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Interviste

Enrico Maria Papes (I Giganti), Intervista

Giovanni Panebianco

“Devi avere una storia dietro che ti porta, passo dopo passo, a essere quello che diventi”

Il 14 Settembre a Lanciano, precisamente a Piazza Plebiscito, è stata organizzata una bella serata di revival dedicata al Beat anni ’60, con protagonisti alcuni miti della musica italiana di quegli anni: I Corvi, con la nuova formazione che comprende alla batteria il membro fondatore Claudio Benassi, Gian Pieretti l’autore dell’indimenticabile “Pietre”, Donatello, Giuliano dei Notturni ed Enrico Maria Papes de I Giganti. Proprio con quest’ultimo abbiamo realizzato questa intervista intrisa di emozioni retrò e nostalgia.

Che ricordi hai del periodo Beat anni ’60?
E’ ormai storia passata, anche se si attinge ancora parecchio da quell’epoca. Rappresentò un grande cambiamento. Devo dire, però, che I Giganti non sono stati dei veri e propri rappresentanti del Beat. Noi usavamo dire che eravamo un’altra cosa.

Terra In Bocca fu un album che fece parlare molto di se anche per i temi che trattava come l’omertà e la mafia. Come nacque l’esigenza di comporre un disco così coraggioso?

Terra In Bocca è del 1971 e in quegli anni avevamo il desiderio di voltare pagina, di fare robe diverse, di andare avanti. Un amico aveva scritto una canzone e da quella si è sviluppato l’intero lavoro. Come sappiamo è stato sabotato, ne sono convinto. Forse è stato ignorato perché parlava di mafia, un argomento scomodo allora come oggi.

E’ possibile parlare, nei giorni nostri, di argomenti così spigolosi nelle canzoni?
Certo. Oggi è anche più facile rispetto a quei tempi.

Cosa contraddistingueva il vostro sound?
Intanto le quattro voci, uniche nel nostro genere, unite alla scelta del repertorio.

“Proposta” è considerato un brano manifesto. Come la vedi coniugata con la situazione socio-politica attuale del nostro Paese?

Dicevamo Mettete Dei Fiori Nei Vostri Cannoni e quando la canterò stasera chiederò al pubblico presente: << Ma li hanno messi i fiori nei cannoni secondo voi? >> Per tutti questi decenni la risposta è sempre la stessa: << No! >>

Qual è il tuo pensiero riguardo i talent show, fenomeno nemmeno lontanamente concepibile negli anni ’60?
Il mio pensiero al riguardo è che un musicista dovrebbe avere un background, dovrebbe fare la cosiddetta gavetta. Ai tempi si lavorava anche nelle balere, nei nights, personalmente ho addirittura suonato nell’avanspettacolo. Devi avere una storia dietro che ti porta, passo dopo passo, a essere quello che diventi. Ora accendi la televisione e ti sbattono in prima serata. Magari fai anche colpo, poi, dopo due o tre mesi, cadi nel dimenticatoio. Ai giovani fa male questo.

Intervista e Fotografie di Giovanni Panebianco

 

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