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Afterhours @ La Feltrinelli, Pescara – 31/01/2019

Giovanni Panebianco

“Chi siamo oggi? Noi ormai non siamo più Alternative da diverso tempo, quel tipo di scena non è più Alternative da tanto” Manuel Agnelli

“Noi Siamo Afterhours” è un traguardo. Trent’anni di carriera vissuta appieno, tra mille progressi evolutivi. Alla Feltrinellidi Pescara abbiamo assistito alla conferenza tenuta da Manuel AgnelliRodrigo D’Erasmoper presentare questo lavoro celebrativo. Ascoltiamo il resoconto direttamente dalla voce dei protagonisti. Lunga vita agli Afterhours!
Manuel Agnelli: Trent’anni fa eravamo un gruppo di amici con la priorità di condividere delle cose e, anche se non sapevamo suonare degli strumenti, questo non rappresentava un grande problema. Abbiamo seguito una delle grandi lezioni del Punk. Le formazioni che si sono succedute sono diventate dei progetti musicali veri e propri e, cioè, con dei musicisti che avevano un sacco di talento e personalità, però non necessariamente erano delle persone con cui condividevamo la quotidianità. Anche se in alcuni anni abbiamo fatto anche 120 date all’anno, per cui la quotidianità era quella. Ultimamente, con la formazione che abbiamo, c’è una rapporto come da anni non c’era a livello di armonia. Un po’ perché tutti hanno delle grosse esperienze musicali, con dei percorsi importanti, e un po’ perché la band è una struttura che non è fatta per degli ultraquarantenni. E’ un gruppo dove ti difendi, ti proteggi, ti riconosci in un linguaggio. Questo è un momento bello per noi per il fatto di aver festeggiato i trent’anni al Forum, suonando con le intenzioni e l’urgenza giusta. Chi siamo oggi? Noi ormai non siamo più Alternative da diverso tempo, quel tipo di scena non è più Alternative da tanto. Noi non ci riconosciamo più in quel tipo di movimento. A un certo punto la maturazione artistica impone di staccarsi da un ambito e avere un senso indipendentemente da quell’ambito. Altrimenti diventa tutto molto claustrofobico. Tornando a “Noi Siamo Afterhours”, ci siamo preparati tutti meticolosamente, perché sapevamo che saremmo stati registrati ed era un concerto solo, senza la possibilità di ciccare. Avevamo messo in piedi una cosa abbastanza complessa, per cui ci siamo preparati in modo che le cose funzionassero. Io in particolare ho seguito una dieta, allenamenti, esercizi di canto. Quando sono salito sul palco e ho aperto la bocca, la catastrofe. Ho immediatamente stonato e mi sono voltato tipo Fantozzi (risate, ndr). Ho guardato il batterista, Fabio Rondanini, implorandolo di fermarsi un attimo per ricominciare tutto daccapo. Invece lui è partito sparato e lì mi è cascato il mondo addosso. Da una parte ho detto: No, non accetto questa fine. Dall’altra è stato liberatorio, perché peggio di così non poteva andare. Ed è andata bene perché quando non si vuole tenere troppo il controllo si lascia spazio alla magia. Certo se molli totalmente il controllo puoi anche far schifo, ma non in questo caso. Al Forum abbiamo avuto un gran culo e abbiamo fatto un bel concerto.

Rodrigo D’Erasmo: Io solo sul finale mi sono davvero divertito. Nella prima parte ero troppo concentrato, troppo in trance. Però è stato bello così. Anche rivedendo il tutto si nota come eravamo tutti molto a fuoco. C’è stata grandissima coesione soprattutto dopo il primo momento di difficoltà di Manuel. Ci siamo tutti allineati, per aiutarlo a ripartire. Chiaramente il grosso spettava a lui e l’ha fatto alla grande. Abbiamo deciso di chiamare così questo disco perché siamo arrivati a un punto della storia del nostro rapporto con il pubblico veramente speciale, di grande complicità. Non è sempre stato così.

M.: Penso che oggi si vedano troppi spettacoli e pochi concerti. Grandi produzioni con proiezioni ed effetti speciali che lasciano il pubblico passivo. Subisce e basta. Nel nostro caso abbiamo iniziato volendo essere disturbanti, volendo essere provocatori, perché per noi quella era la nostra funzione. E infatti ci menavamo un giorno sì e un giorno no (risate, ndr). Tutto ciò ci ha educati, rendendoci coscienti su cosa volevamo fare sul palco. Molti non possiedono questo quid, perdendo di visibilità, per paura di perdere il consenso, tendendo ad accontentare i fans. Questa è una di quelle cose che ti fa morire. Invecchiando in nostro ruolo non può più essere quello dei sobillatori. Saremmo ridicoli a volerlo fare. 

Per concludere l’incontro gli artisti hanno deliziato il pubblico accorso suonando in acustico le canzoni “Padania” e “Quello Che Non C’è”, sottolineando ancora un volta, se ce ne fosse bisogno, il rapporto emotivo che lega la band ai loro aficianados. Un pomeriggio assolutamente da incorniciare per scoprire, e riscoprire, un gruppo che ha fatto e fa la storia della musica italiana. 

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