Recensioni

Elli de Mon – Songs of Mercy and Desire

Claudio Carpentieri

Elli De Mon è la più temeraria one woman band che lo stivale ad oggi può vantare

La vicentina con il delta blues nel sangue torna sul mercato con SONGS OF MERCY AND DESIRE ancora sulla francese Pishark Records, a poco più di due anni da quel riuscito crocevia – dove il Mississipi Blues incorpora cultura occidentale ed orientale – dal titolo BLUES TAPES: THE INDIAN SESSIONS. Pur parlando di una esistenza discografica cominciata nel febbraio 2014 con il frenetico single “Leave This Town”, e mettendo da parte lo split con Diego Dead Man Potron, attraverso i successivi S/T (Corpoc – 2014), II ed il già citato album del 2016, Elli de Mon solca la strada di un blues energico ed urticante capace di fondere spirtualità e corporeità, destreggiandosi con abilità tra chitarra, sonagli e grancassa. Un’apertura stilistica ove è possibile scorgere la rabbia del garage, alterazioni psichedeliche ed un respiro country folk, sedimentati da una purezza poetica che va ben oltre la tradizione.
Il nuovo lavoro ci consegna 11 brani che proseguono il personale approccio alla musica che l’ha sempre contraddistinta, una passionalità riversata in note di chi ha tutto dentro e non vede l’ora di imbracciare una sei corde, aggredire le corde vocali e pestare i piedi, per gettare fuori quell’irrequietezza interiore tenuta a bada con difficoltà. Un lavoro che ci consegna molto dell’identità di Elli, attraverso momenti più vibranti che entrano incuranti nelle orecchie di chi ascolta e quelli più acustici, dove la fida Weissenborn riesce a creare un canale di comunicazione delicato e confidenziale. Suoni e sussulti vocali che espandono un immaginario già ampio di suo, dove non manca il grido di liberazione (“Let Them Out” ), il country-rock’n’roll (“Storm”), un educato desiderio di vendetta (“Grinnin’ In Your Face”) e l’incontenibile voglia di ruggire adeguatamente piazzata in apertura (“Louie”). A far da contraltare, la sofferenza campestre di “Riverside”, una trascinante slow song dal sapore agrodolce capace di prendere dal primo ascolto, laddove l’inno di incoraggiamento di “Wade The Water” invoglia a seguirne il coinvolgente cantato, mentre l’emozionante introduzione di “Flow” non può non rimandare all’intimismo del Paul Simon epoca HEARTS AND BONES. Il quadro si completa con l’invocazione religiosa di “Elegy”, soffice nell’introduzione quanto decisa nel suo evolversi, pur considerando (almeno a parere di chi scrive) l’insperato ma riuscito connubio tra blues e musica indiana “Chambal River” uno degli apici del disco, titolo a cui allo stesso modo avrebbe potuto ambire la viziosa “Tony” opportunamente impreziosita dalla voce del conterraneo Phill Reynolds (alias di Silva Cantele) e dal sax di Matt Bordin.Con SOMAD, l’autrice veneta non vuole assolutamente determinare nuovamente i concetti alla base del blues, ma dare modo di coglierne le sfumature, smontando le inopportune tesi che azzardano definendo il genere immutato e ripetitivo.
Brani che negli arrangiamenti non hanno nulla di scontato e che vanno dritti al sodo, giocandosi le migliori chance durante i
live, a cui fedelissimi e neofiti di un blues moderno, non potranno assolutamente mancare per genuflettersi di fronte credo, alla più temeraria one woman band che lo stivale ad oggi può vantare. 

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