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Interviste

ANDREA KAEMMERLE

Annalisa Nicastro

Chi è Andrea Kaemmerle e come nasce artisticamente?
Dopo aver frequentato il liceo scientifico a Firenze non avevo idea di cosa fare. Mi sono ritrovato iscritto al DAMS a Bologna senza aver riflettuto troppo, perché io già in quarta, quinta liceo mi divertivo a fare cabaret, mi piaceva molto scherzare fare il burlone e scrivere dei testi un po’ strani. Dopo quattro anni, sono andato via da Bologna e ho iniziato a lavorare in teatro con un gruppo russo di San Pietroburgo, di cui si conosce forse il maestro, Slava Polunin uno dei clown più famosi al mondo. Mi sono messo a fare spettacoli nelle scuole, per strada, ho fatto spettacoli in cui facevo Babbo Natale sei volte ogni mattina per tutto il mese di dicembre. Ovviamente tutto ciò è fondamentale per poter crescere e migliorare come artista. I clown sono un pò come i musicisti, che suonano Chopin tutta la vita. Solo in questo modo si ha la possibilità di migliorare a beneficio dello spettacolo. Slava Polunin fa il suo spettacolo da 40 anni, così come Dimitri, un grande clown svizzero, lo fa da 50, gli stessi numeri, le stesse cose.

Dal punto di vista artistico, quindi, nasci come clown?
No, nasco come attore di prosa, non classico ma di ricerca, sperimentale, cosa che faccio ancora; ora ho uno spettacolo con cui sto girando, si chiama “La febbre”: è un pezzo scritto da un americano che lavorava con Woody Allen, Wallace Shawn, ed è un monologo di un’ora e venti di parola, in cui il clown non c’entra nulla. Il problema della prosa però è il legame con la politica, ci vuole un teatro, che va illuminato e riscaldato, invece, il clown si esibisce ovunque, spesso per strada, dove se decidi di fare uno spettacolo lo fai e basta. Un attore che lavora in strada si può pensare che sia molto povero, mentre vi assicuro che la situazione è ben diversa. Gli attori che lavorano nella prosa, i musicisti che lavorano nelle orchestre campane con 50 euro a sera, ad andar bene, mettendoci poi la spesa per la benzina e per la cena… ecco che i soldi sono già finiti prima ancora di guadagnarli….per cui ho fatto teatro di strada!

Arriviamo ai Balcanikaos. Come nasce questo progetto? Come poi il clown rientra in questo progetto..
Quando ancora c’era la Jugoslavia, mi era capitato di lavorare in dei villaggi come istruttore di tennis. La sera, poi, andavo con gli altri maestri di tennis slavi, con la zasteva, una macchina che partiva solo in discesa perché non aveva la batteria, in questi konoba, locali tipici, dove mangiavamo grigliate di calamari non puliti dal sapore meraviglioso. Mi sono quindi innamorato di questa terra meravigliosa, della sua gente e ovviamente della musica. Anni dopo, precisamente nel 1995, è scoccato il vero colpo di fulmine, quando passai un intero pomeriggio in un cinema di Firenze a vedere Underground di Kusturica, l’ho visto per tre volte di seguito! Per quanto riguarda il clown, nell’Est Europa c’é una tradizione sul clown gigantesca, meravigliosa; in Russia in particolar modo, a San Pietroburgo, ci sono numerose compagnie dove si lavora sulla figura del clown, sui giochi, sui tempi, sulla comicità e sempre rigorosamente senza parole. Da questo nasce la figura del soldato Svejk, ovviamente c’è un chiaro riferimento a Hasek…. A tutto ciò si deve aggiungere che quando lavoravo con Moni Ovadia, e come lui anche altri, mi chiedevano sempre, ingannati dal cognome, se fossi ebreo, yiddish, o se fossi dell’Est Europa. Io le prime quindici volte ho risposto sinceramente, e cioè no, anzi, il mio cognome è bavarese, una regione molto distante da quella cultura. Ad un certo punto però ho cominciato a giocare su questo equivoco, ho iniziato a prenderli in giro, a parlare usando un finto accento slavo, usando un linguaggio yiddish, il tutto si é ovviamente affinato con il tempo. Guascone Teatro, la mia compagnia, lavora sempre e solo con musicisti dal vivo, non ho mai messo un CD durante uno spettacolo, per cui avevo già tutti questi musicisti, tutti di formazione classica ma molto svegli e con i quali condivido l’amore per questo genere di musica e così abbiamo iniziato.

Ecco…puoi spiegarci la differenza tra la musica balcanica, quella che fa Kusturica per intenderci, e la musica klezmer?
Il Klezmer nasce dalla tradizione ebraica, è una musica dove non si sentono molto gli ottoni, c’é molto clarinetto, molto più la fisarmonica, il violino. È un tipo di musica più da camera se vuoi, sempre molto veloce, molto ritmata. La musica balcanica, invece, dà l’idea che arrivi la banda, gli ottoni sono predominanti. La tradizione balcanica di Bregovic, di Kusturica, quella che poi ci ha entusiasmato quando abbiamo iniziato, é quella del grande ritmo, che ti fa ballare, non vai a vedere un concerto per stare lì fermo in ascolto, ma ti lasci contagiare dal ritmo e inizi a ballare. Esiste anche un genere di musica balcanica che affonda le sue radici nella cultura islamica, orientale, si chiama Sevdah, è tipica più della parte della Bosnia, è più lenta, con queste cantilene….é una musica che ti innamora ma non ci balli. La cosa affascinante dei Balcani è la commistione di sonorità diverse dovute all’alternarsi delle influenze culturali che la popolazione ha subito nel corso di secoli di dominazioni. Ad esempio, gli strumenti suonati sono frutto della storia di questa terra. Proprio in virtù delle diverse invasioni, la gente non sapeva mai quanto poteva restare in casa propria, era sempre pronta a fuggire e dovendo in quei casi muoversi molto rapidamente avevano tutti strumenti leggeri o facili da smontare, il violino ad esempio, è lo strumento principe. I bassi-tuba, i timpani, le percussioni, sono entrate in un secondo momento nella musica balcanica.

Torniamo alla nascita dei Balcanikaos, all’inizio suonavate più musica klezmer condita da ironia yiddish. Tra l’altro come l’hai acquisita?
Non saprei, credo che faccia parte di me da sempre e forse per questo che Moni Ovadia e Salva Polunin mi chiedevano se fossi ebreo. Poi, man mano che entravo nel personaggio ho iniziato anche a scriverne di queste storie ricche di un umorismo sempre doloroso. Iniziamo sempre uno spettacolo un po’ controvoglia ed è stranissimo come disorienti il pubblico, che in genere si aspetta sempre un inizio all’americana “signore e signori, ladies and gentlemen, questa sera solo per voi….eccezionalmente per voi…” Gli yiddish partono sempre un po’ sotto traccia, sono sempre “Ah! mi tocca suonare anche questa sera, non ci avrei voglia!”.Abbiamo iniziato con una partitura di spartiti di musica popolare klezmer perché non avevamo altra “roba” in mano, poi girando, abbiamo acquistato tutti i CD che trovavamo di musica balcanica, concerti di Bregovic, Kusturica, varie cose. In questo modo il repertorio ha subito un’evoluzione e abbiamo iniziato anche a scrivere pezzi nostri. Balcanikaos è un viaggio teatrale, e parafrasando l’idea del viaggio, ci muoviamo attraverso tutte le influenze musicali, dalla Grecia dove iniziano i Balcani, fino ad arrivare al walzer in Slovenia “Dove ci è palle di Mozart!”.

Torniamo alla musica, quella a noi più familiare è quella di Bregovic che ci è arrivata attraverso i film di Kusturica…. Si è vero, anche se poi si sono separati, essendo loro di etnie diverse si odiano profondamente..

Va bene, però finché sono stati insieme l’idillio artistico ha funzionato benissimo. Secondo te, loro sono rappresentativi di questo mondo, oppure sono solo la punta dell’iceberg?
Loro rappresentano la parte occidentale, quella protesa verso di noi, verso il Mediterraneo. Non rappresentano molto la cultura musulmana, e tra l’altro, Kusturica non è per niente amato dai “bosniacchi”, che poi sono i bosniaci musulmani.

Quali sono i progetti futuri per i Balcanikaos?
Siamo in una nuova fase dei Balcanikaos; la prima versione dei Balcanikaos è stata incentrata sulle storielle comiche tratte dalla tradizione yiddish o popolare balcanica, la nuova si basa su storie vere, trovate su internet, raccontate allo stesso modo in cui si raccontano le storielle.

Cos’é la musica per te?
Per me la musica è una cosa incredibile. I miei spettacoli li faccio solo con la musica dal vivo, ed è incredibile perché non suono niente…suono la pancia e canticchio un po’. Mi curo solo se metto la musica, ma che sia Kusturica come De André, mi cura in un modo impressionante. Grazie a questi diciotto anni di collaborazione con dei musicisti ho imparato molto sulla musica, riesco a capire, ma solo dal punto di vista antropologico, la differenza tra klezmer e musica balcanica, ma anche di tempi, controtempi, pause, strumenti, ma se non avessi chi la suona per me sarei perduto. Cerco anche di dire come vorrei i pezzi, cerco di orchestrarli un po’, ma da analfabeta totale della musica. Ho un grande musicista, uno su tutti, Roberto Cecchetti che e’ un mio musicista da quindici anni, ormai è un interprete di quello che voglio e se prima gli chiedevo – non si può spippolare un pò più basso – ora riesco ad usare termini un po’ più ortodossi. Roberto lavora con me in tutti i miei spettacoli, siamo perfettamente in linea, lui diventa il mio strumento, io suono lui, e lui poi trasforma le mie idee in linguaggio musicale per tutti gli altri musicisti. C’è Marco Vanni che insegna al conservatorio a Venezia, suona con noi da tanto, suona il sax, vari tipi di sax ma nello spettacolo suona il clarinetto e una serie di flauti. Sono anche contento di non saper suonare uno strumento, alla fine c’e’ qualcosa che posso sperare sempre di fare e che non ho mai fatto.

Un consiglio per approfondire la conoscenza di questo genere musicale…cosa ci consiglieresti di ascoltare?
Consiglio di ascoltare un pó tutto. Per questo consiglio di “spiluzzicare”, cioè ascoltare brani diversi, di autori diversi. Kusturica, da questo punto di vista, ha già mescolato i vari generi, gli altri sono tutti molto settoriali, la Kocani Orchestra, i vari quartetti klezmer, la musica musulmana, la sevdah music o sevdalinka, come i Mostar Sevdah Reunion con le loro canzoni d’amore molte belle ma, ascoltate più volte diventano una litania. Infine, il modo migliore per cogliere a pieno certe atmosfere credo sia quello di recarsi sul posto, vivere la musica sul posto è il modo migliore per imparare ad apprezzarla!

Tiziana Cantarelli

About the author

Annalisa Nicastro

Annalisa Nicastro

Mi riconosco molto nella definizione di “anarchica disciplinata” che qualcuno mi ha suggerito, un’anarchica disciplinata che crede nel valore delle parole. Credo, sempre e ancora, che un pezzetto di carta possa creare effettivamente un (nuovo) Mondo. Tra le esperienze lavorative che porterò sempre con me ci sono il mio lavoro di corrispondente per l’ANSA di Berlino e le mie collaborazioni con Leggere: Tutti e Ulisse di Alitalia.
Mi piacciono le piccole cose e le persone che fanno queste piccole cose con amore e passione

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