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Effe Punto+Dunk @ Locomotiv

Claudio Prandin
Scritto da Claudio Prandin

ll concerto ha rivelato una band in stato di grazia

Bologna 08/03/2018
Approda al Locomotiv di Bologna il nuovo progetto dei fratelli Giuradei (Ettore alla voce/chitarra e Marco alle tastiere), Carmelo Pipitone (chitarrista dei Marta sui Tubi) e Luca Ferrari (batterista dei Verdena), un supergruppo chiamato Dunk che ha appena pubblicato l’omonimo disco d’esordio; qui potete leggere la nostra recensione
Apre il concerto il milanese Filippo Cecconi, in arte Effe Punto che presenta il nuovo disco “Coccodrilli”; per quaranta minuti intrattiene il pubblico con il suo pop cantautorale alla DeGregori; lo show risulta allegro e frizzante anche se il disco parla prevalentemente di morte e di problematiche sociali come nel singolo “Lambrate”.
Salgono quindi sul palco i Dunk; i due chitarristi si pongono ai lati porgendo il fianco al pubblico mentre al centro si posizionano tastiera e batteria; questo assetto permette di centralizzare la batteria evitando di relegarla (come avviene di solito) sullo sfondo; in teatro è un posizionamento fondamentale nel quale gli attori stanno attenti a non “impallarsi” tra di loro, a non nascondersi a vicenda. Anche le luci sono poste in modo da illuminare democraticamente tutti i componenti della band e ciò acuisce l’importanza della batteria; in effetti il vero protagonista dello show (senza nulla togliere agli altri musicisti) è Luca Ferrari con il suo drumming potente e preciso che ammalia dal primo all’ultimo minuto; perfeziona poi la sua prestazione quando dopo due canzoni si toglie il maglione e rivela una maglietta dei Megadeth scatenando un’ovazione.
Le due chitarre acustiche si dividono i compiti: quella di Ettore Giuradei si dedica alla parte ritmica e a morbidi arpeggi mentre quella di Carmelo Pipitone viene suonata e massacrata come se fosse una chitarra elettrica, con bellissimi assoli impreziositi dal tapping ed effetti che caratterizzano i brani. Purtroppo manca il basso, sostituito magistralmente dalla tastiera, come se Marco Giuradei fosse un moderno Manzarek.
Il concerto dura un’ora (senza pause e senza bis) nella quale vengono presentate le canzoni del disco; a metà concerto i Dunk propongono una versione personalissima e azzeccatissima di “Airbag” dei Radiohead, esercizio complicato in cui era facile scadere nella banalità. Gli ultimi dieci minuti vengono impiegati in un variegato brano strumentale con splendidi intarsi tra tastiera e batteria e un intermezzo psichedelico davvero ipnotico. Il concerto ha rivelato una band in stato di grazia che ha speso pochissime parole preferendo concentrarsi su quello che sa fare meglio: suonare.

Articolo Claudio Prandin
Foto di Sebastiano Bongi Tomà

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