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Recensioni Soundcheck

Daniel Cavanagh – Monochrome

Fernanda Patamia
Scritto da Fernanda Patamia

Ne viene fuori il ritratto di un artista profondo e sensibile e di un album dal carattere introspettivo, riflessivo, ermetico e immaginifico

Lo scorso 13 Ottobre, il polistrumentista già membro degli Anathema, Daniel Cavanagh rilascia il suo primo album da solista: Monochrome.
Dopo anni di duro lavoro dedicati ad una ricerca estenuante di sonorità e atmosfere che potessero rappresentare al meglio l’interiorità dell’artista, Cavanagh è riuscito nell’ambizioso intento di trasmettere, attraverso Monochrome, i sentimenti e le emozioni che lui stesso provava nella composizione dell’album.
A dispetto del titolo che rimanda ad un’immagine a tinta unita, Monochrome è un album sì, dalle tonalità dark ma al tempo stesso variegate. Sublimato dal tagliente violino di Anna Phoebe in “The Silent Flight of the Raven Winged Hours” e dalla limpida e melodiosa voce di Anneke Van Giersbergen in “This Music” e “Soho” , Monochrome attraverso una lente d’ingrandimento ci permette di sbirciare nell’animo di un compositore che ha morbosamente e maniacalmente curato ogni suono e atmosfera al fine di insinuare nell’ascoltatore quel senso di astrazione e malinconia che permea tutto l’album. Ciò che ne viene fuori è il ritratto di un artista profondo e sensibile e di un album dal carattere introspettivo, riflessivo, ermetico e immaginifico.
Il pianoforte è presente in ogni traccia, ora delicato come in “Soho” ora inquieto come in “The Silent Flight of the Raven Winged Hours”. In “Some Dreams Come True” accompagna gentilmente i rumori di sottofondo rappresentati dal suono delle onde del mare, dal verso dei gabbiani e dalla risata di un bambino.
La chiave di lettura è rappresentata, a mio avviso, da “The Silent Flight of the Raven Winged Hours” brano dal sapore gotico e noir ispirato ad un racconto di Edgar Allan Poe: Berenice.
Qui Cavanagh leggendo tra le righe del racconto ha sapientemente colto l’essenza dello stesso e con dovizia di particolari lo ha trasposto su uno spartito creando un brano da 9 minuti dall’aura spettrale, onirica e a tratti allucinatoria. A impreziosire questo capolavoro sono l’uso del Synth e delle voci sussurrate che riecheggiano come dei lamenti lontani in un palazzo lugubre e vuoto. La sensazione che ti lascia è quella di un pugno allo stomaco e il conseguente senso di smarrimento e sopraffazione non fanno altro che aumentare la tensione che pervade l’ascoltatore per tutta la durata del pezzo.
“Dawn” grazie alla chitarra e al trillante suono del violino è invece una ballata acustica, il pezzo meno malinconico dell’intero album. Il titolo che in italiano significa “alba” sembra quasi annunciare appunto l’alba di una nuova era per questo musicista camaleontico che nonostante la decennale esperienza negli Anathema è riuscito a discostarsene quasi del tutto dando vita ad un’opera originale caratterizzata da testi scarni, essenziali ed immediati, che sanno intrattenere l’ascoltatore senza annoiarlo ma arricchendolo di quella capacità empatica necessaria per apprezzare l’album appieno.

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