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AliceFest 2017, report live

Benedetta Barone
Scritto da Benedetta Barone

il festival è riuscito a pieno nel suo intento: l’aggregazione era davvero a mille sia tra i musicisti, sia tra le persone, di tutte le età e tipi.

Tutte le musiche portano a Roma – recita il motto del festival – sì, ma la tangenziale (fidatevi) è sempre bloccata. AliceFest mi aspetta all’ Ex Dogana e proprio la mia città sembra non venirmi in contro.
AliceFest, se non lo sapevate (e questo è un male perché la sponsorizzazione è stata davvero ben curata ed efficace) è il festival (al suo anno zero) dedicato alla nuova scena musicale italiana che si incontra per la prima volta a Roma.
Insomma un vero e proprio melting – pot della musica indie italiana. E le regioni ci sono, quasi, tutte con prevalenza nordica ed un solo artista dalla Capitale a fare gli onori di casa. Ad accompagnare la selezione musicale è la cucina del Bel Paese che si districa tra i vari chiostri di street-food riportando i sapori delle principali regioni.
Ma veniamo al dunque, senza troppi giri di parole.
È Alessio Bondì ad aprire le danze, ad accompagnare il tramonto romano con le sue melodie palermitane che risvegliano in me ricordi infantili. Canta in modo dolce, quasi sussurrato. Insomma non poteva essere scelto artista migliore per aprire in modo, oserei dire, soft questo piccolo grande evento. Questo stato di rilassamento e abbandono al calare del sole, che peraltro aveva “curato” anche il mio stato d’animo, viene improvvisamente interrotto da un personaggio più che singolare: Crista. Il nome, già la dice lunga. Un sound cattivo, una sorta di punk e testi molto provocatori. Crista si presenta chitarra elettrica e voce, calze bucate, top rosa, chiodo, capelli tra il biondo platino e il nero e zeppe. A colpirmi è il personaggio, che mi ricorda quanto questo festival effettivamente sia poliedrico. Se dovessi dare un giudizio in breve dire: personaggio che sovrasta la musica.
Maiole è la mia grande scoperta della serata. Classe 1995, ragazzo semplice, un filo nerd. All’inizio non gli avrei dato mezzo euro. Baggianate, tempo di accendere la console e il suo sound mi riporta a Berlino. Propone un live energico tutto da ballare, miscelando e stravolgendo i suoni dei suoi dischi e suonando synth, chitarre, giocando con la voce.
Giorginess irrompe sul palco appena finisco la mia prima birra. È da tempo che vorrei vederla live, ma per vari motivi l’occasione non si era mai presentata prima d’oggi. Sono molto attenta nell’ascoltarla live. Accompagnata da dei musicisti ottimi, la piccoletta milanese è una vera bomba. Carismatica, molto coinvolgente, forse per i miei gusti lievemente troppo svampita ma perfettamente in tono con tutto il contorno musicale. “Che strano rumore” mi è rimasta impressa, e vi consiglio questo ascolto, un testo davvero molto molto interessante.
Il ritmo elettronico-dance si riaccende con l’entrata in scena de Lemandorle. “Lemandorle sono un progetto di pop daltonico che si muove tra ricordi geolocalizzati e ambizioni globali. Un Mac, un microfono e tre-minuti-tre per raccontare delle storie qualunque, descritte per immagini, come se la vita fosse una bacheca di Pinterest.” Così recita la loro bio, e nulla di diverso si verifica su quel palco. Un duo compatto, legato in modo indissolubile a synth e suoni a tratti dance ma anche alla necessità di dire la propria raccontandosi.
È la volta di un altro tocco rosa. Giungla arriva sul palco con la sua chitarra e i suoi capelli lunghissimi. Mi ricorda vagamente una giovane PJ Harvey.
Ma il momento che davvero stavo aspettando arriva come un uragano. I Voina sul palco ed è subito pogo. Il pubblico si imbatte in un cinismo urlato con l’entusiasmo e la rabbia di chi le cose non se le tiene dentro, chitarre cattive e una cassa fortissima che mi è rimasta in testa per tutta la sera. La prima fila si anima, vedo muoversi teste e capelli, ragazzi aggrappati con le mani alla transenna, non resisto. Gli abruzzesi sono qui a “presentare” il nuovo album e trovano una Roma caldissima che li accoglie. Tra le loro canzoni che raccontano storie di Alcol, schifo e nostalgia (omonimo album) toccando i più delicati temi sociali quali l’occupazione, il destino dei giovani, la prevalenza dell’alcol sulla lucidità, ce ne è solo una che parla di amore. Ma un amore diverso, normale, la storia di una coppia che come dice il cantante “sta a casa, scopa e guarda Netflix, senza farsi foto del cazzo”. I Voina mi hanno letteralmente travolta, pur conoscendoli è stata una botta vederli live.
Il cambio palco vede l’arrivo dell’headliner che fa gli onori di casa.
Direttamente da Grottaferrata, wrongonyou (Marco Zitelli) è un omone alto quasi due metri con una voce molto flebile che mi ha sempre vagamente ricordato un mix tra Bon Iver e Ed Sheeran. Stasera non è in solo voce e chitarra, come spesso accade, al suo seguito una band per i miei gusti quasi troppo pulita e precisa. L’atmosfera è totalmente cambiata, dopo l’uragano Voina c’è una calma che non è proprio tanto apparente. Le coppie si stringono, e salgono su i telefoni per immortalare il momento. La voce non urla più che ‘tutto fa schifo’ e che ‘le vie d’uscita non ci sono’, ma anzi è troppo dolce e sussurra parole in un inglese “strascicato” (passatemi il termine) volto all’importanza del suono più che del concetto. Riconosco in wrongonyou una fortissima abilità compositiva e la capacità di portare in Italia sonorità che non sono molto radicate nella penisola, però allo stesso tempo ho avuto la sensazione di stare ascoltando per mezz’ora lo stesso brano, quasi come se fossi ricaduta in un loop di suoni infinito.
A chiudere i Concerto, duo eclettico che porta sul palco un electro-pop molto curato. Belli i suoni e la voce, chiusura e allo stesso tempo apertura adattissima per chi è intenzionato a farsi un “dopo festival” ballereccio un po’ british.
AliceFest si è concluso così: io con una mezza storta al piede, una birra di uno sconosciuto in mano e un sorrisone enorme per essermi rapportata con così tanti generi in una sola sera. Credo che il festival sia riuscito a pieno nel suo intento: l’aggregazione era davvero a mille sia tra i musicisti, che si sono sostenuti dal primo all’ultimo, sia tra le persone, di tutte le età e tipi.

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Benedetta Barone

Benedetta Barone

Suono, scrivo e canto. sono mediamente isterica, una piccola donna innamorata dei particolari.

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