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Interviste

Danilo Capua, Intervista

Fortunato Mannino

Ricordo, con una certa nostalgia, quando con qualche amico ci si aggirava curiosi tra gli scaffali del nostro negozio di dischi preferito. Il mondo del rock si schiudeva ai nostri occhi e, non potendo comprare tutto, ci divertivamo ad osservare l’artwork nel tentativo d’immaginare le atmosfere, i riferimenti letterari e non che avremmo poi potuto trovare all’interno dell’album. I tempi dell’adolescenza sono lontani, ma l’abitudine ad osservare e ammirare la copertina di un album prima di ascoltare la Musica è rimasta uguale. Poco importa se si tratti di una foto o di un disegno perché, a mio modesto parere, la copertina è e resta l’anima visiva di un album. Il cd prima e il formato digitale stanno in qualche modo sminuendo l’approccio visivo ma, per nostra fortuna, non solo il vinile è tornato di moda, ma la qualità di molti lavori continua ad essere di notevole caratura.
Oggi abbiamo il piacere di incontrare Danilo Capua un grande artista che con i suoi dipinti ha impreziosito le copertine di album, che sono da considerarsi ormai nella Grande Storia della Musica.

Ciao Danilo e benvenuto sul pulmino di SOund36. Come presenteresti ai nostri lettori la tua Arte e come e quando è maturata l’idea di realizzare l’artwork di album?
La mia espressione artistica, nasce nella seconda metà degli anni ‘90 all’Accademia di Belle Arti. All’epoca era nata, repentinamente e senza preavviso ma già evidentemente in gestazione inconscia, questa esigenza di coagulare attraverso forme e colori il lato più inaccessibile del profondo della mia persona. Una forma di esternazione difficilmente tramutabile in parole che solo attraverso metafore e immagini animicamente eloquenti potesse essere recepita nella sua intrinseca tensione, con uno stile che avesse una forte identità. Parallelamente, oltre al piacere di affrontare una più comune ritrattistica, mi sono cimentato anche nel rappresentare parte del Pantheon immaginario di scrittori da me prediletti H. P. Lovecraft su tutti. Comunque, il mio intento di base è sempre stato pittorico, non illustrativo.

Ho sempre apprezzato la musica e a lei, devo molto. Per quanto i miei quadri siano nati per vivere autonomamente, negli anni ho conosciuto musicisti con sensibilità analoghe alla mia e quindi, sovente, è stato spontaneo che avvenissero queste comunioni umane e artistiche, dando una cornice pittorica alle loro opere musicali, sia che la mia arte fosse parte integrante del concept dell’album, sia che vivesse di vita propria. Ci tengo a questa ambivalenza, non ho mai interesse a creare una copertina nel senso più classico del termine, quando affronto un artwork.

I tuoi dipinti sono particolarissimi e sembrano materializzare il lato più oscuro e cupo dell’animo umano. Non a caso, infatti, molti dei gruppi che fanno capo alla Black Widow Records ma non solo appartengono alle correnti prog-rock, doom, goth – rock scelgono te per la realizzazione dell’artwork. Ti chiedo come nasce l’artwork di un album e se ti è capitato di andare oltre a quella che sembra essere la tua peculiarità principale.
Solitamente mi faccio cogliere dalle primissime suggestioni che mi arrivano dal titolo dell’album. Quello che conta è l’idea di base che si forma nella mia testa, poi cerco anche di capire se il concept del disco ha una sua temporalità, in modo da dare una certa contestualizzazione da quel punto di vista. Ovviamente questo discorso, non vale per gli Universal Totem Orchestra, visto che la loro peculiarità è di creare un suono dove esiste un non tempo. Passato, presente e futuro, convivono all’unisono nella loro musica, per cui, con loro, cerco sempre di materializzare figure archetipe preesistenti, che convivano in queste tre dimensioni spazio-tempo.

Un altro esempio calzante può essere il dipinto che ho realizzato per la copertina di Der Golem della band Il Segno del Comando, dove pur essendo il concept ispirato dal romanzo di Gustav Meyrink, ho voluto arricchire il mio stile riallacciandomi all’espressionismo tedesco cinematografico e pittorico del primo 900, da me particolarmente apprezzato come potevano essere le scenografie “sghembe” e stralunate di film, come appunto, Der Golem di Paul Wegener o Das Cabinet des Dr. Caligari di Rober Wiene.
Di base, chi si affida a me per realizzare una copertina, conosce molto bene e apprezza il mio stile, per cui godo di molta libertà. Cerco, però, di non allontanarmi troppo dalle sensazioni che vuole esprimere l’album. Una persona che vede il disco, deve poter immaginare a cosa andrà in contro, per lo meno a grandi linee.

Hai realizzato i dipinti per le tre copertine degli Universal Totem Orchestra. Tre dipinti bellissimi ma profondamente diversi uno dall’altro, lo stacco stilistico in Mathematical Mother è evidentissimo. Ti chiedo di raccontarci la genesi di queste tre opere e se l’artwork di Mathematical Mother rappresenta un’evoluzione di quello che è il tuo stile.
Per quanto riguarda Rituale Alieno, lo realizzai quando ancora ero poco avvezzo alle sonorità degli U.T.O. per cui mi sono dovuto affidare a mie intuizioni, che fortunatamente sono state molto apprezzate dalla band, dato che la copertina del disco è la più rappresentativa, tra quelle che ho realizzato, secondo il gusto del batterista Giorgio Golin. Ho pensato a un totem cosmico, un simulacro sospeso nell’infinito. Io non conoscevo la loro musica e loro non conoscevano il mio stile pittorico, per cui è stato un incontro “disegnato” dal destino.
Nel secondo album The Magus, l’immagine è molto d’impatto, complice il colore oro che è molto preponderante, per cui fa guadagnare la copertina in colpo d’occhio ed eleganza. L’idea che avevo proposto era un’altra ovvero il dipinto che compare all’interno del disco, che rappresenta l’immagine della sindone non come la conoscono tutti ma reinterpretata, caricata di significati universali ed esistenziali, che valicano il concetto originario di quel simbolo e a mio avviso era molto pertinente con il titolo dell’album. Ancora oggi non ho ben capito come mai è stata accantonata questa idea, forse si pensava che sarebbe stata troppo forte e provocatoria, come proposta, con il rischio d’essere travisata.
Arriviamo a Mathematical Mother che è, come fai notare tu, quella in cui mi sono spinto un po’ più in là concettualmente, a discapito di un eventuale manierismo decorativo.
Il titolo dell’album è molto forte e regale e, a mio avviso, non era di facile interpretazione, pittoricamente parlando. A me è sempre stato caro il concetto L’Uno è nel Tutto e il Tutto è nell’Uno, che trovo essere uno dei significati esistenziali più rappresentativi e plausibili e, per l’occasione, ho voluto applicarlo a questa copertina, immaginando una sorta di Madre Universale, molto vicina iconograficamente alle Madonne delle icone lignee ma senza volto, dove al posto di esso c’è un vuoto, una porta, un varco. La parte mancante, contraddistinta nel viso dal colore nero, invece, la troviamo riproposta, in moltitudine, nello spazio esterno e nella corona, stando a significare che il soggetto e lo spazio che lo circonda sono una cosa sola, essendo composti della stessa materia, ricongiungendoci così, al concetto che ho espresso inizialmente.
Sicuramente, stilisticamente parlando è un’evoluzione, un trampolino, per quello che desidererei affrontare pittoricamente in futuro, ma in questo caso c’erano dei limiti in cui dovevo ovviamente rimanere. La libertà che hai quando dipingi per te stesso non è detto che sia funzionale quando lo fai per altri. Credo che fra le tre, sia la copertina meno immediata e più concettuale. Deve aver creato qualche punto di domanda tra gli ascoltatori degli Universal Totem Orchestra. Spero comunque che siano stati punti di domanda positivi.

Premesso che ogni opera ha una sua storia particolare, ti chiedo a quale sei più affezionato e perché.
Ogni dipinto che ho creato è ovviamente come fosse una
cellula del mio essere, ma sicuramente ce ne sono alcuni che a li
vello decorativo e significativo hanno un posto d’onore tra le mie preferenze. Ti potrei citare: La Maschera (in copertina, ndr) 
Il Volto, L’enigma, L’Incantatrice, Oblio

Mi fermo qui, perché’ l’elenco potrebbe continuare, ma penso che già in questi confluisca tutta la summa della mia espressività artistica coniugata con la tecnica pittorica acquisita durante gli anni, necessaria per rappresentare le mie visioni. Gli ultimi due che ho citato sono molto stilizzati, ma ritengo che in questa essenzialità, confluisca una profonda intensità.

Ho sempre pensato che l’artwork sia l’anima visiva dell’album stesso. Ti chiedo tra le tantissime copertine che ti sarà capitato di vedere quella che ti sarebbe piaciuta realizzare e quella che ti convince meno e, ovviamente, il perché.
Come ascolti sono molto eclettico e nei svariati anni mi è passato sotto gli occhi di tutto, come copertine. Sarei ingiusto a puntare il dito, perché’ sicuramente, anche qualcuna delle mie copertine è molto probabile che non sia stata gradita. Concordo con te che l’artwork sia il passaporto principale dell’opera musicale e la band stessa dovrebbe avere molta attenzione quando lo sceglie, cosa che non sempre avviene. Un lavoro molto curato musicalmente, ma affossato da una cover approssimativa è castrante. A volte ci sono dischi così belli che riescono a fare passare in secondo piano l’elemento decorativo, ma è un caso raro.
Ci si può imbattere anche in copertine così ingenue che riescono a essere inconsapevolmente funzionali e copertine così impegnative da soffocare il tutto al punto di ottenere l’effetto contrario. Manierato non è necessariamente sinonimo di bello.
Per quanto riguarda le copertine che mi sarebbe piaciuto realizzare, ti direi quelle relative a band avanguardistiche Art Rock, legate al suono zehul come possono essere Universe Zero, oppure, Shub Niggurath, per farti un paio di nomi. In questo caso, credo che oserei di più a livello pittorico, proprio per la natura avant garde, surreale e metafisica, dei gruppi citati.
Un’altra band che mi avrebbe lusingato molto rappresentare pittoricamente, sarebbero stati i Devil Doll.

Come vivi da artista il sapere che una tua opera andrà a finire su un cd o su un formato digitale? Te lo chiedo perché l’evoluzione a me ha tolto in parte il gusto di godermi l’artwork di un album.
Ne sono lieto, perché così facendo una mia espressione pittorica, sopravvivrà’ alla mia fisicità. Rimarrà una sorta di testamento ai posteri attraverso un simulacro artistico.
Le gestazioni di stampa, però, sono solito viverle con una discreta ansia, perché’, per quanto i files da dare alla tipografia siano definiti e in alta risoluzione, il risultato finale difficilmente (praticamente mai) è uguale all’originale. Soprattutto riguardo ai miei dipinti. Ci sono passaggi cromatici appena accennati e già fotografandoli si attenuano molto, poi in fase di stampa, si stemperano ulteriormente, quindi, quando vedi un mio dipinto sulla copertina di qualche album, una percentuale dello stesso è andata persa. Anche il colore è un discreto problema da gestire, sovente, in questi passaggi, si altera.

Siamo arrivati alla fine di questa conversazione. Lo spazio della domanda resta bianco a te il compito di riempirlo come più ti aggrada.
Ovviamente, ringrazio la tua persona per avermi dato l’opportunità di andare più a fondo attraverso le parole, riguardo la mia pittura. Sicuramente tramite esse sono riuscito ad aggiungere ulteriori colori e forme alle immagini, fornendo una ulteriore chiave di lettura per chi le ha apprezzate non conoscendone, però, la genesi.

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Fortunato Mannino

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