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Arti e Spettacolo Pop Corn

Festival di Locarno # 3

DaniElle
Scritto da DaniElle

Il terzo report dal Festival di Locarno si tinge di Oriente

Da qualche anno in Piazza Grande i protagonisti sono loro, i karmici stregoni d’Oriente con le loro muse di porcellana.
Yang Liang da Shangai, Pardo d’oro nel 2012 con “When night falls “
torna in terra elvetica con “A family tour “, pellicola non entusiasmante se non fosse per la sceneggiatura che potrebbe essere realizzata anche durante il festival.
La regista Yang Shu, dopo il suo film “ The mother of one recluse “ è costretta all’esilio ad Hong Kong; un giorno la madre scopre di dover affrontare un’operazione chirurgica molto seria e le donne decidono di incontrasi a Taiwan dove la figlia si recherà per un festival cinematografico con la famiglia.
Hong Sang-soo torna a Locarno con la sua musa e attrice e compagna Kim Minhee con la quale ha vinto nel 2015 il Pardo d’oro con “ Right now, wrong then “, senza dimenticare “ On the beach at night alone “ del regista sudcoreano,
altra pellicola sublime.
“Hotel by the river “ è una pellicola ci proietta in un albergo in riva al fiume dove un vecchio poeta alloggia gratuitamente invitato dal proprietario amante delle sue poesie. “ Poeti e facchini si nasce ! “ urlava Vittorio Gassman in
“Profumo di donna “ e poetica è la premonizione della morte: il birbante poeta
avverte le forze oscure nell’aria e nella materia e decide di contattare i figli
che non frequenta da tempo.
Lui un inguaribile romantico, loro “ pedine meccaniche di economia asiatica “,
come direbbe il mio fratellino Shiba. Dopo aver scoperto di essere stata tradita dall’uomo con cui viveva, nello stesso albergo arriva una giovane donna e dopo la sua amica per sostenerla nel momento broken heart.

Ma in questa edizione in cui Kate Gilmore ha fatto alzare in piedi l’intera Piazza Grande per i diritti umani, il piccolo principe è Yeo Siew Hua con “A land imagined “: il genietto di Singapore, facente parte del collettivo “13 little pictures “, ci racconta l’immigrazione in una delle principali città cosmopolita del globo
e terzo paese dopo Iran e Arabia Saudita a legalizzare la vendita di organi umani:
Singapore ha deciso che chi cede un organo ha diritto al rimborso delle cure mediche. È in vigore la pena di morte per i reati di alto tradimento e traffico di droga, rapimento e omicidio; e sono proprio gli ultimi due misfatti ad interessare la
pellicola in prima mondiale qui a Locarno, oltre ad amicizie operaie in cantieri disumani tra gli isolotti intorno a Singapore, un detective insonne, una giovane ribelle che lavora in un cybercafè dove ci si rifugia anche solo per l’aria condizionata gratis, l’epidemia del virtuale, ballare di notte sulla spiaggia della città ( in conferenza stampa il regista ha voluto informarci che la sabbia
è importata dalla Malesia! ). Fotografia eccellente e cast che farà strada, imperdibile.

Shelton Jackson Lee ci teletrasporta con la sua regia calda e le sue carrellate negli anni ‘70: Ron Stallworth è il primo ufficiale afroamericano di Colorado Springs ed è accolto con scetticismo, perchè non lo sanno ancora che scriverà pagine di storia e anche un libro, dal quale è tratto il film.
La lotta per i diritti civili è infuocata e Stallworth tenterà d’infiltrarsi nel Ku Klux Klan.
“BlacKkKlansman “ di Spike Lee ci catapulta da Oriente ad Occidente nel
nucleo di uomini con demenza senile, bipolarismo e insoddisfazione personale del KkK ma anche dalle Black Panters.
È il suo tocco, il suo marchio a fuoco e noi aderenti alla setta abbiamo donato
allo sciamano nero di New York l’immortalità. 

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