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Desert Wizards – Beyond the Gates of the Cosmic Kingdom

Fortunato Mannino

Pigiate il tasto play del vostro lettore e siete catapultati immediatamente nelle atmosfere psichedeliche dell’album

Quando si ha tra le mani un album come Beyond the Gates of the Cosmic Kingdom dei Desert Wizards, lo spazio riservato alla sorpresa è davvero poco: guardate la copertina e immaginate una grande X. Se l’avete fatto, al vertice della prima diagonale troverete Giove che si congiunge in basso con Saturno, nel secondo il nome del gruppo con la Terra sullo sfondo che si congiungono in basso con un fungo allucinogeno. Al centro troverete un astronauta travolto da un vortice multicolore di piccoli pianeti, funghi allucinogeni, razzi e… inquietanti serpenti.
Il messaggio è chiaro e basta pigiare il tasto play del vostro lettore e l’enigmatica
Astral Master vi spalanca immediatamente nelle atmosfere psichedeliche dell’album. Un dolce arpeggio di chitarra apre Dog Star, forse la gemma più bella dell’album. La prima parte del brano è affidata alla voce di Anna Fabri, che ci fa percepire le ataviche domande che ognuno di noi si è fatto guardando il cielo notturno alla ricerca di God’s signs. La seconda parte, decisamente più space rock, è cantata da Marco Mambelli e si richiama alle antiche e trasversali leggende che da sempre legano Sirio, stella più brillante della costellazione del Cane Maggiore, alla spiritualità. Non a caso il brano si conclude con i versi The world we live in is our mind creation / And peace and love are the only salvation. Ma se la Pace e l’Amore sono la solo possibilità di salvezza, l’album, come abbiamo già notato analizzando la copertina, è attraversato da un senso di inquietudine rappresentato iconograficamente dai serpenti. Un negativo che attanaglia l’anima e le impedisce di elevarsi, costringendola ad una temporalità e ad una materialità che la annichilisce, sebbene in The Snakes i Desert Wizards ci ricordano che i serpenti, simbolicamente e non, si rigenerano attraverso la muta.
Beyond the Gates of the Cosmic Kingdom accoglie in sé il meglio delle suggestioni di fine anni ’60 e inizio ’70, senza per questo rimanerne vittima. E non è un caso che anche questo terzo album della band ravennate porti il marchio della Black Widow.

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