo insieme” e il mio punto di vista può essere condiviso o meno. Ci sono tanti punti di vista, in teoria uno per ogni essere umano che popola il pianeta. Ma solo in teoria. Infatti, non tutti i punti di vista sono uguali e la tristezza dell’oggi è vedere come in molti casi il punto di vista che prevale sia sostanzialmente il punto di vista del cretino. Ecco… per convenienza politica, la società ha sdoganato, diffuso e sostenuto il modello del cretino, e questo è preoccupante, perché molti si adeguano.

Non è la prima volta che m’imbatto nella Long Digital Playing Edizioni Musicali. Belle le loro produzioni ma, a conti fatti, ne so poco o nulla. Ci racconti un po’ di loro e di come è nata questa sinergia?
Beh, nel mio caso la sinergia più che con LDP in sé è con Luca Bonaffini, il deus ex machina di tutto ciò. Conosco Luca da più di trent’anni, è stato uno dei primi artisti con cui ho avuto feeling umano e culturale fin dal mio ingresso nel mondo dello spettacolo nell’ormai lontano 1985. Le nostre strade si sono riunite, separate e r incrociate di nuovo a più riprese, e ogni volta che abbiamo stabilito punti di contatto sono nate situazioni interessanti. E’ stato così ai miei esordi con “Melodie & Parodie” negli anni ottanta, è stato così con “Il momento catartico” zelighiano dei primi anni del nuovo millennio, speriamo che sia così anche adesso con quello che stiamo costruendo insieme.

Anche l’ultima domanda è un po’ scontata, visto che ti vien fatta da un calabrese: Rino Gaetano. Hai vinto un premio a lui dedicato; un libro pubblicato un paio d’anni fa apre ad inquietanti ipotesi sulla morte; è stato ed è, secondo me, uno dei cantautori che più incarna quell’anima popolare di cui tu parli. La tua opinione sulla Musica e l’opera di Rino ma, soprattutto, ti chiedo se c’è ancora speranza che la Musica torni a smuovere le coscienze.
Rino Gaetano è stato un grandissimo artista che si è distinto per le sue canzoni semplici ma profonde, poetiche e divertenti, critiche e sperimentali. Certo le ipotesi che stanno emergendo relativamente alla sua scomparsa sono inquietanti anche se devo dire che non mi sorprendono più di tanto. Per quello che riguarda la musica che smuove le coscienze, il discorso si fa denso e ricco di tante e tali sfumature che secondo me non abbiamo il tempo adesso di approfondire il ragionamento come meriterebbe. Preferisco non dire niente per non essere frainteso. Ma sia chiaro che non gioco a nascondino, l’argomento mi interessa e su questo tema ci sono mille cose da dire, che non riguardano però solo la musica. Rino Gaetano docet.

Il momento si fa catartico, umilmente lascio la scena e ringraziandoti ti lascio al pubblico di SOund36. Aggiungi a questa conversazione ciò che vuoi.
Aggiungo un abbraccio e un augurio per tutti: che la catarsi vi accompagni ora e sempre nei secoli dei secoli.

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