Cookie Policy

Interviste Sound&Vision

Ferrara Buskers Festival – Gabbiano’s Band

Claudio Prandin
Scritto da Claudio Prandin

La loro felicità è visibilissima quando suonano e soprattutto deriva dal fatto che vedono il pubblico e che il pubblico li accoglie

Il Ferrara Buskers Festival è un evento estivo che dal 1988 ospita artisti di strada provenienti da tutte le parti del mondo; in questi anni di attività si è conquistato credito e stima fino a diventare una delle manifestazioni più importanti d’Europa. Per una settimana la placida cittadina Estense si trasforma così nella capitale mondiale della musica. Ogni anno si gemella con un paese diverso e il 2018 è l’anno dell’Irlanda; tra le tante provenienze (ci sono artisti iraniani, brasiliani, sudafricani, slovacchi, americani) si possono quindi ascoltare musicisti “celtici” con i loro violini e la loro musica tradizionale.
Però, l’esibizione che ha maggiormente entusiasmato il pubblico è stata quella dell’italianissima “Gabbiano’s Band” composta da sette ragazzi con disabilità che, coadiuvati da educatori e da amici musicisti, si sono seduti dietro ad immensi tamburi, hanno cantato e ballato servendosi di tamburelli e maracas offrendo uno spettacolo brioso e coinvolgente che travalica l’aspetto musicale; non ha quindi senso elencare i titoli delle cover che hanno suonato o soffermarsi a giudicare le loro doti tecniche ma è utile raccontarne il lato istruttivo; perché dico “istruttivo”? Perché mi ha insegnato alcune cose che vorrei trasmettere condividendo la chiacchierata che ho fatto subito dopo lo show con Anna e Davide, due referenti del laboratorio musicale attivo all’interno del centro diurno disabili “il Gabbiano” di Pontevico in provincia di Brescia:

Ciao ragazzi; intanto complimenti per l’entusiasmo che siete riusciti a scatenare nel pubblico; parlatemi del centro con cui collaborate e della Gabbiano’s Band.

DAVIDE: Mi chiamo Davide, sono un libero professionista e un insegnante; ho creato questo format, questa scuola musicale per ragazzi con disabilità che si chiama “Si può fare” che è sia un auspicio sia un motto. L’ho proposto alla cooperativa “Il Gabbiano” circa cinque anni fa e abbiamo avviato questo percorso in via del tutto sperimentale; piano piano abbiamo ottenuto risultati importanti e alla fine siamo riusciti a formare questa band che non era lo scopo iniziale del progetto ma che è nata in divenire.

Presentate anche il centro.

ANNA: Io sono un’educatrice professionale del Centro Diurno Disabili, della cooperativa sociale “Il Gabbiano” di Pontevico. L’obiettivo principale dell’Area Disabilità è quello di promuovere un cambiamento culturale attraverso progetti di sensibilizzazione e di inclusione sociale sul territorio attraverso laboratori di musica e attività teatrali.

DAVIDE: Questi sono i valori condivisi tra tutti; un’altra cosa importante: perché siamo qui oggi al Ferrara Buskers Festival? Nel 2015 ho avuto modo di suonare in questo evento che per me è sempre stato un sogno; quando ero ragazzo venivo sempre qui e sognavo di suonare qui; nel 2015 ho realizzato questo sogno e ho suonato con una band; tornando a casa ho pensato che il futuro per una band di questo genere potesse essere proprio “la strada”; infatti, il bello di queste manifestazioni è che non c’è il palco, il pubblico è sullo stesso piano dei ragazzi; cerchiamo di stare sullo stesso piano per avvicinarci alla gente e il semicerchio che crea il pubblico intono a loro è come un abbraccio; a febbraio abbiamo contattato i responsabili del festival e loro ci hanno invitato; è stata la realizzazione di un grande sogno. La prima nostra esperienza è stata a Pontevico nell’ottobre del 2015; ci siamo detti: “dobbiamo provare”, siamo andati timidamente in strada con tutte le paure del caso ma siamo stati accolti con un calore eccezionale.

ANNA: I ragazzi avevano paura di non essere capiti o bene accolti, invece è stato molto bello; c’era anche la tivù che ha fatto un breve servizio ed eravamo molto emozionati.

DAVIDE: Abbiamo anche fatto una conferenza stampa e abbiamo portato Alessandra (NDR: una delle ragazze che frequenta il centro) per farle vivere un’esperienza diversa; è stato fantastico. 

Quanti ragazzi siete riusciti a coinvolgere?

ANNA: Al centro abbiamo coinvolto otto ragazzi ma stasera erano in sette.

Come avete scelto le cover da suonare?

DAVIDE: Le hanno scelte loro durante il laboratorio musicale; siamo partiti dalla musica tradizionale come “When the saints go marchin in” e siamo passati dal blues al funk al rock tradizionale; abbiamo cercato di creare una scaletta varia per fargli conoscere più generi possibile ma anche eterogenea; quando ci siamo incontrati ho chiesto “Ragazzi conoscete il blues?” e abbiamo cominciato a fargli ascoltare i brani più famosi e poi abbiamo scelto quelli che li facevano vibrare di più. Io non sono un terapeuta ma so che la musica è un linguaggio universale che ha la capacità di coinvolgere tutti i sensi; e quindi se una persona viene coinvolta, viene coinvolta a 360 gradi da uno stimolo plurale; suonare mette in moto tutta una serie di attività fondamentali: la capacità di mantenere l’attenzione, la capacità di coordinare i movimenti, la capacità di sviluppare linee comunicative ed interpretative. E’ un linguaggio che può migliorare la qualità della vita.

Cosa vedete in loro quando suonano?

ANNA: Sono coinvolti a livello emotivo; hanno la possibilità di esprimersi; un passo importante che abbiamo fatto all’inizio del laboratorio è stato quello di fargli provare a sperimentare tanti strumenti che poi hanno scelto di suonare in base alle loro preferenze; questo gli ha dato la possibilità di esprimersi a modo loro.

DAVIDE: Infatti quando suonano sono assolutamente “liberi” perché scelgono quello che stanno facendo.

ANNA: Anche perché ognuno ha il suo modo di suonare e di esprimersi; c’è chi suona in modo più delicato, chi suona in modo prorompente; e poi il contatto con il pubblico crea in loto l’autostima; questa soprattutto è aumentata ed è su questo che abbiamo lavorato molto e abbiamo ottenuto i risultati più appaganti; con ognuno di loro abbiamo seguito percorsi diversi, personali. Noi abbiamo un obiettivo macro che è quello dell’inclusione e poi obiettivi personali con cui lavoriamo con ogni ragazzo; per ognuno di loro abbiamo degli obiettivi personali e la musica è il denominatore comune per lavorare individualmente su ognuno di loro.

DAVIDE: “Si può fare” vuol proprio dire che “si può fare”; l’approccio umano, andare oltre gli studi scientifici e dimostrare ai ragazzi e a noi stessi che davvero qualcosa “si può fare”. E’ un percorso che prevede il cambiamento e la crescita sotto tutti i profili tramite la musica; perché se non c’è crescita non c’è motivo di continuare. Quindi la crescita ci permette anche di creare la nostra storia. Pensa che siamo stati portati come tesi di laurea da una studentessa dell’Università Cattolica di Brescia; il professor Roberto Franchini ha detto poi che questo progetto anticipa in punta di piedi quello che potrebbe essere il “secondo welfare”. Storicamente questi centri servivano ad “intrattenere” le persone con disabilità nel senso di “ospitare” mentre “intrattenimento” vuol dire anche “spettacolo”; questi ragazzi infatti hanno la possibilità di incontrare il mondo attraverso lo spettacolo e l’inclusione;  e in questo caso si tratta di duplice inclusione: un’inclusione fuori dal centro in cui incontrano le persone durante gli spettacoli ma anche un inclusione all’interno del centro perché la band è un’attività che li alimenta attraverso l’incontro con la realtà. Ecco cosa “si può fare”.

Un aspetto molto bello dello spettacolo, al di là del fatto puramente musicale, è che i ragazzi sembravano felici di esprimersi; sorridevano, cantavano, si sentivano liberi.

ANNA: Si sentono soddisfatti, realizzati. Il centro utilizza la musica, il teatro e altre attività artistiche che hanno, come dicevamo prima, un linguaggio universale che li aiuta ad esprimere se stessi; in particolare il progetto musicale, oltre a fargli utilizzare una modalità di espressione propria, li aiuta ad incontrare le persone.

DAVIDE: Ciò che li rende felici è che hanno partecipato a questo laboratorio anche per autodeterminarsi; noi non li portiamo fuori a caso, ma lo facciamo se vediamo una crescita; e anche loro sanno che hanno conquistato quello che hanno fatto stasera. In ogni uscita aggiungiamo sempre un contenuto nuovo, in genere una canzone, per dargli continuamente nuovi stimoli e fargli capire che bisogna sempre migliorare. Chiaramente noi non vogliamo insegnare ad un pesce a scalare un albero ma cerchiamo di insegnargli a nuotare e questo ci fa capire anche i loro desideri. Hanno scelto di essere qui e il fatto di scegliere li rende liberi.

ANNA: La loro felicità è visibilissima quando suonano e soprattutto deriva dal fatto che vedono il pubblico e che il pubblico li accoglie; il fatto di non avere un palco e suonare allo stesso livello del pubblico accorcia le distanze, supera dei pregiudizi, e questo loro lo sentono moltissimo.

Ma il giorno dopo lo spettacolo come commentano queste esperienze?

ANNA: Il giorno dopo arrivano felicissimi al centro e raccontano soddisfatti, a tutti i compagni e agli educatori, l’esperienza vissuta.

Chiudendo l’intervista Davide ha detto una cosa molto importante: “Uno degli obiettivi più significativi che una persona può raggiungere è trovare un modo personale di esprimersi nelle vita e nella società in base a ciò che è!”. A rischio di sembrare retorico dico che questo lodevole progetto riesce a mettere in comunicazione due mondi che per la maggior parte di noi (e includo me stesso con un pò di vergogna in questo “noi”) sono come rette parallele che non si incontrano mai. “Il Gabbiano” tenta di sbugiardare questa teoria cartesiana e di avvicinare questi due mondi prima ancora che si perdano nell’infinito. Bravi!





Articolo, Intervista e foto di copertina di Claudio Prandin.
Foto nell’articolo di Carmine Cicchino

About the author

Claudio Prandin

Claudio Prandin

error: Sorry!! This Content is Protected !!